Quando se ne va un sacerdote così, l’isola non reagisce con un solo gesto ma con una marea di voci. Manifesti affissi davanti alle chiese, parole delle istituzioni, ricordi affidati ai social, memorie custodite nelle famiglie. Tutto si mescola e diventa racconto collettivo. Non quello ufficiale, ma quello più vero, fatto di incontri, di confessioni, di matrimoni celebrati, di consigli sussurrati e di una presenza rimasta costante per decenni.
Monsignor Camillo D’Ambra non è stato soltanto una figura della Chiesa isolana. È stato una presenza quotidiana, riconoscibile, familiare. E oggi il saluto che arriva da Ischia non è formale né distante: è un abbraccio largo, corale, che tiene insieme la gratitudine delle istituzioni e l’affetto semplice della sua gente, quella che lo ha conosciuto davvero e che continua a raccontarlo con parole piene, vive, partecipate.
Accanto ai commenti dei fedeli, arrivano i segni formali della Chiesa e della comunità civile. Il Capitolo Collegiale dello Spirito Santo affida «alla materna intercessione della Beata Vergine Maria e del Santo Patrono Giovan Giuseppe della Croce» l’anima di Monsignor Camillo D’Ambra, accompagnandone il passaggio «dalla terra al Cielo» con la preghiera. Il Comune di Ischia, con il sindaco, la giunta e l’intero personale, si unisce alla Chiesa locale e alla famiglia D’Ambra ricordandolo come «storico direttore dell’Archivio Diocesano, autore di preziose pubblicazioni, pastore buono, instancabile annunciatore della Buona Novella, testimone vivente di umiltà, vicinanza, discrezione e fedeltà».
La comunità parrocchiale di Santa Maria Assunta, insieme al Pio Sodalizio dello Spirito Santo, ai Frati Minori e alle Figlie della Chiesa, parla di «dono della vita e del ministero presbiterale», mentre il Capitolo della Cattedrale ringrazia «per il dono del sacerdozio» elevando preghiere per la sua anima. La Diocesi intera, nel giorno della Madonna di Lourdes, annuncia la sua morte e accompagna il corteo verso la Chiesa dello Spirito Santo, dove la comunità si stringe attorno alla sua memoria. Anche l’Arciconfraternita di Santa Maria di Costantinopoli, che lo ebbe cappellano per anni, ricorda «la luce di Dio donata attraverso la sua parola e il suo zelo pastorale».
Sono parole ufficiali, solenni, ma raccontano la stessa figura che emerge dai ricordi più semplici. Quella di un sacerdote che non è rimasto confinato nei ruoli, ma ha attraversato archivi, parrocchie, confraternite, famiglie, accompagnando generazioni intere.
E allora le testimonianze si tengono insieme, una dentro l’altra. Bonaria Di Massa parla di «uno dei pochi veri sacerdoti rimasti», Pamela Lollini ricorda «la dolcezza con i bambini e i consigli dati durante le confessioni», Patrizia Lucibello sottolinea «l’umiltà e la bontà», Giorgio Vicidomini lo indica come «esempio per tanti sacerdoti». C’è chi lo ha incontrato nei momenti decisivi della vita, come Francesca Basurto che lo lega al giorno del matrimonio, e chi ne conserva l’immagine di presenza discreta ma costante, come Rosanna Sasso che racconta quanto «mancherà a tutti». Angela Lauro lo ricorda «sempre disponibile», Emanuela D’Acunto lo definisce «amato da tutti», Monica De Angelis lo descrive come «testimone vivente del Vangelo».
Ne esce un racconto corale che unisce registri diversi ma restituisce un’unica verità. L’uomo di Chiesa celebrato nei manifesti è lo stesso che la gente ricorda nelle piccole cose. Il sacerdote delle funzioni ufficiali coincide con quello delle confessioni, delle parole dette piano, dei gesti ripetuti senza clamore.
Una vita intera spesa così, dentro la comunità, senza mai mettersi al centro. E proprio per questo oggi al centro c’è lui, nel ricordo collettivo di un’isola che lo ha visto passare tra le sue strade, nelle sue chiese, nelle case, nei momenti di gioia e in quelli più difficili.
Il “popolo” e le istituzioni, la memoria privata e quella pubblica, finiscono per raccontare la stessa cosa: Monsignor Camillo D’Ambra è stato una presenza. Non soltanto un sacerdote, ma un punto fermo. E quando un punto fermo scompare, lo si capisce dal silenzio che resta e dalla quantità di voci che provano, tutte insieme, a riempirlo.






