Diario cubano (terza ed ultima parte)

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4WARD di Davide Conte

davide-188x80Il nastro bagagli automatico (si fa per dire) del piccolo aeroporto di periferia che ritroviamo all’Avana (Ve ne mostro la foto) è l’immagine che ci accoglie e ci fa sorridere non poco nel nostro rientro alla capitale cubana, che ospita gli ultimi cinque giorni del nostro viaggio. I canonici trenta minuti di taxi, in cui ritroviamo l’immancabile puzza di benzina che ancora una volta ci costringerà a cambiarci prima di uscire e che insieme all’incredibile smog delle strade a doppio senso ci accompagnerà fino alla fine, ci conducono in Calle Oficio 204, dove è ubicato il Convento delle Suore di Santa Brigida: una posizione a dir poco strategica per un insolito bed and breakfast, a circa cinquanta metri dalla splendida Plaza Vieja e da Plaza de San Francesco, quattrocento dal Capitolio e dal Teatro National e poco più d’un chilometro dalla bellissima Cattedrale. Proprio il Convento diviene in poche ore la nostra eccellenza avanese, una sorta di piacevole sorpresa che porteremo nel cuore molto a lungo. Una vera e propria famiglia, quella di Sor Federica, un gruppo di dieci api operaie in tonaca grigia con il classico caschetto di stoffa a cinque punti rossi simboleggianti la croce e le spine di Gesù, dal quale Santa Brigida, fondatrice dell’Ordine, ebbe la rivelazione. Sempre in movimento quelle instancabili donnine, abilissime a dividersi i compiti in turni rotativi da due settimane tra la cucina, le camere degli ospiti poste su due livelli e, naturalmente, tutte insieme, le preghiere, suddivise nel corso della giornata tra la Santa Messa delle 7.30, le liturgie delle ore e l’adorazione al Santissimo Sacramento nella chiesetta interna. Pulizia a dir poco maniacale, cortesia senza fine e, soprattutto, un sorriso quasi fraterno stampato sul volto di ciascuna di loro, unitamente alla gioia di servire il Signore toto corde, cum laetitia e per tutta la vita.
Cosa dire dell’Avana… Il suo fascino è indiscutibile, ma in un batter d’occhio ci si rende conto delle condizioni impossibili in cui questa gente furba ma cordiale (ottimi replicanti di una Napoli mai scomparsa) trascorre la propria vita. Chi ha seguito la seconda parte di questo racconto ha già avuto modo di conoscere il salario medio di un lavoratore cubano. Bene! Nella capitale, a differenza di una località turistica come Cayo Largo, la miseria e la sporcizia si toccano con mano e per incontrarle basta allontanarsi di appena una quadra (un isolato) dalle strade principali: edifici abbandonati, fatiscenti o addirittura crollati, bassifondi abitati in condizioni che il peggior vascio napoletano, al cospetto, può essere considerato un appartamento di gran lusso; immondizia in ogni dove raccolta in modo tutt’altro che regolare, a svantaggio dell’olfatto di noi ignari passanti e a favore di tanti indigeni pronti a rovistare in pieno giorno nei cassonetti traboccanti. Non è un caso che gli alberghi migliori siano ben lontani dalla città vecchia e siano concentrati nelle vicinanze di Plaza de la Revolucion (di cui non ho colto il fascino decantato da tanti, anzi…) e dal Miramar: il famosissimo Nacional, dove ha alloggiato anche il nostro Presidente del Consiglio pochi mesi fa, addirittura sembra una specie di roccaforte che guarda dall’alto sia l’oceano, sia il resto della città. Proprio come a Cayo Largo, l wi-fi è pressoché inesistente, limitato alle aree comuni di pochissime strutture privilegiate; l’utilizzo delle carte di credito (ovviamente non American Express) è praticamente una chimera, limitato com’è a pochissimi esercizi lungimiranti. File chilometriche ai cajeros automaticos (i nostri Bancomat) per prelevare moneta locale, dove però la Mastercard, a differenza della Visa, non è accettata e per i suoi malcapitati titolari c’è solo una banca a poterli aiutare, con tempi d’attesa di circa 15 minuti per ciascuna operazione e code indicibili.
Qui tutto, peggio ancora di Cayo Largo, fa capo al Governo: finanche i ristoranti, che storicamente si suddividono tra paladar (quelli appartenenti a privati e insiti nelle tipiche case particular) e i restaurantes (di proprietà dello Stato) sono legati a filo doppio con il potere. I primi devono corrispondere un’ingente parte degli introiti al Governo, mentre i secondi sono gestiti da veri e propri “dipendenti statali”. L’atmosfera è pesantissima ovunque e me lo hanno confermato anche le rivelazioni di tante persone del posto che, in fraterna quanto generosa confidenza, hanno parlato a lungo con me e che posso riassumere in questa frase, lasciandone rispettosamente anonima la fonte: “Noi Cubani, principalmente grazie all’avvento di internet, abbiamo capito ormai che non è tutto oro quel che luccica e che il mondo oltre la nostra nazione vive in tutt’altra maniera. Ciononostante, è impossibile pretendere di più e di punto in bianco; servirebbe un’altra rivoluzione, ma devono cambiare ancora molti uomini. Chissà, tra qualche decennio…” Come dargli torto, specie quando vieni a sapere che ci sono spie del Governo ovunque, finanche nelle chiese cattoliche, dove vengono cambiate periodicamente per non dare troppo nell’occhio ma sono onnipresenti per riferire di eventuali omelie che sfocino oltre il consentito. Tutti devono vivere tranquilli e in silenzio, senza poter disturbare il manovratore e nulla si deve sapere in giro; neppure quando, qualcuno che ha parlato troppo e male, scompare magicamente nel nulla.
L’escursione a Pinar del Rio e Viñales ci regala un aspetto sconosciuto ma nondimeno affascinante di Cuba: questa regione, infatti, è senza dubbio il polmone verde di tutta l’isola, un autentico paradiso quasi incontaminato dove foreste tropicali di royal palms, piantagioni di canna da zucchero e grandissime estensioni di tabacco la fanno da padrone nel panorama della zona, insieme a piccoli promontori isolati che ricordano fortemente gli splendidi tepuis venezuelani. Una menzione particolare lo meritano le Cuevas de l’Indio, un vero e proprio insieme di grotte nella roccia che, dopo una breve discesa fatta di cunicoli e scale scolpite dall’uomo, portano ad uno splendido fiume sotterraneo, parzialmente navigabile con vecchissime zattere tipo Boston Whaler con tanto di fuoribordo.
Questo racconto, nella sua terza ed ultima tappa, termina alle 16.15 dell’11 dicembre, ora dell’Avana, mentre il Boeing Air France si prepara ad accostarsi al finger ed il sole cubano dell’ultim’ora fa capolino tra le vetrate del Josè Martì. Con questa visione e in attesa dell’imbarco che avverrà da qui a un’oretta, si chiude una vacanza senz’altro positiva in un Paese intriso di intensa bellezza ed irrisolvibili contraddizioni. Hola, Cuba. Buena vida a todos!

1 commento

  1. Il “miracolo” Cubano!!! Mi chiedo? Ma chi auspica la rivoluzione comunista un giretto a Cuba lo ha fatto mai?

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