Diario cubano (prima parte)

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4 WARD di Davide Conte

Ciao Ischia, ciao Dispari, qui Cuba. Da un’isola all’altra, non è la prima volta che mi succede. Ho seguito il suggerimento entusiasta di Tony e Sara, che hanno scoperto questo paese lo scorso anno e ne sono rimasti stregati, per smaltire i residui di quello che, sotto l’aspetto emotivo, è stato finora un vero annus horribilis. In questo 4WARD cercherò di raccontarVi le esperienze dei primi sei giorni di viaggio, ancorché mi manchi ancora il finale da trascorrere all’Avana da domenica in poi, di cui scriverò insieme ai giorni di Cayo Largo nell’edizione di venerdì prossimo. Lo farò, come sempre, in maniera obiettiva e disincantata, come un rigoroso recensore.

davide-188x80Il viaggio è cominciato con un volo Air France, venerdì scorso. Quasi dieci ore di volo da Parigi, dove all’aeroporto Charles De Gaulle, in fin dei conti, non ho rilevato lo stato di tensione che mi sarei aspettato dopo i noti eventi terroristici. La compagnia francese, quanto a comfort, è sempre una garanzia; peccato per lo scadimento della qualità dei pasti, vittima a mio giudizio delle solite politiche di taglio dei costi (sotto questo profilo la Emirates, per quanto mi riguarda, resta ineguagliabile). Poco dopo essere giunti in quota, ci viene sottoposto un questionario da presentare a destinazione alla dogana cubana. Apparentemente sembravano le classiche quanto stupide domande di rito a cui la risposta è scontata (anche perché se avessi portato armi, esplosivi o avessi avuto qualsiasi intenzione fuorilegge, glielo avrei mai detto?), ma ecco invece tre quesiti sorprendenti: 1) Puoi portare quanti soldi vuoi a Cuba, ma se porti più di 10.000 dollari devi dircelo. 2) Hai con te oggetti di estremo valore (orologi di marca, gioielli o preziosi particolarmente importanti, abiti o accessori di grandi marche)? Indicali. 3) Hai con te apparati elettronici? Segnalaci modello e valore. In altre parole: un modo come un altro per chiederti, con apparente discrezione, di conoscere i fatti tuoi.

L’arrivo all’aeroporto Jose Marti, dopo rapide operazioni di controllo e registrazione documenti all’insegna della cordialità, si caratterizza per quasi un’ora e un quarto d’attesa al nastro bagagli. Dicono che sia un fatto abbastanza normale, specialmente con Air France, che avrebbe procedure poco snelle di consegna sottobordo: spiegazione, questa, che mi convince poco. Un transfer puntualissimo ci porta all’Hotel Trip Habana Libre, un grattacielo nella zona universitaria a circa 500 metri dalla zona Miramar. Qui trascorreremo una sola notte, in attesa di volare su Cayo Largo. L’impatto è dei peggiori: dopo ambienti comuni ben tenuti (il wi-fi, a pagamento, funziona solo lì), ci imbattiamo in un quinto piano con lavori in corso e calcinacci ovunque, per poi essere condotti in due camere in preda al vecchiume imperante e pulite malissimo. Cambio indispensabile, si passa all’ottavo: stile immutato, ma almeno sembrano più pulite. Adda passà ‘a nuttata!

Trascorriamo la mattinata successiva cercando di digerire l’incazzatura di un arbitrario spostamento del charter per Cayo Largo dalle 8.00 alle 17.00 (cara Eden Viaggi, non finisce qui), noleggiando uno dei classici taxi cabrio d’epoca per un giro di un paio d’ore in città. Francisco, gentilissimo, ci conduce in alcuni dei luoghi-simbolo della capitale, raccontandoci un po’ di cose; prima tra tutte, una frecciata a Fidel, reo a suo dire di aver predicato uguaglianza per tutti, specie nelle tipologie residenziali, ma di aver di fatto favorito un distinguo netto e palese tra quartieri ricchi e poveri. L’ex (si fa per dire) lider maximo, manco a dirlo, vive tuttora in una residenza super esclusiva a Miramar, la zona più “in” dell’Avana. Solo qui, ville coloniali di varie dimensioni e le sedi delle principali ambasciate, con tanto di security dedicata: la SEPSA (Vi ricorda qualcosa?); nelle zone residenziali “normali”, invece, i classici agglomerati urbani tipici dei paesi comunisti, quei palazzoni rigorosamente squallidi e identici tra loro che ho già visto in Serbia, in Bosnia Herzegovina, in Bulgaria. A suo tempo, comunisti anche loro. La chicca finale: “Francisco, un po’ di sconto?” “Senior, non posso –mi dice nel suo inglese approssimativo ma efficace-. Vede la targa della mia auto? Quando c’è la fascia blu con la scritta CUBA, significa che l’auto appartiene al Governo e io ho tariffe obbligate per corrispondergli il fitto della vettura. Loro guadagnano bene su di me. Io a casa porto ben poco.” No comment, specie dopo aver scoperto che se Francisco si lamenta ma è contento perché grazie ai turisti può vivere discretamente, qui un medico chirurgo in ospedale guadagna ancora l’equivalente in pesos di circa cinquanta euro al mese. Altro che “socialismo o muerte”. Eppure, mentre duemila cubani hanno tentato di sbarcare negli USA per accedere ai sussidi e all’assistenza che il governo americano riserva a chi riesce a metter piede sulle sue coste, molti di più sono quelli ancora riconoscenti a Castro per aver consentito loro di conservare la preziosa identità latina che non sfama, ma è parte integrante del loro orgoglio.

Muoio d’invidia nel giungere, nel pomeriggio, ad un piccolo aeroporto di periferia. Una struttura semplicissima da realizzare ovunque, per quanto mal tenuta, che collega L’Avana con un paio di compagnie charter a tutte le principali località balneari cubane. Inevitabile l’accostamento ad Ischia e a quanto saremmo fortunati a poter gestire in autonomia da Napoli l’arrivo di questi ATR42 molto ben tenuti, 48 posti ognuno, per accogliere degnamente un incoming di qualità verso la nostra Isola. Ma fin quando il nostro sviluppo sarà ancorato alla gestione delle Soprintendenze, sarà inutile anche solo parlarne.

Se Dio vorrà, a venerdì prossimo il secondo e ultimo diario da Cayo Largo e L’Avana, Hasta luego, paisà!

1 commento

  1. Caro Davide, quando ci sono stato io, tutti i disservizi che hai riscontrato non li ho subiti. Forse perché ho pagato il giusto e non ho chiesto lo sconto al taxi. Buon rientro……

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