Diari Ischitani. Peppe Brandi, verso la mia Bilbis

Dall’infanzia a Testaccio alla politica, per tornare ancora a Testaccio. Una parabola che copre oltre settant’anni di storia ischitana. L’entrata nella Democrazia Cristiana e l’era Enzo Mazzella. L’esperienza di presidente dell’Usl 21 e poi di sindaco. Ma anche il lavoro e la famiglia. Un giudizio poco lusinghiero sulla politica attuale

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Con Peppe Brandi abbiamo compiuto un viaggio dal dopoguerra a oggi, per capire anche com’è cambiata l’isola.

– L’ultima volta che ci siamo visti eravamo in una classe di bambini di quinta elementare…

«Eh sì…».

– Che Ischia era quella della tua quinta elementare e che ricordi hai dell’infanzia?

«Certamente le scuole elementari del post bellico, dal ‘46 al ‘51, erano ben diverse. Non c’erano al Testaccio plessi scolastici quindi eravamo un po’ raminghi, un anno in una casa e un anno in un’altra. Quello che ricordo è che ero sempre il primo della classe.

Un ricordo di una scuola di peripatetici, di passeggiatori, nel senso che una volta andavano nelle pianule, un’altra volta a Barano, un’altra al Pendio dei gelsi. Un ricordo diciamo poco studiato perché c’era poco studio e molta natura, molti incontri con persone. E’ una cosa molto sfiziosa, non ho un ricordo di paura, di interrogazioni. Sono stati 5 anni molto belli.

Quindi ho fatto le scuole medie dal ’51 al ‘54 e impattai in una realtà diversa. La mia preparazione, diciamo la nostra, delle elementari non era all’altezza di quanto si aspettavano alle medie e quindi io mi trovai in grosse difficoltà. Venivo rimandato sempre con tre materie, italiano latino e matematica per i primi due anni. Poi, siccome ci fu una serie di difficoltà anche per raggiungere la scuola, venni bocciato alla terza media. Con grande disappunto della preside di allora, che era Anna Baldino, la quale non si aspettava questo risultato negativo. Però mi ripresi l’anno dopo, brillantissimo, e venni promosso e andai al ginnasio.

Un paio di anni al ginnasio, poi non c’era una gran prospettiva per i ginnasiali e cominciai subito a lavorare presso lo studio di Ninotto Mattera, ma questa è la seconda parte.

La prima domanda è il ricordo. Per me è stato piacevole, io non ho sofferto un insegnamento duro fatto anche di cattivi voti oppure di note, è stata un’esperienza molto goliardica, anche perché all’epoca non c’erano insegnanti stabili, quindi c’era un ricambio continuo di personale. Una cosa anche un po’ sofferta se vogliamo, però non lontana dalla natura, perché poi la cosa bella di quel tempo è che noi viviamo immersi in una natura fatta di spontaneità, di giochi poveri, di cartucce fatte con i tappi di sughero, con le nocciole. Insomma un’infanzia felice arricchita dall’Azione Cattolica, e questo è un altro aspetto, che veniva portata avanti dal sacerdote Don Ubaldo Conte. Anche lì primeggiavo perché praticamente ero delegato per la Diocesi Ischia, per la parrocchia di San Giorgio e per l’Arciconfraternita Santa Maria di Costantinopoli che è una delle tre che c’erano sull’isola e che stava a Testaccio. Quindi c’era una vita sociale fatta di giovani che partecipavano alla scuola ma anche alle attività ludiche che si svolgevano sul sagrato della chiesa di san Giorgio. Diciamo una vita vissuta, ricca».

L’IMPRINTING TESTACCIO

– Testaccio non ti è mai uscita dal cuore…

«E’ l’imprinting, che è una cosa che ti porti dietro, che non puoi mai dimenticare. Tuttora io vado a Testaccio spessissimo, perché ho un terreno in località Pietra che mi lasciò mia nonna e quindi faccio colazione con i testaccesi. Facciamo un po’ un excursus e mi vedono sempre con piacere, vi è questo rapporto che non si è mai interrotto. Testaccio poi è una realtà un po’ diversa, tant’è vero che Edgard Kupfer Koberwitz, autore del libro Die Vergessen Insel, l’isola dimenticata, parlando di Testaccio dice il paese appartato, un paese che si poteva raggiungere con un’unica strada che da Piedimonte portava a Testaccio passando per il Vatoliere. Se c’era un problema, se magari cadeva una parracina, il paese restava praticamente isolato, non si aveva la possibilità se non a piedi salendo da Testaccio a Barano per il Pendio dei gelsi. Quindi un paese che ti rimane nel cuore».

– Dopo le scuole medie il liceo…

«Dopo il ginnasio avrei dovuto continuare, ma non l’ho fatto e andai a lavorare presso lo studio di Ninotto Mattera, l’unico studio di commercialisti che c’era all’epoca, Mattera e Verde di Forio.

E poi naturalmente i tentativi di prendere il cosiddetto pezzo di carta, il diploma che presi nel 1961 presentandomi da privatista e sostenendo tutti gli esami, cinque anni in uno. Una cosa che mi portò a sfiorare problemi fisici, però tutto ciò avvenne perché mi fidanzai con mia moglie e allora capii che non potevo praticamente presentarmi a chiedere la sua mano senza aver dato prova di essere un uomo, diciamo, di sostanza.

Poi feci una serie di colloqui con il Banco di Napoli e il mondo del lavoro si aprì a me nel ’67, quando entrai in banca».

L’INCONTRO TRA DOMENICO E ANTONIO PINTO

– La famiglia incominciava a formarsi e anche l’avventura politica…

«La politica è iniziata nel ’67, praticamente quando entrai in banca. Allora Enzo Mazzella e Pierino De Angelis erano un po’ come cani da tartufo, nel senso che dovevano verificare se c’era qualche duro che aveva voglia di fare. Io ero brillante e giovane, avevo un posto in banca e vi era la prosecuzione di quello che avevo svolto come Azione Cattolica. Nel ‘67 entrai nella Democrazia Cristiana e due anni dopo, nel ’69, dopo essermi sposato, entrai nel direttivo della Dc e mi fu attribuito il ruolo di delegato SPES, cioè stampa e propaganda. Poi divenni il segretario amministrativo e nel ’75, dopo otto anni di gavetta, mi presentai come consigliere comunale.

Oggi il consigliere lo si può fare anche subito, basta essere eletto. Prima invece, già per entrare nella lista dovevi batterti. Poi naturalmente si formava anche il carattere, anche perché all’interno non è che tutto fosse facile, vi erano le correnti. Anche se su questo punto, ad Ischia eravamo orientati. Vi era Fanfani, poi dopo tutti andreottiani e infine gavianei. C’era la geopolitica, in Italia. E naturalmente mi sono fatto le ossa. Venni poi eletto e divenni capogruppo».

– Tu hai vissuto l’epoca di Enzo Mazzella. Io da giornalista ho letto ciò che è stata la nostra storia. Noi viviamo nel mito di Enzo Mazzella. Cosa significava fare politica in quel periodo storico e con Enzo Mazzella, che rappresentava l’isola nel partito che aveva realmente il potere?

«Beh, diciamo che è un ricordo pregnante e piacevole, anche perché ti trovavi a svolgere le attività politiche sapendo che avevano uno sbocco reale, vi era una prosecuzione a livello regionale e poi anche a livello centrale attraverso il rapporto che noi avevamo con il ministro Gava. Enzo Mazzella aveva questa capacità. Noi facemmo l’operazione con il Giornale d’Ischia prima che scendesse in campo tuo padre, il quale venne da me, mi ricordo, nel ‘75 quando io diventai consigliere comunale e mi fece una domanda: mi devi indicare una persona che sia in grado di guardarmi le spalle da un punto di vista finanziario, commerciale… non tecnico. Io gli chiesi un paio di giorni e facemmo un incontro con Antonio Pinto. Antonio si aprì subito».

ELEZIONI COMBATTUTE

– Quindi se oggi siamo qui a fare questo giornale è perché Antonio Pinto continua a coprire le spalle, una volta a Domenico e ora a noi…

«Prima che tuo padre scendesse in campo con il giornale, io ebbi un’esperienza presso la Tribuna Sportiva dell’Isola d’Ischia diretta da Mario Cioffi, scrissi anche qualche cosa. Poi venne Franco Conte dal Canada nel ‘71 e mettemmo le basi per l’operazione che doveva portare Enzo Mazzella a candidato sindaco nel ’75. In questa operazione anche finanziaria, perché bisognava trovare delle scorte finanziarie, io divenni amministratore di questa Ischia Press che era una società a responsabilità limitata e vi era un gruppo di finanziatori. Vi era il gruppo di Salvatore Lauro, Leonardo Esposito, l’ing Salvatore Leonessa, io ed altri. Coinvolgemmo i socialisti del tempo, quindi Pietro Di Meglio, Giovanni Di Meglio, poi naturalmente c’erano i giovani rampanti del Partito Socialista: Borgogna, Italiano… insomma un bel gruppo. Orientammo la politica più verso il centrosinistra non tenendo conto che c’era un sostrato che era sostanzialmente di destra, di centrodestra, quindi quando arrivammo al ‘75 pronti per lanciarci Pierino De Angelis fece il golpe, trovò 16 firme su 30 rappresentanti del direttivo e si dimise il direttivo. Venne commissariata la sezione di Ischia e, con il commissario che era gavianeo, noi ci trovammo fuori dai giochi. Noi fummo costretti ad orientarci su Andreotti con Amato che fu consigliere regionale, poi ucciso dalle Brigate Rosse. Allora c’era Pomicino che era sulla rampa di lancio, ma noi fummo costretti ad accettare come candidato Umberto Di Meglio e ci presentammo 15 con Enzo Mazzella e 15 con Umberto Di Meglio e Pierino De Angelis. Vincemmo e prendemmo 17 consiglieri, 8 di Enzo Mazzella, 8 di Pierino e un consigliere ballerino che era Gabriele Trani, il quale, molto furbo scaltro e anche intelligente, si attribuì il ruolo di ricucitore di questo strappo e divenne assessore. Io divenni capogruppo e iniziammo un’azione ai fianchi perché obiettivamente i migliori stavano dalla parte di Enzo, dall’altra vi era un rimasuglio che contava. Certo, anche Pierino si rese conto che Enzo Mazzella era un ariete.

Nel 1978, sempre per la pax socialis, si trovarono le collocazioni. Enzo Mazzella sarebbe andato a fare il sindaco, Umberto Di Meglio si sarebbe dimesso per fare il presidente Evi, Pierino aveva riconosciuto un ruolo politico di riferimento con Gava e noi entravamo come nuovi; io entrai come assessore nel 1978, e così fu fino all’80. Poi vincemmo le successive due elezioni con tanti consiglieri».

LA SANITA’ AI TEMPI DELLE USL

– Nel frattempo la tua vita familiare come si è evoluta?

«Io mi sono sposato nel 1969, nel 1972 è nata Flavia, nel 1974 Marcella. Poi nel 1985 nacque Gioele. Lo chiamai così perché vi era il Carosello e uno pubblicizzava i biscotti della Colussi con un filmato molto bello fatto di cartoni animati: una serie di spiriti benigni e Gioele era il capo. Flavia perché io sono patito dei nomi romani, studioso della storia romana, Marcella piaceva a mia moglie.

Certo, potevo essere un padre migliore, potevo dare molto di più a loro, maggiori attenzioni… a me la politica ha preso tanto, tutte le forze residuali che mi avanzavano dal mondo del lavoro. Ma i miei figli non me lo fanno pesare».

– Negli anni ’80 hai preso ruoli ancora più importanti. Per la sanità cosa significava essere USL invece di ASL?

«USL era Unità Sanitaria Locale, ASL voleva scimmiottare, ma è un ambito sanitario più ampio. Le USL erano 71, noi eravamo la 21, ed eravamo solamente l’isola d’Ischia. La differenza era il rapporto diretto. Quando mancava il personale c’era il referente diretto con il presidente USL, poi vi era il comitato di gestione e noi. Tutto si svolgeva in modo concorde, dal 1986 al 1990. Oggi se si vuol parlare con un referente non si sa a chi rivolgersi perché è tutto sbrindellato. Noi oggi siamo figli di nessuno, è difficile avere qualcosa, prima vi era immediatezza. Io mi sono trovato in difficoltà perché non vi erano infermieri, feci il concorso di primario di medicina, di anestesia, pediatria… poi per gli aiuti, gli assistenti… è stato fatto un lavoro enorme che ho potuto portare avanti perché mi assumevo responsabilità enormi. Poi dal continente vennero professionalità nuove che si innestarono portando novità e qualità. E poi vi era la medicina sul territorio, anche i veterinari misi a concorso. Vi fu una grande azione di sviluppo e ripresa che si interruppe nel 1991, quando si modificarono le cose e siamo entrati in un gorgo dal quale è difficile uscire. Noi non abbiamo rappresentatività a livello regionale, vi è stata la parentesi di Maria Grazia che è stata brava, ma all’opposizione non si poteva fare molto. I nostri rappresentanti di governo, a livelli di Europa e Italia, non li vedo solleciti nelle risposte che ci dovrebbero essere».

LA FASCIA TRICOLORE E POI LA SFIDUCIA

– L’onore della fascia tricolore. Diventare sindaco è stato l’incarico politico forse più importante…

«Me lo sono conquistato sul campo, non me lo hanno regalato. Io nel 1998 sono stato eletto consigliere di opposizione e ho lavorato per scardinare lo strapotere di Giggiotto Telese e degli altri. Lì ho potuto godere degli errori degli avversari. Ad esempio Giggiotto si chiuse facendo passare tutto per lui e ciò creò problemi interni, c’erano quelli che amavano il randagismo politico andando da una parte all’altra… trovammo le firme adatte e necessarie e mandammo Giggiotto a casa.

Io dovevo far ingoiare la mia candidatura ad un mondo che mi era ostile. Dovetti pensare, affiancato da Davide Conte, di entrare all’interno di Forza Italia e creare la mia candidatura. Per vedere se il corpo elettorale era pronto ad accettarmi, mi candidai come consigliere regionale per verificare la risposta sul territorio ischitano e la ebbi con 2400 preferenze circa. Alla mia candidatura non ci credeva nessuno…

Dovemmo fare le liste, Domenico Di Meglio mi diede una mano, si presentò come candidato in una lista solo per dire “il cappello in testa a Peppino lo metto io” nel senso positivo del termine, il nostro rapporto era sempre stato ottimo. Poi c’erano alleanza Nazionale e UDC. Noi di fronte avevamo l’armata con Gino Di Meglio, l’altra con Giggiotto Telese… io non dovevo fare il vaso di coccio tra loro che commisero un errore: trasferirono la politica sull’avvocatese. Loro due sono avvocati e io mi presentavo in modo diverso, per il paese. Ci classificammo primi e la seconda forza fu Gino Di Meglio, con il ballottaggio storico che vincemmo per un voto. Da lì tutti rivendicarono di essere quel voto decisivo.

Divenni sindaco ed ebbi contro l’opposizione più dura dal dopoguerra ad oggi: avevo contro Gino Di Meglio, Boccanfuso, Telese, Di Vaia… dovetti buttare il sangue 4 anni pur di portare finanziamenti ad Ischia come il Polifunzionale e la metanizzazione. Io provenivo da una impostazione Mazzelliana, con l’idea delle grandi opere per passare alla storia e dare un nuovo assetto al Paese».

– L’esperienza da sindaco finì con la sfiducia… “per 50 metri d’asfalto”…

«L’errore che ho commesso è quello di aver creduto nella platea di consiglieri o aspiranti tali. Certo anche l’azione dell’opposizione che diceva che facevo tutto io, era la classica goccia che scava. Molto attivo in ciò era Gino Di Meglio che credeva che mandando me a casa sarebbe diventato lui sindaco, ma la politica non funziona così, anzi lui è sparito dall’agone politico commettendo una serie di errori. Ma la cosa brutta è che mentre io stavo seduto sopra tra Bertolaso e Bassolino, per avere le autorizzazioni per intervenire nelle zone rosse di Monte Vezzi, giù c’erano gli aspiranti golpisti che dovevano pugnalare Cesare che stava sopra. La verità? Fu una liberazione».

IL RITORNO ALLA TERRA

– Politica è Vita, ma poi sono arrivati i nipoti, dopo la delusione politica…

«I nipoti valgono più dei figli. Quando siamo a distanza loro contano i giorni, io le ore e mia moglie i minuti. La vita dei miei figli è stata una vita scelta da loro senza imposizioni, loro hanno scelto di vivere lontano da Ischia e forse non hanno sbagliato. Non c’erano le possibilità per le peculiarità che hanno loro di poter lavorare a Ischia. Sono arrivato quasi a 80 anni, il Parkinson è fuori la porta di ognuno di noi… però l’attività culturale e di lettura, di suoni, di incontri mi danno ancora fiducia».

– Ritorna Testaccio e la terra. Tu la mattina andavi nella terra di Testaccio…

«Quello è il mio buen retiro, anche se ora è diminuita l’attività e mi godo il panorama. Certo la fine della parabola, come nei libri, e io prendo sempre ad esempio Marziale che amo, il quale venuto da Bilbis, città spagnola, vive a Roma e alla fine della sua esperienza a Roma, torna nella sua città natale sposando una vedova. Così ho fatto io, sono venuto da Testaccio e vi sono tornato per governare il mio terreno. Ora col Covid posso fare una piccola attività con la cyclette, ma fino a un mese fa andavo a fare una bella passeggiata con mia moglie. Questa è la mia parabola».

LA POLITICA DEGLI ANNUNCI

– Prima di passare all’attualità, quale è il grande rimorso?

«Avrei potuto fare molto meglio e molto di più di quello che ho fatto. Avrei potuto dare molto di più al Paese, a mia moglie, ai miei figli e amici. Come? Evitando gli errori che ho commesso, che dipendono anche dalla personalità che uno ha. Io sono un tipo apparentemente duttile, ma non sono così. Avevo un’idea per fare molto di più per il Paese, ma il problema di fondo è anche questo. Sai tu dove dobbiamo andare, per dove e come? Lo dico sempre anche a Paolo e Enzo: voi per realizzare il parcheggio pluriplano davanti al tunnel avete impiegato 14 anni. Dal 2006 al 2020 senza appaltare e c’erano 10 milioni di euro come cofinanziamento per project financing. Questo significa che si ha una visione delle cose… Facendo il parcheggio pluriplano anche facile da realizzare, perché quel terreno fu riempito dal terreno che noi spostammo quando facemmo il campo sportivo, si ha una visione del Paese.

E’ una visione asfittica del Paese, di un paese che va a due velocità: una velocità che è quella bassa con fiori ed estetica, ma c’è una periferia urbana completamente abbandonata, anzi ignorata. Questo è sbagliato. Ci vorrebbe più sensibilità e conoscenza. Il problema della politica è questo: bisogna conoscere per poter agire».

– Parliamo di questa nuova politica con social, like, Salvini, Conte, Di Maio, Renzi…

«Ho l’idea che è la politica degli annunci, dell’estetica, una politica minore. La politica maggiore è quella che riguarda Aristotele, che sosteneva che la politica è l’arte del possibile, il possibile aristotelico. Quello che non si può fare si fa perché interviene l’uomo, come animale politico. La politica è questo, è l’arte del buon governo, della mediazione, del saper attendere…. La politica è arte e bisogna essere artisti, questi non sono artisti, sono dei pinturicchi, sono scopiazzatori. Certo che bisogna ringraziarli per ciò che stanno facendo, oggi è una realtà difficile.

Poi nel piccolo noi scimmiottiamo ciò che si fa nel grande. La classe politica non si è formata, servono le sezioni dei partiti dove hai passibilità di incrociare il fioretto o la scimitarra, per poter selezionare la classe politica.

Sembrano tutti parvenu della politica e poi ecco cosa accade, passano da una parte all’altra, creano sigle. Decapitando la Prima Repubblica, per certi versi era giusto perché il grado di corruttela non era sopportabile, si è creato un vuoto con le orde dei barbari. Non vi sono più le personalità politiche, questi hanno lasciato nulla come traccia. Come diceva il Vescovo Pagano di ritorno da una festa della vendemmia da Franco Iacono: mi mise la mano sul braccio e disse “Presidè chist è u lignam e a ca annà ascì ‘e pastur”».

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