domenica, Giugno 20, 2021

Dedicato all’amministratore locale, “yes men” di un gregge asservito al pastore | Gianni Vuoso

Il paese è in un degrado civile, morale e culturale pericoloso, privo di un vero progetto e di quell’autorevolezza necessaria per parlare ai giovani

In primo piano

Gianni Vuoso | Non so se altrove il rapporto fra cittadino e amministratore è simile a quello che abbiamo sulla nostra isola. Forse sì, forse no.
I miei ricordi mi riportano indietro di oltre quarant’anni, quando vivevo nella bergamasca. Da comunista, avevo come interlocutori pubblici dei politici democristiani. A parte le differenze ideologiche e politiche, fra noi c’era una notevole stima reciproca. Da parte loro, c’era il rispetto della informazione, della condivisione..

La giunta decideva di destinare un’area pubblica a parco verde? Convocava un’assemblea per discutere la proposta, per acquisire le opinioni e andare poi, alla ratifica consiliare. Si decideva la istituzione di un balzello? Si seguiva la stessa strada. Le discussioni erano ovviamente animate. Nello stesso periodo, fondai un settimanale “la tribuna” uscito per anni, anche dopo il mio ritorno ad Ischia. Gli articoli, le critiche, le proposte, gli interventi dei lettori non passavano sotto silenzio. Spesso, l’assessore chiamato in causa interveniva per chiarire, per controbattere. Ma sempre, per dimostrare il rapporto chiaro e continuo fra elettore ed eletto. Non ho mai registrato un atto di supponenza, di arroganza. Forse perché al di là delle divergenze politiche e delle diverse colorazioni, c’era una cultura, un senso di civiltà che moralmente, culturalmente, imponeva loro il bisogno di confrontarsi. Dopo quarant’anni, qui, ad Ischia, non riscontro ancora, negli amministratori, lo stesso bisogno.. Certo, si tratta di comportamenti che appartengono sia alla popolazione sia agli amministratori.

Da noi, l’amministratore è un arrogante perché conosce bene i suoi elettori, sa bene che alla gente interessa poco il rapporto democratico, il dialogo sulle varie tematiche, il confronto. E’ maggiormente attratto dai suoi interessi personali e per tale motivo il cosiddetto “politico” gestisce l’elettore come gli pare e antepone, in ordine prioritario, gli eventuali interessi personali rispetto a quelli della comunità.
L’elettore è un suo cliente e il rapporto con l’eletto è un rapporto di clientela, disgustosa, sfacciata, istituzionale perfino. Una delle domande che spesso, viene ripetuta quando si invoca un diritto è “ma tu non conosci nessuno?”. Il lasciapassare per il paradiso sociale.
Questa stessa domanda non l’ho mai sentita quarant’anni fa, per tutto il periodo della mia decennale permanenza…”nell’altra Italia”. Segno di una cultura diversa? Certo. Ma dopo circa mezzo secolo, ad Ischia, siamo ancora al punto di partenza? La boria che contraddistingue molti amministratori locali dà fastidio, offende, crea un abisso fra il cosiddetto “politico” e l’uomo della strada. Qui chi si getta nella mischia decide di farlo perché avverte un bisogno primario che non è certo “il bene del paese”, ma il bisogno di soddisfare un interesse personale. E la cosa più grave è che questa convinzione è diffusa anche tra i giovani. Anni fa, feci gli auguri alla mamma di un giovane appena nominato assessore. La signora, nella sua candida ingenuità, mi ringraziò e precisò che il figlio s’era laureato da poco e decise di candidarsi perché gli dissero che quella era la strada per migliorare la posizione personale e professionale. Tra l’altro non gli mancavano esempi lampanti di professionisti accorsati proprio perché impegnati “là sopra”, in Comune.

Un altro esempio vissuto, mi riporta indietro negli anni, ai tempi in cui feci l’esperienza di amministratore con Gigiotto Telese. Ero davvero convinto (ingenuità?) di essere in un’amministrazione eletta “per cambiare pagina” e con questa convinzione, durante una riunione di maggioranza segnalai degli abusi edilizi in corso. Chiesi di intervenire per bloccarli, per poter “voltare pagina”. Ma un collega di maggioranza informò tutti noi che quei lavori appartenevano ad un suo parente e che quella maggioranza avrebbe dovuto lasciare fare, perché ne faceva parte pure lui, che aveva il compito di difendere il parente abusivo: “Se uno non difende la propria famiglia- disse- a che scopo dovrebbe impegnarsi in politica?”. Un candore incredibile! Ma rivoltante.
Gli esempi potrebbero essere tanti e ancora oggi, sono quotidiani. Infatti, il solco fra istituzioni e cittadino appare sempre più profondo. La domanda che sorge spontanea, e forse ingenua è: perché non si cambia? Perché questo modo sistema fa comodo al “cliente” che potrebbe aver bisogno di un’”assistenza”, una “copertura” politica. E fa comodo a chi gestisce il potere di consolidare e rafforzare la sua posizione. Non parliamo di certi ideali che dovrebbero guidare gli uomini, perché la devastazione degli ideali è stato il vero progetto politico compiuto dai partiti in questi ultimi settant’anni. Ecco perché è un caso raro incontrare qualcuno che crede “crede” ancora in certi ideali e combatte ancora in nome di una sua bandiera.

L’espressione più radicata e diffusa oggi è che “tanto, tutti fan così”. Ma sulla base di questi pensieri sciolti e disordinati, mi sembra necessario fare ancora delle precisazioni. Rivolte proprio a chi amministra.
Per chiedergli: ma chi credi di essere? Fingi di non leggere la stampa locale perché la reputi di basso livello. La stampa avanza delle proposte “per il bene del paese”? Tu non avverti nemmeno il bisogno di esprimere una tua opinione. Probabilmente, perché un’opinione non ce l’hai, così come non sei in grado di pensare, perché appartieni a quel gregge asservito al pastore che decide anche per te. Anche questi comportamenti hanno bisogno di un sostrato culturale che, se non c’è non c’è. Tra l’altro, per diventare amministratore, devi sostenere una sola prova, quella di analfabetismo. Non devi dimostrare altro. E si vede. Ha ragione il collega Giuseppe Mazzella quando scrive (su il dispari di domenica 16 “L’Italia va a fondo con questa Pubblica Amministrazione”) che “Nessun amministratore comunale ha mai partecipato al Forum della Pubblica Amministrazione che si tiene a Roma da oltre 20 anni. Nessun corso di formazione professionale è stato promosso dal Comune da oltre 30 anni. Nessun amministratore sa che cosa sia una giornata residenziale, come le società di consulenza aziendale chiamano i corsi di studio per gli amministratori”. E’ chiedere troppo?

Capisco, queste cose fanno irritare l’amministratore che è stato eletto e che ha dimostrato di essere capace di apporre la propria firma, magari gli strappa un sorriso perché “il potere” ce l’hai lui e perché è davvero convinto che “il potere logora chi non ce l’ha”. A noi non resta che parlare, dibatterci. Senza alcun logorìo, perché i nostri ideali sono ben altri. Un uomo vero, se il nostro amministratore fosse davvero tale, dovrebbe avvertire il bisogno di scendere in campo con le sue idee, per affermare a gran voce “io la penso così”, per aprire un dialogo che fa crescere il paese. Uno scenario che non vedremo facilmente, causa del degrado civile, morale, culturale che stiamo vivendo. Un degrado che ha disperso ogni barlume di autorevolezza e che non permette di parlare ai giovani, lasciati in balìa di qualche prete spavaldo e intraprendente, affidati ad un altro surrogato istituzionale come la chiesa. In questo degrado, non abbiamo certo la speranza di confrontarci su un progetto perché lo stesso amministratore di cui stiamo parlando non è in grado di delineare un futuro, un progetto perché non sa neppure cosa significhi “progettare”..

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1 commento

  1. Parole condivisibili ma “la devastazione degli ideali è stato il vero progetto politico compiuto dai partiti in questi ultimi settant’anni” detto da un comunista…grida vendetta!

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