Cristoforo Di Scala, “Un prete di strada”

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Vincenzo Acunto | Domenica due febbraio, a Panza, c’è stata una bella cerimonia. Il piazzale detto di “Cenerentola”, ha preso il suo nome definitivo in “Piazzale Cristoforo Di Scala sacerdote”. Una cerimonia voluta dal sindaco di Forio, dr. Del Deo che, con il consiglio comunale, ha deliberato l’intitolazione del luogo al sacerdote succhivese. Hanno partecipato il vescovo della diocesi, mons. Lagnese, vari sacerdoti e una calorosa presenza di panzesi e non. Non è agevole scrivere di una persona di cui si è stati amici in vita, con la quale si è fatto un percorso di vita insieme e di cui altri ne parlano e scrivono.

Ricordo ancora oggi il giorno della sua morte, che coincide con quello del mio compleanno, e quello successivo, nel parcheggio di Succhivo, ove si celebrarono i suoi funerali. Tra le diverse parole che si ascoltarono negli interventi dei parlatori, una frase mi infastidì, come ancora oggi mi succede quando la sento, “Gesù è venuto nel suo giardino sulla terra a raccogliere uno dei fiori più belli: Cristoforo”. Una frase pregna di ipocrisia, che non andrebbe usata soprattutto per rispetto ad una famiglia che in quei momenti è dilaniata da un dolore incontenibile. Andai via anche perché non riuscivo a contenere l’emozione. Cristoforo era stato colpito dalla stessa sindrome che, appena tre mesi prima, aveva colpito mio padre che, in quelle ore, con sforzi sovrumani, stava risalendo la china della vita. Era stato però più sfortunato interrompendo il suo percorso terreno ad appena 36 anni. Non riuscivo a capacitarmi che appena un mese prima, durante i festeggiamenti alla “Madonna di Succhivo” –come noi usiamo dire -, incontrando mio padre fuori la chiesa gli disse “Michè si tu vuò stà buon’ rivolgiti a chella là” indicandogli la statua della Madonna.

Non desidero ripercorrere qui le attività del sacerdote Cristoforo di Scala, molto ben riassunte nel volumetto di Francesco Schiano, che ho letto con emozione, e non ho difficoltà a dire che, se mi fosse chiesto del sacerdote Cristoforo, non saprei cosa dire avendo vissuto il periodo in cui egli non lo era, quando nessuno osava nemmeno immaginare o fantasticare che Cristoforo (che noi chiamavamo Chr-stò) potesse avere la “vocazione” per diventare sacerdote. Cristoforo era, per dirla in sintesi, uno di quei ragazzi “vivace/rompiscatole” che mal pativa ogni sorta di regola imposta. Mal pativa il dover stare seduto ad un banco scolastico o stare in casa. Il percorso stradale da S.Angelo a Succhivo, all’uscita dalla scuola, era ritmato dai colpi delle cartelle che Cristoforo ed altri si scambiavano. Amava la strada, l’aria aperta e soprattutto il muoversi.

Gli agrumeti di Succhivo erano la sua palestra quotidiana delle arti, dei mestieri e delle furberie. Non c’era albero che Cristoforo non visitasse, lucertola che potesse tranquillamente almanaccare al sole o pesciolino che potesse nuotare a cava grado senza pensieri. Il “chiappo” era sempre pronto per le lucertole, la lenza per il pesciolino, il “canestro” per qualche “cala cala”. Nei luoghi di svago Cristoforo era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. Un polemista verboso difficile da contenere. Per cui, quando tra noi ragazzi, coetanei o quasi, si diffuse la notizia che Cristoforo con Giorgio Iacono, suo compagno di classe, anche lui di S.Angelo, era entrato in seminario, tutti scommettemmo che Giorgio sarebbe diventato prete e di lì a qualche settimana Cristoforo sarebbe ritornato a Succhivo ad organizzare scorribande o partite di pallone (la foto di lato riprende Cristoforo e Giorgio vestiti da seminaristi con taluni di noi e Don Vincenzo Fiorentino all’insediamento di Avallone a Casamicciola).

Le cose andarono esattamente all’opposto. Giorgio lasciò la tonaca e diventò un ottimo medico e Cristoforo, contro ogni previsione, diventò un ottimo sacerdote. Finalmente poteva dare sfogo alla sua indole di parlatore senza che qualcuno lo interrompesse. Bisogna riconoscere che Cristoforo capì per tempo che i ragazzi non avrebbero continuato ad accettare una chiesa troppo intrisa di “dogmi spesso vuoti e incomprensibili” o da contraddizioni che negli anni 70 andavano manifestandosi con ritmo crescente, viste le crepe che si formavano, nei seminari, ove i filtri di ingresso si allentavano sempre di più soprattutto verso le incertezze di genere degli aspiranti preti. Incertezze che hanno portato alle macerie di oggi. Cristoforo era uomo senza incertezze, aveva un bel fisico atletico e ritengo che, senza saperlo, con il suo fascino di uomo latino, definito e rassicurante, invase più di qualche immaginario femminile. Cristoforo era un ragazzo schietto, diretto ed immediato.

Non aveva remore a dire quel che pensava. Utilizzava il linguaggio più idoneo al momento, al luogo e agli interlocutori. Senza avere troppi riguardi né per la forma né per la sintassi. Le testimonianze che i “ragazzi di Cristoforo” hanno reso nel corso della cerimonia del 2 febbraio (talune anche emozionanti), confermano che il passo di Cristoforo nella chiesa isolana era quello giusto. Don Cristoforo coinvolgeva i ragazzi della sua parrocchia in tutto ciò che faceva e spesso li andava a cercare per strada. Io, fisicamente, li conosco tutti e li ho anche individuati, oggi adulti, alla cerimonia di cui si parla. Essi sono cresciuti senza devianze particolari e confermano che, quando in una comunità si indovina la nomina del prete, quella comunità cresce bene.

Cristoforo oggi lo si definirebbe “un prete di strada”, antesignano di tanti suoi colleghi che, poi, sono venuti in realtà difficili. A dire il vero, ho provato anche ad immaginarlo, a discutere, oggi, con quei suoi colleghi che si presumono “portatori del verbo”. La sua reazione verso chi, per darsi un tono, usa, di solito, dire “come diceva …quel santo lì o quell’altro pure”, sarebbe certamente stata: “Ma famm’ capì: tu ca capa toia ch’ pienz’?” e “Si nun si capac’ e penzà ca capa toia, è megl’ ‘ca te ne vai a ffà na’ cammenat’! ”. Peccato, per l’isola d’Ischia, che il sacerdote Cristoforo Di Scala sia morto troppo prest |

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