venerdì, Giugno 18, 2021

“Chi vo ‘u male e ‘llate, ‘o ssuie sta aret ‘a port”.

In primo piano

Se sono contento del voto al Senato che ha evitato gli arresti domiciliari a Domenico De Siano? Certo! Lo sono per l’amico, ma soprattutto per l’uomo, perché la privazione della libertà personale, qualsiasi sia la misura che la prevede, rappresenta una condizione che non può essere augurata neppure al proprio peggior nemico. E poiché i miei editoriali su questa testata testimoniano lo stesso modo di pensare anche in occasione dell’arresto dell’attuale sindaco d’Ischia, non vedo alcun motivo plausibile per cambiare idea. Ci mancherebbe!

davide-188x80Dissertare sulla presunzione d’innocenza è un abc che proprio non mi appassiona e, in tutta onestà, sarebbe come trattare i nostri Lettori al pari degli studentelli alle prime armi con l’inglese di “the pen is on the table” o col latino di “rosa rosae”: il loro palato, a mio giudizio, è sufficientemente fine da richiedere un ragionamento di respiro ben più ampio, da cui naturalmente non mi sottraggo.

Chi è Domenico De Siano? Un uomo ambizioso, sfrontato, in alcuni tratti anche spregiudicato. Per quanto mi riguarda, per essere un amministratore pubblico “prima maniera”, egli conserva nel suo modo di fare la rara capacità di distinguere il rapporto politico da quello personale, evitando il più delle volte che le due strade vadano ad intersecarsi pericolosamente. Ma soprattutto, Domenico è persona decisamente benestante. Ciò premesso, non sto certo dicendo che sia uno stinco di santo per antonomasia, oppure che la sua storica visibilità politica non lo abbia potuto facilitare nel concretizzare operazioni imprenditoriali comunque alla sua portata: semplicemente, sono convinto del fatto che egli non abbia certo bisogno della politica per arricchirsi, specie ricorrendo a quei mezzucci propri di disoneste “mezze figure” e non certo dei “carichi”.

Una richiesta di carcerazione preventiva a fronte di accuse connesse a fatti tutt’altro che recenti e senza che appaia dimostrata la sussistenza di concrete esigenze cautelari, sebbene avallata da un G.I.P. di tutto rispetto come la Dott.ssa Picciotti, presta il fianco a più d’una valutazione sui lati inaccettabili del nostro sistema giudiziario. Molti sostengono che se De Siano non fosse stato Senatore e coordinatore regionale di un partito, per giunta di centrodestra e legato ai Cesaro, non avrebbe mai avuto questo tipo di problema. Al di là di questo obsoleto qualunquismo, credo invece come dato di fatto che, se egli non avesse goduto dello scudo parlamentare, si sarebbe trovato a scontare la misura degli arresti domiciliari per chissà quanto tempo, pur avendo ottenuto dal riesame l’espunzione dall’alveo della contestazione accusatoria del reato (gravissimo) di associazione per delinquere. Questo, ovviamente, con tutte le conseguenze che il politico, ma soprattutto l’uomo e l’imprenditore, sarebbe stato costretto a subire.

In un paese civile degno di tale definizione, nel 2016, è impensabile arrestare un individuo o comunque limitarne la libertà, lasciando che indagini e processi richiedano tempi biblici e fin troppo spesso terminino con un’assoluzione o –peggio ancora- una prescrizione. Penso per un attimo a Maria Grazia Di Scala, che ancora oggi dopo ben quattro mesi vive da rappresentante delle istituzioni l’imbarazzo dell’obbligo di firma, o a Luciano D’Alfonso (Sindaco PD di Pescara, arrestato ingiustamente nel 2008 con ben venticinque capi d’accusa puntualmente decaduti cinque anni dopo), o ancora a Giuseppe Gulotta (21 anni di detenzione per l’ingiusta accusa di duplice omicidio poi decaduta con la revisione del processo); e senza voler scomodare Enzo Tortora con tanto di rischio d’irriverenza, potremmo star qui a menzionare migliaia di altre persone costrette da un giorno all’altro a fare i conti per troppo tempo con l’onta della carcerazione, sotto la scure spesso impietosa della Magistratura e dell’immaginario collettivo, ritrovandosi poi innocenti sì, ma con le tasche vuote ed una dignità da ricostruire che spesso fa il paio con la perdita del posto di lavoro o del proprio fatturato aziendale e, perché no, con una carriera politica irrimediabilmente interrotta e compromessa.

Né Berlusconi (che tanto ne ha sbandierato la necessità), né Prodi, né Monti, né Letta e men che meno Renzi sono stati in grado, fino a questo momento, di metter mano in modo serio e concreto alla riforma della giustizia in Italia. Nel frattempo, di provvedimenti discutibili se ne continuano a vedere tantissimi; e di contro, la fiducia dell’italiano medio nella giustizia di casa nostra si affievolisce sempre di più. Spesso, nel bel mezzo di una campagna elettorale oppure poco dopo l’annuncio di una candidatura di rilievo, arriva puntuale l’avviso di garanzia di turno o il rinvio a giudizio inaspettato come un fulmine a ciel sereno. Come dimenticare il baranese Giosi Gaudioso, assurto agli onori delle cronache per essere stato arrestato la notte successiva alla chiusura della campagna elettorale e risultando eletto con ampio suffragio ancorché recluso in quel di Poggioreale e, anni dopo, assolto con la formula più ampia per insussistenza del fatto. Giustizia ad orologeria? Non oso azzardare questa sventurata ipotesi, ma forse anche per questo rimarcare un confine tra il potere politico e quello giudiziario diventa impresa sempre più ardua, senza considerare che l’entità delle azioni di risarcimento da parte di chi ha subito ingiustizie del genere ricadono esclusivamente sulla collettività.

Mi piacerebbe vivere in un Paese dove la certezza del diritto fosse realmente tale; ma anche in una collettività che non fosse sempre pronta, a mo’ di fucile puntato, a bollare come “mariuolo” chiunque decida di spendere una parte del proprio tempo a favore del Paese, salvo verificarlo con eclatanti dati di fatto. Quest’ultimo aspetto in particolare, in un contesto sociale maturo, dovrebbe essere rimosso impietosamente, perché pare rappresentare una forma di ancestrale frustrazione, un’orribile valvola di sfogo attraverso cui sono in tantissimi a procurarsi goduria. Ecco perché, come ho scritto due giorni fa su Facebook, prima di godere delle disgrazie altrui, ciascuno di noi farebbe bene non solo a ricorrere a ben più piacevoli forme di godimento, ma anche a ricordare l’antico detto napoletano che non sbaglia mai: “Chi vo ‘u male e ‘llate, ‘o ssuie sta aret ‘a port”.

 

 

 


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3 Commenti

  1. Penso che si tratti del punto di vista di chi si sente più uomo politico che comune cittadino.Per cui il fatto che un uomo politico veda intralciata la sua carriera da provvedimenti discutibili del potere giudiziario,abbia una importanza maggiore della storia di un cittadino qualunque che si fa qualche anno di carcere prima di essere riconosciuto innocente.Certo,La giustizia dovrebbe essere amministrata meglio,in Italia,ma nell’interesse di tutti i cittadini,sopratutto i più indifesi.E chi decide di fare politica (come sappiamo,sempre nell’interesse del popolo)dovrebbe avere la pazienza di aspettare che i giudici siano convinti della sua correttezza,quando ci sia qualche dubbio.La vita continua in Italia,anche mentre qualche rappresentante del popolo viene rallentato nella sua memorabile attività di governante da qualche petulante richiesta dei giudici.

  2. Ti rispondo, caro “Observer”, anche se non prediligo farlo con chi si presenta sotto pseudonimo. Tuttavia, devo invitarTi a rileggere meglio l’articolo, dove troverai l’esempio di Giuseppe Gulotta: un cittadino “comune”, appunto, ammesso che un politico non possa essere definito “cittadino comune”, visto che tra i politici non tutti sono parlamentari. Quello della “pazienza di aspettare”, credimi, è un concetto del tutto opinabile: situazioni come quelle descritte, per poterle giudicare, bisognerebbe viverle. E guai se la vita non continuasse: meglio, però, se fosse un po’ più “giusta” per tutti.

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