Secondo un recente articolo de Il Sole 24 Ore, il turismo termale in Italia sta vivendo una fase di forte rilancio: aumentano le presenze, crescono i ricavi e il Governo guarda al settore come a uno dei motori su cui puntare per la destagionalizzazione e la qualità dell’offerta turistica.
Non solo: è in arrivo un disegno di legge che mira a rafforzare ulteriormente il comparto, anche attraverso l’incremento dei rimborsi per le cure termali da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Un segnale politico ed economico chiaro: le terme non sono un residuo del passato, ma una risorsa strategica per il futuro. Eppure, in questo scenario di espansione, c’è un luogo simbolo del termalismo italiano che va clamorosamente in controtendenza. Parliamo di Ischia, patria storica delle acque termali, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo per le proprietà terapeutiche delle sue sorgenti.
L’isola che ha costruito una parte decisiva della propria identità e della propria economia proprio sulle terme, oggi risponde al ritrovato boom nazionale con la chiusura perdurante delle sue Terme Comunali, ferme ormai da quasi due anni. Un paradosso difficile da accettare. Mentre altrove si investe, si rilancia e si programma, a Ischia si è da tempo staccata la spina a una delle strutture-simbolo della tradizione termale pubblica. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: storici dipendenti dello stabilimento rimasti senza lavoro, costretti alla disoccupazione o a una faticosa ricollocazione autonoma, e un patrimonio collettivo che resta inutilizzato. E non è tutto.
Proprio in queste ore, la società Alga del dottor Antonio Fimiani, ultima ad occuparsi tra mille difficoltà della gestione dell’azienda comunale, sta materialmente liberando l’immobile che ospitava le “Terme di Ischia”. Un gesto concreto che segna la fine di una fase e lascia aperta una nuova ferita nella storia termale più recente dell’isola.
Nel frattempo, l’amministrazione comunale guidata da Enzo Ferrandino ha conferito un incarico a un geologo proveniente dalla terraferma per occuparsi di tutto ciò che è necessario a subentrare nuovamente nella gestione e, in particolare, nella concessione allo sfruttamento delle acque termali. Sulla carta, potrebbe sembrare un passaggio tecnico.
Nella realtà, però, il contrasto con il quadro nazionale è stridente. Mentre lo Stato prepara norme per potenziare il termalismo e aumentarne l’accessibilità attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, Ischia – che di quel termalismo è stata per decenni ambasciatrice nel mondo – resta con le saracinesche abbassate e non è in grado, attraverso la sua pseudo-classe dirigente, di fornire tempi certi e modalità adeguate per garantire in via definitiva una corretta e articolata offerta termale in casa propria. Per chi conosce Ischia e la sua storia, tutto questo rappresenta un inaccettabile paradosso: non si tratta solo di economia o di turismo, ma di identità.
Ischia senza le sue terme pubbliche è come un’orchestra senza strumenti. In un momento in cui l’Italia riscopre e valorizza il salus per aquam, Ischia sembra dimenticarlo. Ma soprattutto, proprio il Comune di Ischia, da sempre capofila delle iniziative più importanti seguite poi a ruota dalle altre cinque amministrazioni locali, sta dimostrando totale incapacità di gestione del patrimonio e del territorio, creando una dicotomia sempre più forte tra domanda e offerta turistica, tra ospitante e ospiti, tra chi dovrebbe fare di tutto per favorire i repeater e invece, di fatto, tende ad allontanarli delusi.
E allora la domanda è inevitabile: com’è possibile che proprio qui, dove il turismo termale è praticamente nato e si è affermato come eccellenza indiscutibile, si scelga la strada dell’arretramento? Se davvero il settore è strategico, Ischia dovrebbe esserne la punta di diamante, non l’eccezione negativa. Continuare così significa rinunciare a un pezzo di futuro. E questo, oggi più che mai, non ce lo possiamo permettere.



