“Bilanciamento” tutela della salute e il diritto alla tutela della privacy

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Avv. Giuseppe Di Meglio | L’art. 32 della Costituzione prevede che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Secondo il dettato costituzionale, la Repubblica ha il dovere di tutelare la salute, considerata un bene indisponibile dei singoli e della società, e deve attivarsi per scongiurare le situazioni di pericolo per la salute collettiva, come la diffusione della pandemia Covid-19.
In presenza di un pericolo diretto per la salute dell’insieme degli altri consociati, l’esigenza eccezionale di tutela della dimensione collettiva della salute può legittimare il sacrificio della libertà dell’individuo e del diritto alla riservatezza dei dati personali, che, non essendo diritti assoluti, devono necessariamente bilanciarsi con altri interessi pubblici.
Il diritto alla privacy ed alla riservatezza non trova una espressa tutela nella Carta Fondamentale e quindi soccombe innanzi alla preminenza del diritto fondamentale della salute della intera collettività, che ha rango costituzionale.

Con la sentenza n. 11994 del 6.5.2017, la Corte di Cassazione, trattando una fattispecie analoga, si è espressa sul caso del contrasto tra diritti o interessi della persona, in particolare quello configurabile tra il diritto alla privacy di dati sensibili di natura sanitaria e il diritto alla salute della collettività, ritendendo di dover considerare prevalente il diritto all’incolumità fisica della collettività contro il diritto alla difesa dei dati personali, affermando che in questi casi il trattamento (comunicazione) deve essere in realtà considerato un trattamento doveroso. La medesima Corte ha, quindi, escluso la sussistenza della responsabilità penale e civile, a titolo di risarcimento del danno.

Ed ancora il trattamento di dati personali e, specialmente, di dati sanitari trova disciplina nell’art. 9 del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, il quale prevede che “è vietato trattare dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona”. Ma al contempo, al comma secondo del predetto articolo, si precisa ancora che tale divieto non opera in alcune ipotesi, ovverosia quando “il trattamento è necessario per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, quali la protezione da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero o la garanzia di parametri elevati di qualità̀ e sicurezza dell’assistenza sanitaria e dei medicinali e dei dispositivi medici, sulla base del diritto dell’Unione o degli Stati membri che prevede misure appropriate e specifiche per tutelare i diritti e le libertà dell’interessato, in particolare il segreto professionale (lettera i, comma secondo, art.9). Non ultimo si deve anche rilevare che, proprio nella premessa di tale regolamento, al punto 4 dei Considerando, la stessa UE precisa che “Il trattamento dei dati personali dovrebbe essere al servizio dell’uomo. Il diritto alla protezione dei dati di carattere personale non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità.”

Il nostro Governo, in aderenza a tale principio, all’art. 14, comma 2 del D.L. 14/2020, ha previsto che il diritto alla riservatezza dei dati personali non può prevalere sullo svolgimento delle iniziative connesse alla “emergenza sanitaria in atto. D’altronde, non potrebbe essere diversamente in quanto la norma costituzionale va qualificata come disposizione di fonte primaria del diritto, che prevale necessariamente sulle legislazione ordinaria, che è secondaria e non può comportare la elusione dei principi costituzionali. Il privato, infatti, può esigere che siano riservati dati relativi alla propria salute, ma non può imporre che essi restino prerogativa del privato in quanto – in ossequio al principio naturale del “naeminem laedere” – è legittima la attenuazione del diritto personale alla “privacy”. Si tratta, quindi, di un preciso obbligo che discende dalla natura stessa dell’interesse tutelato che, inerendo alla salute e integrità psico-fisica, è di natura indisponibile e non sottoponibile ad una facoltà di scelta del malato. Il contenimento della pandemia Covid-19 necessita di grandi sforzi, tra cui il sacrificio della privacy del singolo individuo e la diffusione dei nominativi delle persone contagiate, così da poter monitorare gli spostamenti ed i contatti più recenti, così da poter arginare la diffusione del virus.

Ritengo, pertanto, che i Sindaci e la ASL debbano notiziare i cittadini, che ne facciano richiesta, affinchè coloro che siano venuti a contatto con soggetti, portatori del Corona-virus, possano adottare tutte le necessarie precauzioni a tutela della propria salute e dei familiari. In tale ottica si è espresso favorevolmente con parere del 3 Marzo scorso anche il Garante della privacy proprio in relazione ad un quesito formulatogli in riferimento ai provvedimenti governativi del 23.2.2020.

1 commento

  1. Analisi accurata ed esposizione molto chiara. Sono perfettamente d’accordo con l’orientamento espresso dall’Avv. Giuseppe Di Meglio.

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