Assolto l’ex assessore Zavota dopo la condanna in primo grado. La Corte di Appello: “non sussiste il reato di tentata concussione”

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Due modi di vedere la vicenda di due collegi diversi che si sono immersi in una storia che si è consumata diversi anni fa nel comune di Lacco Ameno e che ha coinvolto un ex assessore, il responsabile dell’Ufficio tecnico e un cittadino che si riteneva essere stato oggetto di un tentativo concussivo.

In primo grado il tribunale aveva condannato l’esponente della Giunta Irace e assolveva il tecnico comunale. Con questo dispositivo: «Dichiara Zavota Giovan Giuseppe colpevole del reato ex art. 56 – 317 codice penale (tentata concussione, ndr) di cui al decreto del procedimento n. 14282/2013 riunito e lo condanna alla pena di anni due di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali. Letto l’art. 317 bis codice penale, applica a Zavota Giovan Giuseppe la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque. Pene sospese per il termine ed alle condizioni di legge. Letti gli artt. 538 e 541 codice di procedura penale, condanna Zavota Giovan Giuseppe al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separata sede. Condanna Zavota Giovan Giuseppe al pagamento in favore della costituita parte civile delle spese processuali, che si liquidano in complessivi euro 6.000 (oltre Iva e Cpa).

Letto l’art. 530 comma 2do del codice di procedura penale, assolve Zavota Giovan Giuseppe dal reato a lui ascritto al capo A) del decreto emesso nel procedimento 18980/12 perché il fatto non sussiste. Assolve Ungaro Crescenzo dal reato a lui ascritto al capo B) del decreto emesso nel procedimento 18980/12 – in esso assorbito quello a lui ascritto al capo A) – perché il fatto non costituisce reato».

A circa quattro anni da questa decisione, è arrivata la riforma in toto da parte della Corte di Appello, che ha assolto l’assessore ritenuto colpevole di tentata concussione e ha modificato l’assoluzione del tecnico dichiarando i reati prescritti. Questo il dispositivo della Corte: «Assolve Zavota Giovangiuseppe dal reato di tentata concussione perché il fatto non sussiste e revoca, nei suoi confronti le statuizioni civili e la condanna alla rifusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile. Dichiara non doversi procedere nei confronti di Ungaro Crescenzo in ordine al reato di cui all’abuso d’ufficio dell’imputazione perché estinto per intervenuta prescrizione. Condanna Ungaro Crescenzo al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita rimettendo le parti avanti al giudice civile per la liquidazione nonché alla rifusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile per entrambi i gradi di giudizio, che limita complessivamente in euro 2300 di cui euro 2000 per oneri e euro 300 per le spese calcolate al 15% oltre Iva e Cpa per legge».

TUTTE LE ACCUSE

In questa storia parlano essenzialmente gli atti e ciò che è stato prodotto in dibattimento. E’ essenziale dall’accusa più grave rivolta allo Zavota, di tentata concussione, avendo secondo l’accusa fatto valere il ruolo politico di assessore ricoperto all’epoca a Lacco Ameno: «Perché, abusando dei suoi poteri correlati alla sua qualità di assessore comunale, nel prospettare al Senese la possibilità di dare il suo consenso, necessario al Senese Vincenzo per l’ottenimento del titolo di assentimento edilizio presso l’ufficio tecnico comunale, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco ad indurre il Senese a promettergli indebitamente il danaro corrispettivo dei lavori edili a farsi a cura dell’impresa edile di cui Zavota è titolare, con la seguente affermazione: “… però si intende Vincenzo che se vuoi fare il lavoro vicino casa mia, pare che devo farlo io, non deve farlo un altro… Bravo, io ti faccio fare il lavoro e io devo fare la casa…”, non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla sua volontà».

L’ipotesi di abuso d’ufficio era contesta a Zavota e a Ungaro e anche all’ex sindaco Pascale, che venne però prosciolto all’udienza preliminare dal gup. Per questo singolo capo l’ex assessore venne assolto già in primo grado, così come Ungaro: «Perché nelle qualità indicate in epigrafe, in concorso e previo accordo tra loro, Zavota quale istigatore e beneficiario, Pascale (prosciolto all’udienza preliminare, ndr) e Ungaro, nello svolgimento delle funzioni pubbliche indicate, in violazione di norme di legge o di regolamento, in particolare delle disposizioni di cui all’art 5 del Piano Particolareggiato di Recupero degli insediamenti baraccali post terremoto del comune di Lacco Ameno, al fine di procurare intenzionalmente allo Zavota un ingiusto vantaggio patrimoniale (derivante dal mancato deprezzamento della proprietà confinante con l’immobile del Senese) ovvero arrecando danno ingiusto a Senese Vincenzo, illegittimamente negavano a questi il rilascio del titolo di assentimento edilizio, che gli avrebbe consentito l’adeguamento e l’innalzamento del manufatto per circa un metro e mezzo, al cui ottenimento il Senese aveva ed ha tuttora diritto, parimenti ad altri cittadini, proprietari di immobili con le medesime caratteristiche edilizie, ai quali invece i permessi edilizi sono stati rilasciati».

Assoluzione anche per il reato di falso ideologico contestato sempre al responsabile dell’Ufficio tecnico Ungaro: «Perché, in esecuzione di medesimo disegno criminoso, al fine di eseguire il reato di cui all’abuso d’ufficio, quale pubblico ufficiale, formando un atto nell’esercizio delle sue funzioni di responsabile dell’UTC comunale, nella relazione tecnica istruttoria del 17.6.2010, di cui alla richiesta di permesso di costruire avanzata dal Senese, attestava falsamente che l’immobile del sig. Senese “…sviluppa due piani fuori terra con sottotetto praticabile ma non abitabile per cui la definizione di “casa baraccata” è appropriata…”, mentre l’immobile è costituito da un piano più il sottotetto praticabile ed ha i requisiti per essere definito “baracca”, assentibile ex art. 5 del Piano particolareggiato di recupero degli insediamenti baraccali post terremoto».

LA TESTIMONIANZA DI TUTA IRACE

Questi sono i capi d’imputazione sui quali si sono incentrati i due processi. In Corte di Appello il ricorso era stato proposto dallo stesso imputato tramite il suo difensore di fiducia avv. Fabio Scarlato, mentre l’assoluzione dell’Ungaro era stata impugnata dal procuratore generale su sollecitazione della parte civile Senese. Sono stati diversi i politici che sono sfilati in tribunale per raccontare il rapporto che si instaurò con la cittadinanza e i rapporti che lo stesso sindaco dell’epoca intrattenne con il Senese, che si riteneva essere stato danneggiato nella sua richiesta di eseguire degli interventi edilizi presso la sua proprietà. Tuta Irace riferiva: «Sono stata sindaco dal 2007 al 2012 e in quel periodo Zavota era assessore con delega all’Ambiente. Ho conosciuto il Senese e se ben ricordo nessuno mi ha mai sollecitato la pratica che interessava Zavota. Conosco Senese perché quotidianamente veniva al comune per perorare la sua pratica. Io in quelle occasioni gli feci capire che non era mio compito valutare le richieste provenienti dai cittadini all’Ufficio tecnico. E questo l’ho fatto con tutti. Sono stata sindaco fino al 2012 con una maggioranza forte e dopo lo scioglimento ricordo che lo Zavota non venne rieletto in Consiglio comunale».

Confermando che sia Zavota che Pascale all’epoca erano suoi assessori e che ella stessa nominò Ungaro responsabile dell’Ufficio tecnico. Confermando di conoscere la parte civile e quali fossero le sue istanze: «Conoscevo la pratica che era in via di esame perché il Senese era quasi sempre presente nei corridoi del comune. Da lui ricevetti una denuncia orale di cui non ricordo esattamente i passaggi».

E raccontò al tribunale anche quali furono i suggerimenti che lo stesso diede per risolvere la questione e di sottoscrivere anche eventuali lamentele: «Dissi al Senese di rivolgersi agli organi competenti o di presentare un’istanza al protocollo comunale per avere delle risposte dagli uffici preposti. Lui denunciava – spiegando poi al tribunale – che sulla sua vicenda non c’era alcuna attenzione da parte dei nostri uffici. Gli risposi di sottoscrivere una denuncia e di presentarla. Se ricordo bene, gli ho parlato al massimo due volte e non ricordo se in quelle circostanze mi fece dei nomi».

Di incontri ce ne sarebbero stati diversi e tutti focalizzati sui diversi aspetti della vicenda molto complessa. Precisando di «non ricordare se durante quei contatti con il Senese io mi fossi impegnata a chiedere informazioni all’Ufficio tecnico. Ricordo solo che in un incontro in particolare era presente il consigliere comunale William Vespoli».

IL RACCONTO DI GIACOMO PASCALE

Anche l’ex imputato Giacomo Pascale ha dovuto sedere sul banco dei testimoni per raccontare il ruolo, le conoscenze sulla pratica Senese, i rapporti intercorsi con gli altri colleghi della Giunta. Precisando che «Dal 2007 al 2012 sono stato assessore insieme allo Zavota. Quest’ultimo con delega all’ambiente dal 2008. Io invece avevo la responsabilità dell’edilizia privata e demanio. Ricordo che preparammo ed approvammo in Consiglio comunale il recupero dei quattro rioni delle zone baraccali. Ricordo che il Consiglio comunale decise anche di consentire un intervento di recupero di quelle strutture che avessero le stesse caratteristiche delle baracche del terremoto con delle precise limitazioni e tali che non modificassero lo stato dei luoghi ed evitassero un forte impatto ambientale. Le istruttorie sono state portate avanti con lo stesso criterio di cui alla delibera consiliare e alle direttive della Soprintendenza. La pratica Senese non ottenne l’autorizzazione per una serie di motivi di natura tecnica. A fronte di questa decisione il Senese presentò ricorso al Tribunale amministrativo regionale che venne respinto dando ragione al Comune di Lacco Ameno, ritenendo l’atto più che legittimo. Posso altrettanto riaffermare che non ho subito pressioni di alcun genere né per favorire Zavota e né per creare un danno al Senese».

Ricordando altresì di essersi attivato per cercare di trovare una soluzione alla “pratica” per un incontro tra il collega di Giunta e la parte civile che si lamentava di aver subito troppi ostacoli alle sue richieste: «E di aver chiamato Zavota per un incontro con il Senese in modo da potersi avere un chiarimento tra i due senza che io avessi una conoscenza piena dell’oggetto che contrapponeva i due. Non sapevo di sicuro di questa pratica inerente il recupero dell’immobile…».

Per la verità il pubblico ministero nella requisitoria dinanzi ai giudici di primo grado non fece sconti. Chiese per entrambi gli imputati condanne “esemplari”. Ritenendo di aver provato la penale responsabilità di Giovan Giuseppe Zavota con una richiesta a quattro anni di reclusione. Poco più bassa la richiesta per Crescenzo Ungaro, per il quale la pubblica accusa si era fermata alla condanna a tre anni. Richieste che non hanno trovato mai la luce, in considerazione che in primo grado il tribunale condannò Zavota a due anni e assolse Ungaro. Per poi sostanzialmente modificarsi con la lettura del dispositivo della Corte di Appello, che ha assolto l’assessore e dichiarato prescritto il reato di abuso d’ufficio per il tecnico comunale, mentre per il falso ideologico rimaneva l’assoluzione non avendo il procuratore generale impugnato il giudizio di primo grado.

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