Assolto dall’accusa di stalking, era lui il perseguitato

    In dibattimento i testimoni hanno riferito che era l’ex fidanzata dell’imputato a rendergli la vita impossibile, controllandolo sul posto di lavoro e a casa

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    L’accusa di stalking nei confronti della ex fidanzata è caduta al vaglio dibattimentale. Il tribunale ha assolto F.P. con la formula perché il fatto non sussiste. Non c’è stata alcuna attività persecutoria, né si era reso responsabile di messaggi, minacce e telefonate nei confronti della sua ex. Questa sentenza smentisce quanto la parte offesa ebbe a dichiarare nella fase delle indagini preliminari. Ricostruzione che in sede di processo è stata ribaltata dagli ultimi testimoni, che hanno riferito che la vera vittima era l’imputato, che di fatto veniva perseguitato dalla gelosia della sua ex fidanzata, che non si era mai rassegnata alla separazione e che anzi era diventata ancora più insistente quando lui aveva trovato un nuovo amore.

    Il pubblico ministero nelle conclusioni, pur di fronte ad un quadro probatorio per nulla favorevole alle sue tesi o comunque carente, ne aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.
    A confermare che c’era stata un’attività persecutoria della donna verso l’uomo due amiche di entrambi. Una situazione incresciosa, che aveva comportato per l’imputato anche seri problemi sul posto di lavoro, come ha raccontato il suo diretto superiore: «All’inizio questa ragazza creava una serie di problemi. Durante il lavoro in sala è vietato portare dei cellulari, ma lui il primo anno lo teneva in tasca e in quelle occasioni lei continuamente gli telefonava. Una situazione delicata, tant’è vero che io lo richiamai a non utilizzare il telefonino. In seguito lui mostrò più attenzione nel lavoro. Un periodo difficile, tant’è vero che capimmo il suo stato d’animo».
    A fronte di una richiesta di condanna ad un anno di reclusione, la difesa ha sottolineato l’assenza di riscontri alle accuse mosse dalla parte offesa, basate esclusivamente sulle sue dichiarazioni.

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