Apple a Napoli: necessità di autostima collettiva

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4ward di Davide Conte

Un anno e mezzo fa fui tra i pochi fortunati italiani ad assistere al seminario di Eric Schmidt, patron di Google, in quel de “La Sapienza” a Roma e fui colpito da due sue espressioni in particolare: “Voi Italiani avete pieno diritto a lamentarvi dei problemi, ma dovreste però trascorrere più tempo a risolverli.” e “Negli Stati Uniti il numero di iscritti alle facoltà universitarie di informatica aumenta di anno in anno. Qui da voi quest’orientamento ancora non si intravede e per l’Italia noi siamo spesso costretti a trovare all’estero i profili da assumere.

davide-188x80Quando oggi (ieri -ndr) ho appreso la notizia che Apple impianterà a Napoli il primo Centro di Sviluppo App iOS d’Europa, ho gioito come per un gol di Higuain contro la Juventus. Sì, perché in linea con quanto disse Schmidt, riecheggiatomi istantaneamente, mentre il nostro Paese e la nostra gente si arrovellano senza soluzione di continuità nelle discussioni sulla mai risolta questione meridionale italiana, mentre continuano ad imperversare i cori razzisti da stadio contro chi vive al di sotto di Roma, mentre i filo-LGBT di tutto lo stivale dissertano al pari di un trattato di letteratura contemporanea sul “frocio, finocchio” rivolto da Sarri a Mancini al termine di Napoli-Inter di Coppa Italia, Tim Cook viene fresco fresco da Cupertino a riconoscere l’innata creatività multimediale europea, regalando a Napoli una partnership che creerà ben seicento posti di lavoro e, soprattutto, una formazione didattica per chi dovrà formare i programmatori e gli imprenditori del futuro nella new economy .

A quanto pare, la crisi che tanto ispirava Einstein e che da anni rappresenta -per lo più a giusta ragione- la strega cattiva che impedisce a molte piccole e medie imprese italiane sia di decollare, sia di galleggiare, non spaventa più di tanto Apple, che nel mercato di casa nostra trova terreno fertile come in tutta l’Europa: nel vecchio continente, infatti, l’azienda fondata da Steve Jobs (di cui presto anche ad Ischia si potrà vedere sul grande schermo il film-biografia) conta ben un milione e seicentomila dipendenti, di cui il 75% in App Store, ovvero il negozio on line dove poter acquistare tutte le applicazioni del brand con la mela. E nel decidere di investire in formazione, ecco che sceglie di farlo in una delle città italiane più vituperate per antonomasia, nella patria della camorra, dei furbi, dei fannulloni, della pizza, del babà, della sfogliatella e di tutti quei maledetti luoghi comuni che offuscano sia la sua bellezza, sia le potenzialità di un territorio splendido e ricco di storia, sia di un popolo che quanto a genio, creatività ed intelletto non è certo secondo a nessuno.

La scelta di Apple non può lasciarci indifferenti e non solo perché rispecchia la tesi tanto pragmaticamente indicata da Schmidt, ma perché ci dimostra a chiare lettere quanto la nostra miopia nell’autoconvincerci che tutto intorno a noi sia da buttare ci impedisca di crescere concretamente ed uscire una volta e per tutte dalle sabbie mobili della più infruttifera autocommiserazione. Se continuiamo a piangerci addosso ancora a lungo, di qui a breve tutto il nostro Paese diventerà un coacervo di opinionisti autoreferenziali, pronti a spararsi addosso l’uno contro l’altro ma con contenuti e risultati tanto insulsi quanto dannosi e, soprattutto, inutili alla causa della ripresa sempre troppo invocata ma mai concretamente perseguita. E se in Italia si parla di “due velocità”, quella della nostra Isola può tranquillamente essere considerata una “terza”: qui da noi tutto arriva in ritardo, la crisi come la ripresa, l’innovazione come lo sviluppo. E se ci aggiungiamo il sempre crescente scadimento dei rapporti sociali e interpersonali, è fin troppo facile rendersi conto di tutti i limiti della nostra insularità che, di fatto, nessuno ha concretamente voglia di superare.

La decisione di Apple di compiere un investimento così importante a due passi da noi, che di fatto nomina Napoli capitale europea della ricerca tecnologica e, al tempo stesso, del riscatto meridionale, non deve solo riempirci d’orgoglio. Non basta gonfiarsi il petto dalla boria perché, come ha detto Cook, il nuovo centro “lavorerà con partner in tutta Italia che forniscono formazione per sviluppatori per completare questo curriculum e creare ulteriori opportunità per gli studenti”. Se vogliamo essere veramente bravi, da un’autentica benedizione come questa dobbiamo riuscire a rivalutare le potenzialità di cui siamo ben ricchi, trarne frutto attraverso le capacità di chi ne sa più di noi e, in qualche modo, renderci protagonisti di questo ormai indispensabile processo di autostima collettiva. E scusatemi se insisto sempre su questo concetto in cui credo molto, ma se tale processo non vedrà contemporaneamente protagonisti il “pubblico” e il “privato” nella medesima consapevolezza, saremo destinati all’ennesimo fallimento e a far sì che soltanto la lungimiranza di poche multinazionali riuscirà ad approfittare (in ogni senso) di tutto ciò che, pur a portata di mano, siamo stati in grado di trascurare e, soprattutto, disprezzare.

Anche per questo motivo (e qui mi soffermo molto di più sul piano squisitamente locale), dopo aver assistito a lungo e in tutti e sei i Comuni alla quasi totale assenza di una vera e propria agenda politica, ogni occasione di cambiamento -elettoralmente parlando- dovrebbe essere sfruttata come chance di autentico rinnovamento, ma non su base meramente anagrafica, ma soppesandone la novità delle idee, dell’approccio alla pubblica amministrazione e della potenziale attitudine dei candidati ad incarnare nel munus ricevuto dall’elettorato la più alta manifestazione di amore per la propria Isola, lasciando da parte i rapporti squisitamente amicali e clientelari che hanno condito a lungo l’attribuzione del consenso.

Forse chiedo troppo, ma… è la mia sana, matta voglia di svolta a renderlo indispensabile.

6 Commenti

  1. Bravo Davide , questo è il vero ottimismo della volontà di cui noi meridionali, portatori costanti in altri momenti storici, sembriamo ora di aver perso il filo. Questa dell’Apple a Napoli è un’occasione magnifica non solo per aumentare la nostra autostima ,ormai depressa da un cumulo di stereotipi, ma attraverso la fiducia che ci concedono in virtù di glorioso passato,dimostrare di saper azzerare lamenti e di far valere- in piena umiltà- capacità e risorse. Per cui continuo a consigliare soprattutto ai giovani di studiare, studiare, studiare sempre e comunque perchè solo chi è “formato” culturalmente,potrà senza spocchia e senza vittimismi trovare e conservare il lavoro e di conseguenza occupare il suo giusto posto nella società, Fantasie?, retorica? Speriamo di no, comunque ci conviene fidarci. Ciao e grazie.

  2. il Centro di Sviluppo per App iOS, è un istituto dove si insegna a realizzare applicazioni, i corsi sono rigorosamente a pagamento ed anche molto costosi, quindi non darà certo i 600 posti di lavoro come sbandierato da qualcuno.
    Prima di dare una notizia se ne verifichi almeno il contenuto altrimenti qualche boccalone finisce poi per crederci.

    PS. (Il numero dei dipendenti Apple ad oggi è di 80’300 unità a tempo pieno e non un milione e seicentomila. Tutti i posti non riguardano il settore Retail (Apple Store, a marzo 2015 456 nel mondo)che annovera un totale di 42’800 posti a tempo pieno. 80’300+42’800= 85600 dipendenti fonti wikipedia ed ispazio)

  3. E poi c’erano le marmotte che confezionavano la cioccolata…..
    si informi prima di commentare, Apple a Napoli non apre un fico secco, ma semplicemente sponsorizza dei corsi, (magari per portarsi in america i migliori sviluppatori). Quale multinazionale andrebbe in un paese dove la tassazione sfiora il 60%, dove vi è una corruzione dilagante (61° posto al mondo) e dove ormai le migliori risorse sono scappate all’estero?

    http://www.informarexresistere.fr/2016/01/29/quella-bufala-sui-600-posti-di-lavoro-apple-a-napoli/

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