Anellino Scotto Di Santolo: «Io e il covid, i giorni della bufera»

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Leo Pugliese | La testimonianza di un procidano DOC che ha dovuto prima assistere al proprio contagio e a quello della moglie e poi vivere sulla sua pelle la tragica esperienza del coronavirus.
Un breve racconto ma di grande sensibilità in grado di rendere bene quanto sia doloroso affrontare drammatici momenti legati alla malattia, ma che sono diventati per Aniello, l’occasione per riscoprire valori importanti come l’amicizia e l’affetto e fotografare una realtà sanitaria che molto spesso vogliamo nascondere, in un tempo in cui dovremmo sostenerci l’uno con l’altro per costruire un mondo migliore.
«Caro Leo, la positività ha colpito me e mia moglie.
Le donne sono più fortunate e quindi sono colpite in modo meno grave. Carmelina ora sta abbastanza bene, ma io, ho preso la forma tosta polmonare bilaterale e pertanto non ti racconto le vicissitudini vissute. Impossibilitato al ricovero che mi veniva consigliato dai medici di base dati i parametri vitali, sconsigliato dagli ospedali e dal 118 regionale, dato il caos totale degli ospedali.
Con l’esigenza d’ossigeno, ma impossibilitato ad averlo, impossibilitato a trovare i farmaci giusti, dalle farmacie che risultavano sprovviste.
Salvato da amici (tipo Leonardo Cassinese) che di notte ha recuperato qualche bombola di ossigeno salva vite.
Da un primario di PS, che aveva vissuto sulla propria pelle l’esperienza della malattia e, che mi raddoppiava i dosaggi delle terapie datemi.
Dal direttore del 118 Regionale che ogni tanto mi mandava qualcuno a controllare a casa (attività di competenza dell’USCA e non certo del 118) ma di fronte alle necessità ed avendo le autoambulanze bloccate, svolgevano meritoriamente anche queste attività di controllo.
Seguito a vista da Tommy mio medico di base e da Enrico Anastasio amico di una vita nonché mio riferimento per la Sanità procidana, e tanti, tanti altri che ringrazio e ringrazierò per la vita.
Servito e seguito dai familiari e dalle nipoti, perché mio figlio in quarantena per una visita che mi aveva fatto qualche giorno prima.
Ed io pensavo a chi non era fortunato come me, come poteva superare il fosso. Comunque anche se, per ora, sotto ossigeno, in modo continuativo, incomincio a vedere la luce. Ci sono tante considerazioni da fare che se avrò la possibilità ti farò.
Per esempio, tutta la storia di Vittorio Helzel, che mi sta seguendo, per quello che sta passando come primario del PS dell’Ospedale del Mare.
Ci vorrebbe più cultura marinara anche nella Sanità. Autorevolezza nel comando ma con capacità di solidarietà umana con il proprio equipaggio, perché è quello il mezzo, che ti fa superare la tempesta.
E poi, soprattutto, avere al centro della propria missione, sempre, la Salute dei cittadini e non la propria carriera.
La realtà purtroppo dimostra il contrario. Infine. Voglio dirti che ho avuto molta solidarietà da parte dei procidani e che non penso di meritare.
Ma farò di tutto per recuperare in futuro, ricambiando tale affetto. Un abbraccio forte e soprattutto, riguardatevi e siate responsabili per voi e per gli altri.

1 commento

  1. Caro Aniello, la storia che racconti e che affidi all’ottimo Leo de Il Dispari è comprensibilmente drammatica e trova terreno fertile in ambienti sanitari ” non marinari” come tu ben dici; essa dà il giusto merito al buon nome che i procidani hanno e che esprime nella vicinanza e nella solidarietà il superamento di una sanità pubblica in crisi già prima della pandemia che non è riuscita ad affermarsi per tanti motivi tra i quali, al di là della ” insensibilità” politica, c’è certamente la carenza della programmazione, del potenziamento dell’esistente e della prevenzione. Ciò detto, saperti in via di guarigione insieme alla Tua Carmelina, che saluto con grande affetto, è per me una gioia immensa e nella fiducia di giorni migliori sono convinto che quanto prima potremo ancora abbracciarci come segno di stima e di calore umano che hanno sempre contraddistinto i nostri rapporti. I miei miglior auguri, nicola lamonica

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