Allarme canna

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Ho apprezzato molto l’organizzazione della manifestazione del 9 luglio al Negombo in memoria del giovane Francesco Taliercio, ma in tutta onestà credo che limitarne l’ordine del giorno a una discussione sui “rischi connessi al consumo di alcol con una attenzione particolare alla guida in stato di ebbrezza” mi è parso oltremodo riduttivo. Marianna Di Meglio, poco più di quattro anni fa, è volata in cielo a soli quindici anni, travolta sulle strisce pedonali da un automobilista risultato positivo ai cannabinoidi. Perché nessuno intende affrontare l’argomento in modo serio, deciso e concreto, tenendo conto che sono migliaia i nostri adolescenti che, alla guida di due o quattro ruote dopo aver fumato uno spinello (e magari anche con un tasso alcolemico derivante dai drink concessi dal locale di turno in barba al divieto di somministrarne ai minorenni), diventano altrettanti potenziali assassini?

Oggi mi consta personalmente: la deriva sociale della nostra Isola sta assorbendo le energie, l’entusiasmo, gli interessi e le scelte dei ragazzi ischitani, in un contesto in cui le droghe cosiddette “leggere” e l’alcol stanno diventando sempre più il rifugio della maggior parte di loro, lo status symbol di una maturità autoreferenziale, il punto di riferimento per piacere e piacersi sempre di più in barba alla consapevolezza di farsi del male.

Una recente indagine rivela che l’utilizzo di cocaina e allucinogeni tra gli adolescenti è in calo, ma le “canne” sono sempre più diffuse e almeno un terzo dei giovani nel campione intervistato (più o meno equamente diviso tra maggiorenni e minorenni) ne ha fatto e ne continua a fare uso, cominciando anche al di sotto dei quattordici anni e senza distinguo tra uomini e donne.

I dati in circolazione sono chiarissimi: lo spinello fa male e, alla lunga, fa malissimo, al corpo, alla mente e all’anima. Il corpo rischia di risentirne in varie forme, quali coma acuto con apnea o depressione respiratoria, riduzione psicomotoria (con conseguente calo di rendimento per gli sportivi), parlata difficoltosa, tachicardia, letargia, variazioni della pressione del sangue e finanche congiuntivite (giusto per citarne alcune). La mente è portata a risultarne alterata da insoliti cambiamenti del comportamento e della percezione, eccessivi e incontrollati stati di euforia, difficoltà di apprendimento (con riduzione del rendimento scolastico). L’anima, ahimè, resta la parte più vulnerabile, quella che attraverso l’aggressività e l’odio verso chi si frappone tra loro e l’utilizzo di questa “merda”, solo perché oppostosi ad esso con tutta la forza confacente a chi intende tutelare un proprio caro, può distruggere gli equilibri e l’armonia delle migliori famiglie, in particolare nel rapporto tra genitori e figli. 

Ischia è tutt’altro che immune da questo fenomeno, credetemi! I giovani di casa nostra sono costantemente esposti a tale rischio e fanno di tutto per non sottrarvisi, anche perché fin troppo spesso ritrovano nelle loro attività più ricorrenti una serie di messaggi che sostengono la coltivazione di certe “passioni” (provate a sentire, ad esempio, i testi rap/trap di molti brani ricorrenti e ve ne renderete conto); e se da una parte ci sono padri e madri, talvolta anche separati, che si spaccano in quattro pur di accertarsi che i loro figli ne siano o meno diventati preda, attraverso investigatori privati, monitoraggio chat, notti insonni, soldi spesi o, magari, tutte e quattro le cose messe insieme, altre preferiscono spazzare la polvere sotto il tappeto, nel timore di dover ammettere una realtà difficile da affrontare o, peggio ancora, mettere a repentaglio il proprio “buon nome” e affrontare la “vergogna” del piccolo centro.

Ma c’è di più: i pericolosi modelli ispiratori della maggior parte dei nostri ragazzi, quei personaggi pubblici che ostentano lusso, bella vita e guadagni facili, stanno diffondendo sempre più la presenza di insospettabili pusher (chiamateli, se preferite, spacciatori), ai quali i nostri ragazzi possono rivolgersi in qualsiasi momento per rifornirsi delle “bombe” da consumare da soli o in compagnia e, peggio ancora, valutando seriamente di migliorare il proprio stile di vita attraverso il guadagno tanto facile quanto pericoloso di questo genere di attività che, a quanto pare, rende piuttosto bene. E anche in questo caso, molti genitori preferiscono far finta di non vedere, evitando di interrogarsi sugli strani traffici che avvengono nelle loro case ad opera dei figli, o ancora dell’origine economica delle spese di questi ultimi, mai sostenibili con una semplice “paghetta”. E nessuno che si preoccupasse mai di avvertire Carabinieri o Polizia, pur sapendo, ma preferendo far finta di non sapere, talvolta per non mettere a rischio il proprio business o la propria effimera tranquillità.

Ne ho parlato spesso: viviamo in uno Stato la cui Legge ammette il distinguo tra quantità di droga detenuta per uso personale o per spaccio, facendo finta di dimenticare che indipendentemente dalla fonte di provenienza e dalla quantità detenuta, qualsiasi forma in cui venga venduta è vietata. Ma tenendo per un attimo da parte questo genere di considerazione, così come le recenti discussioni in sede parlamentare sulle eventuali forme di legalizzazione e restrizione dell’uso di droghe leggere in Italia, credo sia indispensabile che tutti noi cominciamo a recitare la nostra parte per debellare, nella realtà isolana, il rischio che i nostri figli smarriscano la vera essenza della loro giovinezza e del loro legittimo divertimento, magari ritrovandosi in situazioni decisamente più grandi di loro e, talvolta, delle possibilità delle loro famiglie di poterne affrontare le conseguenze; questo, prima che sia troppo tardi e che, in tanti, saranno pronti a pentirsi di non aver voluto ammettere in tempo il problema che avevano fin dentro casa. In casi come questo, la scrollata di spalle serve a poco: nessuno ne è immune! E quando mai ce lo si aspetta, potremmo ritrovarcelo come un dramma anche nostro. E a quel punto, potrebbe essere troppo tardi.

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