Alessandro Gelormini torna libero dopo dieci mesi di detenzione

Il fatto. Accolta dal tribunale l’istanza degli avvocati Vignola e Fusco

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Paolo Mosè | Cambia il presidente della sezione che deve emettere la sentenza e il commercialista napoletano Alessandro Gelormini torna in libertà. Revocata, infatti, la misura degli arresti domiciliari che era stata applicata a seguito di una serie di ulteriori provvedimenti emanati nel luglio scorso nei confronti dell’attuale imputato che è a giudizio insieme agli imprenditori Nicola D’Abundo e Alfonso Petrillo, che rispondono di una serie di reati di natura tributaria e fiscale. Su istanza dei suoi difensori di fiducia, gli avvocati Giovanbattista Vignola e Giuseppe Fusco. Il collegio difensivo ha dovuto faticare non poco per raddrizzare una situazione che era diventata complessa con il passare dei mesi, a causa anche delle leggerezze del Gelormini.

Per capire l’excursus di questa situazione bisogna necessariamente partire dall’anno scorso, quando scoppiò l’inchiesta coordinata dalla procura della Repubblica di Napoli Nord che si era interessata di un filone molto complesso, di cui una parte venne trasmesso per competenza alla Procura di Roma per il coinvolgimento di un giudice fallimentare che poi venne raggiunto da una misura agli arresti domiciliari a seguito di un rigetto del gip ed accolto dal tribunale del riesame e confermato dalla Suprema Corte di Cassazione. E insieme al magistrato seguirono la stessa sorte altri coindagati che avevano avuto un ruolo di collaborazione o di fiancheggiamento sulle scelte adottate dal magistrato fallimentare, che in un procedimento era riuscito ad ottenere per sé e per la sua famiglia di fatto il trasferimento di una proprietà in una strada di prestigio di Napoli. Questa inchiesta ha seguito il suo corso rimanendo nella competenza della magistratura capitolina. E al tempo stesso i magistrati di Napoli Nord tennero per sé il rimanente filone. Continuando ad indagare su altre operazioni complesse che si racchiudevano nel governo di alcune società importanti che annoveravano diversi milioni di euro e che risultavano al tempo stesso debitrici di altrettanti svariati milioni di euro con il Fisco.

I RAPPORTI CON GLI ARMATORI
Un’indagine che è durata un periodo sufficiente per trovare quei gravi indizi di colpevolezza necessari per richiedere delle misure coercitive della libertà personale. E per rintracciare eventuali corruzioni, manipolazioni societarie, di travaso di quote societarie di imprese che operavano in svariati settori, si rese necessario procedere ad una lunga sequela di intercettazioni telefoniche nei confronti di tutti gli indagati e non solo. Piazzare numerosissime “cimici” negli uffici dei soggetti che avevano un ruolo primario in questa complessa macchina che aveva come unico scopo agevolare gli interessi degli imprenditori con il fine ultimo di stringere il più possibile l’esborso delle somme da versare alle casse dello Stato e su come rendere inoperose talune società, tra quelle più indebitate. Un lavoro che solo delle menti abbastanza sopraffine potevano gestire. Ed ecco che qui esce in modo dirompente la figura di Alessandro Gelormini, che ha ricevuto la piena libertà dopo dieci mesi tra detenzione domiciliare e carcere.

Gli uomini della Guardia di Finanza si soffermano sulla figura del commercialista napoletano, uno di quei professionisti che da circa quarant’anni è stato uno dei più apprezzati dagli imprenditori, avendo molti clienti sull’isola d’Ischia. Da sempre. E’ lui che ha gestito, poi, le operazioni più importanti che si sono realizzate nella nascita e nello sviluppo di numerose attività turistiche e nell’ambito del trasporto marittimo. E’ sempre lui che risulta presente nella qualità di presidente del collegio sindacale delle società più importanti, fino ad arrivare risolutivo quando si innesca un vero e proprio contenzioso, scontro tra i diversi armatori impegnati nel trasporto dei rifiuti solidi urbani e di quelli speciali. Si era, infatti, innescata una vera e propria guerra senza esclusione di colpi anche con denunce sottoscritte all’autorità marittima e a rendere difficile il lavoro di quelle compagnie di navigazione che offrivano dei prezzi più vantaggiosi per le partecipate e società che gestiscono la raccolta e il trasporto dei rifiuti in terraferma. Una situazione insostenibile, che aveva reso tutto incerto, creando a volte delle vere e proprie crisi nel funzionamento di un servizio pubblico di estrema necessità. Ed ecco qui che entra in scena Gelormini, il quale ha la capacità di imporre a tutti gli interessati di sedersi intorno ad un tavolo e trovare una soluzione, o meglio creare un cartello senza la presenza di concorrenti. Imponendo, di fatto, il costo per ogni camion trasportato. E così si è creato il consorzio Co.Tra.Sir. Per rassicurare tutti i soci, il Gelormini assume la carica di presidente e tutti furono felici e contenti. Qualche mugugno comunque restò nell’aria, ma senza grossi scossoni.

LE OPERAZIONI SOCIETARIE
Di questo consorzio si è parlato nell’ambito delle indagini e in alcuni passaggi il giudice per le indagini preliminari di Napoli Nord si è soffermato per mostrare la personalità del Gelormini. Non si è cercato, però, di approfondire questo aspetto, in quanto l’interesse della magistratura e delle fiamme gialle era rivolto principalmente a capire il meccanismo che aveva come scopo depauperare i beni di quelle società che poi finivano lentamente per essere messe in liquidazione o in alcuni casi a dichiarare l’insolvenza. Ed ecco che ad un certo punto scatta ciò che non era previsto da nessuno: l’ordinanza di custodia cautelare. Da cui emergono una serie di episodi che lasciano increduli. In questa misura del gip di Napoli Nord vengono posti agli arresti domiciliari tutti gli imprenditori e due finanzieri posti in carcere presso la struttura militare di Santa Maria Capua Vetere. I due pubblici ufficiali rispondevano, in concorso con il Gelormini e l’imprenditore Truda, di corruzione. Mentre lo stesso commercialista veniva accusato di episodi legati a reati di natura tributaria in concorso con altri imprenditori, tra cui Nicola D’Abundo. In quella stessa ordinanza il gip previde anche il sequestro di alcuni beni in equivalenza alla esposizione debitoria con l’Agenzia delle Entrate. Ponendo i sigilli finanche al maschio del Castello Aragonese, da decenni di fatto di proprietà del D’Abundo tramite delle società. E dallo spulcio degli atti è emerso che questo bene prezioso ed inestimabile era stato utilizzato per ottenere dei finanziamenti o garantire alcuni istituti di credito per la massa debitoria prodotta. Quello stesso bene, però, risulta essere transitato da una società per così dire decotta ad una più fresca e redditizia proprio per non perdere il “capitale” più sostanzioso. E così è stato fatto per altri beni di fatto nella disponibilità del D’Abundo, che poteva vantare finanche un bene immobiliare di somma importanza a Capri, nella famosa via Tragara. E tutto questo grazie alla regia del Gelormini.

LA CORRUZIONE
Quindi un indagato, all’epoca, da tenere costantemente sotto osservazione e si capisce perché deve rispondere del reato di corruzione. Come abbiamo poc’anzi spiegato, la Finanza aveva piazzato delle microspie nel suo ufficio al centro direzionale e nell’occasione captarono una conversazione tra il Gelormini e i due finanzieri che erano stati delegati ad eseguire una verifica ad una società dell’imprenditore Truda. Ravvisando una serie di irregolarità, tali da dover costringere l’autorità giudiziaria ad approfondire con un’apertura di inchiesta. In questa occasione il Gelormini si sarebbe adoperato per convincere i sottufficiali delle fiamme gialle a stilare un rapporto più morbido per escludere definitivamente l’intervento della magistratura penale. Rimanendo il tutto nell’ambito delle sanzioni amministrative. Per fare ciò, ovviamente, il Truda consegnò a Gelormini 6.000 euro per corrompere i pubblici ufficiali, ma in realtà nelle tasche dei finanzieri finirono 4.000 euro. I 2.000 euro trattenuti dal commercialista vennero giustificati nell’interrogatorio di garanzia come il compenso di un’attività alquanto complessa e pericolosa.
Alla fine di luglio si pronunciò il riesame di Napoli sull’ordinanza del gip e per il filone corruttivo venne annullata la misura. I giudici nella motivazione sostennero che la competenza ad indagare sulla corruzione era della Procura di Napoli e non quella di Napoli Nord. E gli atti vennero trasmessi al sostituto Woodcock. Tornarono liberi i due finanzieri, mentre rimasero agli arresti domiciliari Truda e Gelormini per le altre imputazioni. E arrivò puntuale la richiesta cautelare di Woodcock e il gip confermò i domiciliari per tutti, ad eccezione di un solo finanziere che finì nuovamente in carcere. Per questo episodio Gelormini e Truda hanno patteggiato la pena a due anni e due mesi di reclusione. Di fatto ammettendo di aver consumato una corruzione, di aver avuto rapporti illeciti. Cosa che non hanno fatto invece i due militari.

DUE VOLTE DAI DOMICILIARI IN CARCERE
Neanche il tempo di assaporare questa “gioia”, che la posizione di Gelormini sin ingarbugliava pesantemente. Perché aveva il vizio di non restare senza far niente, aveva l’intenzione di continuare a lavorare, ad avere contatti con l’esterno, di cercare delle soluzioni che potessero affievolire la mostruosa contestazione che gli era piovuta addosso per degli episodi che erano rimasti nell’ambito della competenza del tribunale di Napoli Nord. Ed è per questo che il suo telefono era stato costantemente monitorato anche quando si trovava detenuto in casa. I finanzieri scoprivano che aveva contatti telefonici con imprenditori suoi clienti e con i quali aveva necessità di contatti e di ricevere informazioni o documentazioni. E’ in uno di questi movimenti strani, che si innescò la prima misura di aggravamento. Consegnava un foglio manoscritto ad un fedele esecutore che avrebbe dovuto poi affidarlo nelle mani di un noto imprenditore della Penisola Sorrentina. Risultando essere ricco di elementi da cristallizzare una condotta in violazione alle disposizioni del giudice. Dando, altresì, ulteriore slancio all’indagine. E’ in questa occasione che la magistratura disponeva l’aggravamento della misura dagli arresti domiciliari in carcere.
Stato detentivo a Poggioreale e contemporaneamente si passava all’ottenimento del giudizio immediato.

A questo punto otteneva, su sollecitazione degli avvocati, i domiciliari dal tribunale che era stato delegato per giudicarlo. Una misura che aveva avuto uno spazio temporale ben definito. Perché? Durante uno dei controlli, che avvengono di solito all’improvviso e in ogni ora del giorno o della notte, gli inquirenti suonarono più volte senza ricevere alcuna risposta. E ciò veniva segnalato all’autorità competente e quello stesso tribunale, senza pensarci su due volte, emetteva una nuova ordinanza cautelare in carcere per presunta evasione. I difensori spiegarono che il controllo era avvenuto in piena notte, quando il detenuto dormiva, e che il suo udito non era di quelli capaci di avere la prontezza di ascoltare ogni minimo rumore. Una permanenza a Poggioreale che comunque si restringeva in un mese o poco più. Ottenendo nuovamente i domiciliari. E tutto questo avveniva nell’ambito di inizio anno ed emergenza sanitaria. Oggi, a distanza di mesi, Alessandro Gelormini torna libero come lo era stato fino al luglio scorso. Per decisione del tribunale, che nel frattempo ha cambiato presidente del collegio.

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