Sono passati circa quattro anni da quel terribile incidente avvenuto sulla Provinciale Panza, tra una Citroen Saxo e uno scooter 50, in cui perse la vita il sedicenne Emanuele Dotto, che dopo essere stato sbalzato dal sellino di guida andò ad impattare con un palo della luce, per poi rovinare pesantemente a terra, mentre il casco di protezione si slacciava. Provocando un duro impatto con il freddo dell’asfalto. Le sue condizioni apparvero immediatamente gravi. Nulla poterono i medici all’epoca per salvargli la vita.
Per quel sinistro mortale è stato rinviato a giudizio Giuseppe Scotti e non è stata una scelta molto semplice per l’autorità giudiziaria, che vedeva un pubblico ministero attento nel ricostruire la dinamica dell’incidente. Forte di una consulenza del proprio perito che non dava appieno la responsabilità del guidatore dell’autovettura. Appalesandosi anche un concorso di colpa, come è peraltro specificato nello stesso capo d’imputazione. Tanto da arrivare ad un confronto con i difensori che rappresentavano la famiglia della vittima, che depositavano una propria consulenza che in qualche modo andava ad integrare quella disposta dall’ufficio del procuratore. Quello stesso pubblico ministero che era intenzionato a richiedere l’archiviazione al giudice per le indagini preliminari. Senza mai giungere ad una conclusione delle indagini. E alla fine si è proceduto verso una richiesta al giudice dell’udienza preliminare che, dopo la discussione nella camera di consiglio, decise, seppur in presenza di argomentazioni altrettanto forti della difesa dell’imputato, per la necessità di andare in dibattimento. Luogo deputato a sviscerare tutti quei dubbi, quelle angolazioni opposte tra le parti per dare maggiore convincimento al tribunale che dovrà emettere la sentenza.
Il primo dubbio che si è appalesate in udienza all’avv. Nicola Nicolella, difensore dello Scotti, è come il pubblico ministero abbia potuto nel capo d’imputazione scrivere che il ciclomotore andava ad una velocità superiore ai 50 chilometri se uno scooter 50 di cilindrata non può raggiungere quella velocità. E’ stata più che altro una rimarcatura per dire sostanzialmente che le conclusioni a cui è giunto il consulente e quindi l’indagine, non rispecchia la realtà della dinamica, delle velocità con cui percorrevano quel tratto di strada largo appena sette metri. Partendo da quella dell’imputato che era a bordo della Citroen e lo stesso scooter. Evidenziandosi che a un certo punto c’erano stati dei sorpassi azzardati di entrambi, che non potevano essere eseguiti per la mancanza di spazio e per la scarsa visibilità essendo in procinto di una curva cosiddetta cieca.
Proprio l’interrogatorio del consulente nominato dalla Procura era atteso per chiarire molti di quei dubbi che sono emersi già in quella fase investigativa. Rendere così giustizia su questo grave incidente stradale. Perché qui si procede all’accusa di omicidio colposo, che ultimamente è stato modificato e inasprito nelle pene, tanto da essere oggi definito omicidio stradale. Questa è l’accusa che fa capire che il lavoro del pubblico ministero è stato molto delicato, difficile, per descrivere i comportamenti della vittima e dell’imputato: «Perché, per imprudenza, negligenza, imperizia, nonché inosservanza delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, alla guida del veicolo Citroen Saxo marciando lungo la Via Provinciale Panza – strada urbana dotata di illuminazione pubblica insufficiente e costituita da un’unica carreggiata di larghezza pari a 7 mt. con due corsie adibite alla circolazione in senso opposto e mancante di idonea segnaletica orizzontale atta a separare i sensi di marcia – effettuava una manovra di sorpasso in mancanza delle condizioni di sicurezza: in particolare, in violazione dell’art. 79 comma 2 codice della strada avendo l’indicatore di direzione danneggiato e dell’art. 148 comma 2 codice della strada, effettuava il sorpasso senza avvedersi del sopraggiungere del ciclomotore Piaggio condotto da Dotto Emanuele, in un punto della strada caratterizzato da una visibilità limitata e a circa 40 mt. da una curva cieca, determinando così un fattore eziologico, che, con la condotta colposa del Dotto Emanuele che viaggiava ad una velocità superiore al limite di 50 km/h ed effettuava una inopportuna manovra di sorpasso, cagionava la morte di quest’ultimo, deceduto per le gravi lesioni riportate a seguito dell’incidente».
Il consulente del pubblico ministero che si è presentato dinanzi al giudice ha visionato le fotografie che erano state scattate poco dopo il sinistro e che ritraggono il ciclomotore, la macchina guidata dall’imputato e sul luogo esatto del possibile impatto. I carabinieri, come di solito in questi casi, tracciano uno schizzo della dinamica per comprendere meglio come i due veicoli siano giunti a toccarsi. Ritraendo finanche una macchia di sangue che è rimasta appiccicata sul casco del sedicenne studente. Più tardi, con l’approfondimento degli accertamenti, tutto sarebbe avvenuto per un contatto assai leggero, ma comunque tale da far perdere il controllo e l’assetto del ciclomotore. La leva del freno dello scooter avrebbe impattato la fiancata dell’autovettura. E’ questa la causa? Su questo punto il tribunale dovrà dare una risposta.
Il tribunale prima di concedere la parola alla difesa dell’imputato (la parte civile è uscita in questo processo dopo il soddisfo del danno da parte della compagnia di assicurazione) ha acquisito la consulenza scritta, dove si è cercato di far luce sul sinistro. Il consulente ha confermato che quella strada provinciale di Panza ha un rettilineo e dove si presume sia avvenuto l’impatto. Ma aggiungendo subito dopo che è presente una curva cosiddetta cieca che non consente di sapere se in senso opposto sta per sopraggiungere un altro veicolo. Il teste ha altresì precisato che dai rilievi fatti dalla polizia giudiziaria e dalla verifica da egli stesso eseguita, l’autovettura guidata dall’imputato mostrava diverse ammaccature. Confermando «di aver ispezionato i luoghi e il ciclomotore. Confermo che lo scooter e l’autovettura impattavano in prossimità della curva. Un tratto di strada che, per sua conformazione, e proprio per l’esiguità dell’intera carreggiata, non consente alcun sorpasso». Mentre in questo caso il sorpasso si sarebbe verificato da parte di entrambi. E’ quanto scrive il pubblico ministero nella contestazione. Confermando il perito che lo «scooter viaggiava a 50 chilometri orari». E’ quella velocità che il difensore dell’imputato Nicolella ha ravvisato non poter essere corrispondente alla realtà, proprio essendo un veicolo a due ruote di 50 di cilindrata, che per legge non può raggiungere quel limite fissato. Salvo che lo scooter non fosse “preparato”, come accade di solito tra molti giovanissimi che pur avendo tra le mani un ciclomotore 50, adottano una serie di accorgimenti (con marmitte più “aperte”) che consentono di aumentare la velocità. In tal caso la perizia avrebbe dovuto evidenziare questo aspetto. Subito dopo aver confermato la velocità dello scooter, il consulente ha confermato che «l’auto aveva una velocità più bassa e comunque sotto i 50 chilometri». Anche se nella realtà non vi sono frenate tali che consentano di avere l’esatta portata della velocità in quel momento mantenuta dall’auto o dallo scooter.
Cosa ha causato l’incidente che poi si è tramutato in tragedia? E’ stata la richiesta del difensore ed il teste ha precisato: «L’impatto si è consumato allorquando la leva del freno dello scooter guidato dal giovane ha toccato la fiancata dell’autovettura. Questo ha provocato la perdita del controllo e l’impossibilità di mantenere in piedi il ciclomotore. Anche perché entrambi viaggiavano ad una velocità nei limiti dei 50 chilometri». Il difficile è descrivere come questo contatto quasi impercettibile sia avvenuto. Certo è che c’è stato un incrocio tra i due veicoli che in un determinato punto della strada si sono toccati. In relazione a dei possibili sorpassi. Commessi da entrambi? Sul punto il consulente ha cercato di dare una risposta che soddisfacesse il tribunale, ma il perito a un certo punto ha detto che «la certezza di come esattamente fosse posizionato lo scooter in quelle condizioni è difficile farlo. Subito dopo l’impatto – ha proseguito il perito – lo scooter ha proseguito per qualche metro il suo percorso e ritengo che un attimo prima abbia potuto toccare il marciapiede. E questo potrebbe essere un altro elemento che gli ha fatto perdere definitivamente il controllo». Un altro tema che nella fase delle indagini non viene evidenziato, stando al capo d’imputazione in cui il pubblico ministero non riporta questa parte che può definirsi interessante.
Quello che emerge ancor di più e che sconforta, è che le strade dell’isola d’Ischia sono un vero e proprio disastro, per non dire di peggio. Disseminate di buche, avvallamenti, mancanza di asfalto che consenta una più agevole guida. Manca di tutto per dare indicazioni sicure anche a coloro che hanno una guida alquanto spericolata e superficiale. La Provinciale Panza non può essere definita una vera e propria strada che possa sopportare due sensi di marcia. Il perito sul punto è stato categorico: «Ho potuto constatare che la segnaletica che è stata posta non era ben visibile, e questo certamente ha provocato in parte l’incidente».
Quanto scrissero i carabinieri al pubblico ministero è una ricostruzione fatta sui rilievi e le contestazioni sul posto che davano una dinamica molto cruda.
L’incidente mortale si era verificato nella serata di domenica 21 ottobre 2012 intorno alle 20.30. La vittima, il sedicenne Emanuele Dotto, foriano, studente dell’Istituto Alberghiero di Ischia, stava percorrendo la Provinciale Panza proveniente da Forio alla guida del suo scooter NRG Piaggio 50 nero. La tragedia si era verificata a metà del tratto rettilineo, all’altezza dell’esercizio commerciale “Pianeta Colore”. La prima sommaria ricostruzione lasciava già emergere l’eventualità di un sorpasso da parte sia della Citroen Saxo condotta dallo Scotti che dello scooter. Quando il mezzo a due ruote aveva sbandato, il giovane era stato sbalzato dal sellino andando ad impattare con violenza contro un palo della illuminazione pubblica collocato sul marciapiede e distante circa 20 centimetri dal muretto, perdendo il casco protettivo. Dopodichè era ricaduto al suolo a qualche metro di distanza, a faccia in giù, con la testa sul marciapiede. Lo scooter aveva invece proseguito la corsa strisciando sull’asfalto e fermandosi dopo circa sei metri. Subito i soccorritori si erano resi conto che le condizioni di Emanuele Dotto erano disperate. L’autoambulanza del 118 lo aveva trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Rizzoli, dove però era deceduto poco dopo per un arresto cardio-respiratorio, conseguenza delle gravissime lesioni riportate. Sul luogo del sinistro erano intervenuti il Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Ischia e la Polizia di Stato. La Citroen Saxo e lo scooter condotto dal Dotto erano stati sottoposti a sequestro. Il pubblico ministero di turno, Lucia Esposito, aveva disposto il trasferimento della salma al II Policlinico di Napoli per l’esame autoptico.








































