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8 ANNI AL GIUDICE. Una mazzata, condannato Alberto Capuano

Mano pesante. Il collegio ha aggiunto 10 mesi di condanna ritenendo il magistrato ischitano responsabile da tutte le accuse.Il pm si era fermatoa 6 anni e 4 mesi. Anche tutti gli altri imputati sono stati riconosciuti colpevoli

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Paolo Mosè | Una mazzata. Il giudice Albero Capuano è stato condannato a 8 anni e dieci per tutti i capi di imputazione. Il tribunale di Roma è andato al di là delle richieste del pubblico ministero Varone, che per il giudicante della sezione distaccata di Ischia si era fermato alla pena di anni 6 e mesi 4.
Una sentenza di responsabilità che molti pronosticavano sin dalle primissime battute del dibattimento. Fissando le udienze una volta a settimana per arrivare al traguardo della lettura del dispositivo in tempi rapidissimi. E così è stato. Pochissime le possibilità per ribaltare una condanna che veleggiava nell’aula del processo.

Ai giudici del tribunale di Roma l’onere di riavvolgere il lungo nastro di questo film processuale per giudicare soprattutto il loro collega seppur sospeso Alberto Capuano e gli altri imputati. Dare una risposta alle accuse che sono state mosse sin dalla fase delle indagini preliminari dal pubblico ministero Varone, coordinato dall’aggiunto Ielo. Sentenziare sulle ipotesi (per alcuni episodi) di corruzione in atti giudiziari; stabilire se vi sono stati rapporti illeciti, sconvenienti per un magistrato con gli altri imputati. Un lavoro complesso e difficile, su cui si è partiti con una lunga sequela di testimoni chiamati a presenziare in aula e a rispondere alle domande delle parti. In particolare gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Roma che si sono occupati dell’indagine.

Coordinati da un ispettore di fiducia del pm Varone, che in diverse udienze ha visto la sua presenza. Affianco del magistrato inquirente. La sua testimonianza è stata molto complessa. Avendo la difesa cercato di far emergere delle incongruenze e soprattutto delle lacune, che se affrontate con altrettanto rigore avrebbero potuto consentire di ricostruire la vicenda Capuano in modo del tutto diverso. Partendo soprattutto da un episodio che era stato al centro della ordinanza di custodia cautelare, allorquando il Capuano si era dimostrato disponibile per seguire la figlia dell’altro coimputato Di Dio, che si stava preparando per il concorso in magistratura. Poi vinto per merito. E ciò è più veritiero per la preparazione della giovane e il Csm ha preso tempo per verificare che non vi siano stati favoritismi ad avvantaggiare la figlia di Di Dio. Oggi è magistrato e lavora a quanto pare presso il tribunale di Foggia. Prospettando l’accusa che il Capuano grazie alle sue conoscenze avesse potuto in qualche modo influenzare qualche membro della commissione esaminatrice. Circostanza non vera e se il concorso è stato vinto, è per la bravura e perché no, per gli insegnamenti che il Capuano ha svolto nei mesi precedenti. Era uno dei capi d’imputazione sul quale il gip di Roma si era soffermato, ma che la misura non veniva poi applicata. Tant’è vero che il tribunale del riesame cassò questa ipotesi in modo netto.

GLI INTERVENTI DELLA DIFESA
Negli ultimi interventi gli avvocati Alfredo Sorge e Alfonso Furgiuele hanno sviscerato uno per uno i capi che sono stati contestati e sui quali il pubblico ministero ha fondato la sua richiesta di condanna a sei anni e quattro mesi di reclusione. Ricordando che vi sono una serie di elementi insufficienti o del tutto infondati per ritenere provati al di là di ogni ragionevole dubbio quegli episodi che il sostituto Varone ritiene provati in dibattimento. Conclusioni – hanno riferito i difensori – che lasciano trasecolati e che la stessa richiesta appare debole rispetto anche alla mole di contestazioni per le quali c’è stato giudizio immediato. Questo fa presagire che lo stesso pubblico ministero non è affatto convinto della colpevolezza in toto del Capuano, ma ha voluto lo stesso proseguire sul suo percorso colpevolista già iniziato quando sono cominciate le indagini. E si è andati avanti senza tentennamenti, ma seguendo solo la direzione che portasse ad acquisire altri indizi di colpevolezza. Tralasciando, come invece avrebbe dovuto fare, di acquisire e investigare sugli elementi a discolpa. Si è voluto punire un giudice senza avere alcun ruolo di equilibrio, prendendo per oro colato ciò che è stato detto o interpretato durante i colloqui telefonici o nell’aver ascoltato il trojan. Proprio alcuni passaggi di talune conversazioni sono stati analizzati dagli avvocati Furgiuele e Sorge per dire sostanzialmente che ciò che è stato interpretato dall’accusa è del tutto sbagliato, perché le conclusioni che poi si sono avverate hanno dimostrato che il Capuano non si è mai piegato ad alcuna presunta sollecitazione.

E’ stato passato al setaccio il comportamento dell’imputato togato allorquando si è interfacciato con gli altri colleghi. Ai quali non ha mai chiesto alcun occhio di riguardo per potenziali amici, né si è rivolto a qualche magistrato della Corte di Appello per “raddrizzare” una condanna in primo grado per una persona segnalata da qualche coimputato. La riprova sono state le dichiarazioni che sono state rese proprio da quei giudici della Corte di Appello di Napoli che si sono interessati del processo che vedeva imputato Giuseppe Liccardo. E questo è uno dei capi che è stato dibattuto: «Per il capo k) in concorso con Di Dio, Cassini Valentino e Liccardo Giuseppe, relativamente ad un accordo corruttivo volto a condizionare l’esito di un procedimento penale pendente a carico di Liccardo Giuseppe ed altri per il reato di cui a l l’art .12-quinquies D.L. 306/92, attraverso la corresponsione di una somma di denaro, di cui tremila euro venivano versati al Di Dio in acconto, in cambio dell’intervento che il giudice Capuano avrebbe operato per intercedere presso uno o più giudici del collegio giudicante».

LE PRONUNCE DELLA CASSAZIONE
Inoltre gli avvocati hanno richiamato l’attenzione del collegio giudicante sulle pronunce, per ben due volte, della Suprema Corte di Cassazione, che in entrambi i casi hanno dato ragione ai ricorsi del Capuano. Per quanto riguarda le esigenze cautelari. E’ necessario ricordare che nei confronti del Capuano il gip di Roma dispose la detenzione in carcere, che si prolungò per diversi mesi. Se da una parte il tribunale del riesame annullava per alcuni capi, per altri confermava la detenzione a Poggioreale. A fronte di questa decisione la Cassazione annullò rimettendo gli atti ad altra sezione del riesame, ritenendo delle incongruenze, che non erano state rispettate alcune osservazioni della difesa e che sulle esigenze cautelari era stato particolarmente striminzito.

Non valutando possibili altre soluzioni detentive. Con il ritorno al tribunale, l’altro collegio del riesame accolse parzialmente il ricorso e concesse a Capuano gli arresti domiciliari. Ma anche questa decisione era stata impugnata dai difensori e ancora una volta la Cassazione ha dato loro ragione, ordinando un nuovo ed approfondito esame del tribunale capitolino. Il quale giunse alla conclusione di accogliere l’istanza difensiva imponendo l’obbligo di dimora nel comune di Napoli. Quest’ultimo provvedimento è stato poi revocato definitivamente dal tribunale che ha giudicato il Capuano.

SENTENZA COMPLESSA
Tutti questi passaggi, per gli avvocati Sorge e Furgiuele, hanno una valenza incontrovertibile, perché provengono per la maggior parte dai massimi giudici della legittimità. Non bisogna dimenticare che nei confronti dell’imputato Capuano vi sia stata una particolare attenzione e attività che molto probabilmente in parte lo ha danneggiato. Enormemente. Interventi che molto probabilmente in camera di consiglio i giudici avranno affrontato per spiegare poi in motivazione perché sono giunti a questa decisione. Vivisezionando, inoltre, ciò che è stato prodotto dall’accusa e ciò che hanno riferito i testi della difesa.

Due tesi contrapposte che hanno una ragione di esistere in un confronto pubblico (salvo la pandemia) per dire chiaramente e liberamente se gli imputati hanno commesso tutti, in parte o nessuno dei reati per i quali sono stati rinviati a giudizio. Con la precisazione che nessuno ha chiesto un rito alternativo. Tutti all’unisono hanno chiesto a gran voce che si svolgesse il processo, perché vi erano le condizioni per dimostrare l’esatto contrario di ciò che è stato portato avanti dal pubblico ministero.
Una sentenza complessa che ha richiesto molte ore di camera di consiglio, in quanto il tribunale in conformazione collegiale è formato da tre giudicanti, i quali devono essere d’accordo (o si va a maggioranza) su ciò che si deve decidere. Sentenza di assoluzione o di condanna. E in quest’ultimo caso stabilire anche gli anni da irrogare. Non è stato semplice.

1 commento

  1. e per quei poveri disgraziati che sono passati sotto le grinfie di tale soggetto e dei suoi accoliti (avvocati e giudici ancora operanti in tribunale ) chi li ripaghera dei danni ricevuti ???

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