12 ottobre 1992 ci lasciava Salvatore Di Maio

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Geppino Cuomo | Ventotto anni fa! Non fu certamente una bella giornata per chi conosceva Salvatore Di Maio.

Il 12 ottobre è una ricorrenza triste anche se sono trascorsi 28 anni, un’eternità. Ma chi ci lascia dopo aver donato affetto e benevolenza non scompare nell’oblio del tempo, resta nei nostri ricordi e quindi resta fra di noi.

Oggi affiorano alla mente tante cose. Piccoli gesti, frasi incisive, comportamenti fuori della norma che di Salvatore ne fanno una persona speciale. Procidano, più di nascita che di frequenza. Oltre metà della sua vita trascorsa sui campi di calcio di mezza Italia. Km su km di autostrade, in macchina da solo o raramente in compagnia di qualche amico, per visionare giovani calciatori su campi di periferia a volte nemmeno riportati sulle cartine geografiche. Ma spesso riusciva a trovare la perla nell’ostrica e la segnalava immediatamente, corredando la notizia con relazioni di grande spessore. Conosceva centinaia di talenti e ne descriveva pregi e difetti da correggere. Una passione la sua, suffragata da intuito e competenza. Il calcio era la sua vita, Lui prendeva tutto sul serio, ma il calcio era al primo posto. Per il calcio spesso ha trascurato anche la famiglia, lasciando sulle spalle della moglie le incombenze che avrebbero dovuto essere sue,  ma sapeva di lasciare i figli in buone mani e ne approfittava. Ad Ischia era di casa, ci sentivamo spesso e ci vedevamo ogni volta che era possibile. Quando veniva a casa, non trascurava mai un pensierino per la mia bambina. Ancora oggi, dopo oltre trentacinque anni, c’è ancora una bambolina fra i giocattoli di mia figlia che lo ricorda. Lui mi ha fatto conoscere la meraviglia dei limoni procidani, limoni grossi come meloni gialli, da conservare a centro tavola più che mangiarli o spremerli. L’argomento da lui preferito nelle nostre discussioni erano i moduli di gioco. La sua conoscenza calcistica era ad alti livelli e poteva consentirsi di confrontarsi anche con i nomi altisonanti del calcio nazionale come spesso avveniva. Poi un giorno, un brutto giorno, mi telefonò per chiedermi come stavo, lui a me, ma mi diede una notiziola  così, informale, che invece a me suonò stonata. Mi disse:” Come stai? Io mi sono sentito poco bene, cosa da poco, il medico dice che ho bisogno di un po’ di riposo. Per migliorare mi faranno qualche chemio….ma niente di che.” Lui forse non aveva capito, o voleva indorarmi la pillola. A me caddero le braccia e da allora  evitai di incontrarlo, non sarei stato capace di fingere, limitandomi a sentirlo per telefono. Lo rividi quando  andai a dargli l’ultimo saluto e da allora Procida, bellissima isola  mi è rimasta indigesta. Solo un anno fa andai a salutarlo lì da dove non si muoverà più. E Procida mi è sembrata nuovamente bella, nuovamente accogliente  e nuovamente ridente, perché lì ho incontrato la sua famiglia e mi è sembrato di rivederlo insieme a tutti loro. Quel dodici ottobre giorno triste ora è un dolce ricordo.

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