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12 anni per la morte di Renata. La Corte di Assiste del Tribunale di Napoli ha condannato l’imputato Raffaele Napolitano

La Procura della Repubblica di Napoli è uscita vincitrice in questa battaglia giudiziaria ed ha avuto la conferma che le ipotesi contestate siano state quelle giuste.

Paolo Mosè | Raffaele Napolitano è stato condannato a 12 anni di reclusione della Corte di Assise del Tribunale di Napoli. Ha retto in toto l’impalcatura della pubblico ministero che aveva chiesto per l’imputato la condanna a 13 anni di reclusione, riconoscendo ipotesi di reato di maltrattamenti in famiglia con l’aggravante di averne provocato la morte della donna polacca con la quale conviveva.

I giudici togati e popolari sono rimasti in camera di consiglio per circa due ore per girare, verificare ciò che emerso nella fase dibattimentale con l’escussione dei testi dell’accusa e della difesa. Soprattutto su ciò che hanno riferito gli uomini dell’Arma dei Carabinieri che sono prontamente intervenuti a Serrara Fontana per constatare il decesso della donna. Contestando al Napolitano l’accusa di omicidio preterintenzionale. Ipotesi che poi è stata accantonata dal giudice per le indagini preliminari all’udienza di convalida. Non ritenendo che vi fossero gli elementi per ritenere una responsabilità in merito alla condotta contestata. Ma confermando, al tempo stesso, la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di maltrattamenti disponendo gli arresti domiciliari per il Napolitano che tutt’ora ristretto nella propria abitazione a Serrara Fontana.
La difesa ha cercato di escludere che vi sia un nesso tra la presunta spinta con la caduta della donna e la conseguente morte della vittima. Una tesi che non ha convinto la Corte di Assise che ha riconosciuto, di fatto, la responsabilità del Napolitano che ha avuto un comportamento violento nei confronti della donna polacca con la quale aveva vissuto in una situazione di costante litigio, contrapposizione e scontri che si sarebbero poi ingigantiti con delle violenze fisiche causate anche dallo stato di ebbrezza di entrambi i conviventi.
La Procura è uscita vincitrice in questa battaglia giudiziaria ed ha avuto la conferma che le ipotesi contestate siano state quelle giuste.

Nella sostanza, la sentenza di primo grado emessa, conferma quanto era stato sostenuto dal magistrato dell’accusa che ha confermato «che la notte tra il 12 e il 13 gennaio 2019 l’imputato avrebbe spinto intenzionalmente la donna per farsi largo e questo ne ha provocato la caduta sul pavimento. Ricevendo una frattura all’emitorace (una o più costole) che avrebbe poi provocato il decesso. Richiamando ciò che ha scritto e riferito in contraddittorio il proprio consulente, che ha eseguito tra l’altro gli accertamenti sul corpo della vittima e valutando il tempo trascorso dal momento in cui la donna era stata prelevata dal pavimento per essere adagiata sul letto di casa. Ove era rimasta per qualche ora. Ritenendo l’imputato e le altre persone che erano presenti nell’abitazione che il suo stato di semi incoscienza fosse dovuto anche alla troppa sostanza alcolica consumata quella sera. E spiegarono che era una situazione che si era già presentata in altre occasioni. E solo dopo aver tentato di svegliarla, non ricevendo alcuna risposta, venne deciso di chiedere l’intervento del 118 e l’operatore suggerì di adagiare la donna sul pavimento per iniziare alcune manovre rianimatorie. Proseguite dagli infermieri e dai medici giunti poco dopo con tecniche ben precise. Le fratture alla costola è stato un elemento molto dibattuto tra il pubblico ministero e le parti civili da un lato e dall’altro dal collegio difensivo di Napolitano, che hanno ribattuto che quelle lesioni sarebbero ascrivibili alle manovre rianimatorie con pressione sul torace da forzuti infermieri. Una tesi, questa, che il pubblico ministero Cristina Curatoli ha ritenuto inverosimile, non possibile, alla luce proprio delle osservazioni mediche del proprio consulente, che ha escluso questa eventualità. Spiegando che il colpo inferto dal Napolitano era stato ben assestato da far perdere l’equilibrio e la donna sarebbe caduta pesantemente sul pavimento. Non riprendendo conoscenza.

I MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA
L’accusa di maltrattamenti in famiglia con l’aggravante, così come riportata nel decreto di giudizio immediato, è stata fortemente difesa e sostenuta dinanzi alla Corte, tanto da richiedere una condanna abbastanza pesante: «Perché, nel corso della convivenza con Czesniak Renata, dopo un periodo di interruzione della convivenza, a causa di comportamenti analoghi, che comportavano l’applicazione di apposita misura cautelare degli arresti domiciliari poi, convivenza ripresa dal novembre 2018, serbava un comportamento aggressivo, offensivo, minaccioso, oltre che violento. In particolare ripetutamente: ingiuriandola proferendo frasi del tipo “zoccola, puttana fai schifo sei brutta”; manifestando la sua gelosia nei confronti di altri uomini con i quali la vittima aveva rapporti o comunque dai quali si rifugiava quando non era dal Napolitano, come tale Marco; colpendola ripetutamente con le mani, spingendola e facendola cadere in terra, lanciandole contro oggetti vari; litigando con la stessa in modo violento, fino ad urlare a squarciagola, anche sotto abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti; maltrattava la compagna Czesniak Renata, costringendola a vivere in un clima totalmente servile e a sopportare vessazioni fisiche e morali tali da renderle la vita impossibile; con l’aggravante che dal fatto è derivata la morte della vittima».
Nella fase calda della indagine, quando il Napolitano venne arrestato, il pubblico ministero contestò anche l’omicidio preterintenzionale. Sul punto il giudice per le indagini preliminari escluse questa ipotesi, mantenendo però ferma la sussistenza dei gravi indizi per l’ipotesi per cui oggi è stato processato. Per conoscere, esattamente, come hanno ragionato i giudici in Camera di Consiglio è necessario attendere il deposito della motivazione. Sicuramente emergerà che le risultanze del consulente del pubblico ministero hanno prevalso su quelle della difesa il cui perito non è stato troppo convincente durante il dibattimento.

I FATTI
I fatti sono stati raccontati dallo stesso giudice Anna Imparato, che ha avuto una situazione molto chiara confermando che «La notte tra il 12 e il 13.1.2019, come da verbale di arresto in atti, i c.c. di Barano di Ischia, a seguito di segnalazione di personale del 118 del decesso di Renata Czesniak, presso l’abitazione di Napolitano Raffaele, in Serrara Fontana, ivi si portavano per le verifiche del caso.
Giunti sul posto, i militari constatavano la presenza di personale del 118, intento a praticare manovre di rianimazione sulla persona di Renata Czesniak, rinvenuta supina sul pavimento, nonché degli altri occupanti l’abitazione, il compagno Raffaele Napolitano, la di lui madre Emilia Balestrieri, il germano Gabriele e l’amico Felice Iaccarino.
Come da verbale del 118 in atti, la morte di Renata era attribuita a cause naturali, “non risultando segni o indizi di morte violenta, né vi ha luogo a sospettarla per altre circostanze – arresto cardio-circolatorio irreversibile da sospetto abuso di sostanze stupefacenti associato a ingestione di alcool”. Come da nota sul verbale, nel cavo orale della paziente era rinvenuta sostanza non identificata, verosimilmente medicinale».
Proseguendo nel racconto si va dritto al cuore della vicenda e soprattutto ciò che rinvennero i carabinieri nell’abitazione ove fu trovata una donna priva di segni vitali: «Il cadavere, alla vista “si presentava riverso sul pavimento della cucina, in posizione supina, con gli arti distesi; la fronte presentava de le lievi escoriazioni assai verosimilmente non recenti; sotto la zona clavicolare sinistra, veniva rilevata la presenza di un piccolo ematoma; sotto l’occhio destro, veniva rilevata la presenza di una piccola macchia di colore violaceo”.

Sul letto. era, poi, rinvenuta una busta di tipo marijuana light di libera vendita, con all’interno gr. 2 di sostanza; all’interno della busta della spazzatura erano rinvenuti 3 mozziconi di sigarette artigianali, tipo “spinelli”; raccolti in una paletta frammenti di vetro verosimilmente riconducibili ad un bicchiere rotto.
Inoltre, “nei pressi del divano – a pochi centimetri dal cadavere – venivano rilevati alcuni piccoli frammenti di vetro uguali a quelli rinvenuti nella paletta raccogli-rifiuti” e un frammento di vetro era rinvenuto anche sul letto ove era stato temporaneamente spostato il corpo di Renata, come da foto 9 in atti.
Al fine di meglio comprendere la dinamica dei fatti, i presenti erano condotti in stazione per essere escussi a s.i.t., tenuto conto, altresì, degli accertati contrasti tra la vittima e l’indagato sottoposto a procedimento penale, in fase dibattimentale per il reato di maltrattamenti e lesioni ai danni della Czesniak».

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