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Vivere nell’ipocrisia di una morte

Vincenzo Acunto | Transitando per Casamicciola e Lacco Ameno, l’attenzione viene rapita da un manifesto di morte che, con caratteri di stampa diversi, annuncia la morte di “Renata”. Senza un cognome e con la didascalia “morta di indifferenza a soli 48 anni” ha destato l’attenzione per la sua diversità. Poiché la diversità capta l’attenzione, scopriamo che Renata era una “clochard” di origine polacca che s’è lasciata morire –ironia della sorte- nei ruderi del “Pio Monte della Misericordia”. Un fabbricato che nelle intenzioni del suo costruttore doveva venire incontro alle esigenze dei poveri e che solo un sindaco coraggioso, anche se improvvido, cercò di ridargli vita. Lasciando perdere il contenuto del manifesto, pregno di ipocrisia con quel post “perdonaci se puoi”, succede che, nel web, le notizie viaggiano alla velocità del suono e, amici del nord, esterrefatti, mi hanno chiamano per chiedermi “un clochard a Ischia ma..è vero?”. Non uno rispondo io e di rimando “dici il vero o sei con i piedi nella realtà?”. Agli amici rispondo “fate voi” ai miei lettori “riflettete-riflettiamo”. Al manifesto per Renata, si è aggiunto, negli stessi giorni, un filmato trasmesso da uno dei social in voga. Ha ripreso la vita di una persona (della cui condizione già scrissi) che da tre anni (o forse più) vive in un auto parcheggiata nella stradina di fianco alla centrale elettrica di Lacco Ameno (luogo di frequentazione) che, a sua volta è di fianco ad una scuola (luogo di alta frequentazione) che a sua volta fiancheggia l’ospedale (luogo di altissima frequentazione). La stradina si chiama Via Alveo Coperto e collega la litoranea con quella interna che porta all’ospedale. Chiaro il punto? E’ un disperato che avrà perso tutto; è senza un tetto, forse senza un soldo che le persone “chic” aggettivano con il francesismo “clochard” mentre gli strafottenti lo identificano con il dispregiativo “barbone”. Il risultato non cambia. Il disperato (conservando ancora una sua dignità) ha recuperato qualche vecchia cosa e resta accampato i quell’auto che un tempo, forse, era il suo mezzo di svago, in una strada del centro cittadino ove è ignorato da tutti. Riterremo poi opportuno lavarci la coscienza, con un manifesto a caratteri cubitali, quando un giorno il fetore, proveniente da quell’auto, annuncerà la sua morte? Non può essere. Da un certo periodo, andando in chiesa, sento il celebrante che, al momento della raccolta delle offerte, annuncia che “saranno inviate per le missioni”. Chiedo ma non sarebbe una missione utilizzarle per i tanti poveri che esistono sulla nostra isola?. Non sarebbe una missione che la caritas dell’isola, diventando complice della dignità di tante persone che vivono nel disagio, si adoperasse per andare loro incontro? Io che giro l’isola tutti i giorni e so di tanti disagi, penso che l’argomento “disagio sociale” non è più rinviabile ed è necessario che si incominci a pensare al “da farsi”. Le crisi (economica, turistica, del lavoro e di altro ancora) hanno partorito il risultato dei fallimenti di certe politiche: “la povertà ed i poveri”. La mia generazione, purtroppo, non sa che cos’è la povertà. Ricordo perfettamente, per essere nato in una parte dell’isola che ha raggiunto il benessere con un leggero ritardo rispetto ad zone della stessa isola, che, quando ero bambino, c’erano tante persone che andavano in giro, anche di domenica, con i pantaloni rattoppati, con le scarpe bucate o con i cappotti rivoltati. Avevano le proprietà ma non i soldi necessari per una vita agiata. Per meglio comprendere il tempo, aggiungo che la mia maestra elementare, Giuseppina Iacono, mi raccontava che il primo incarico di insegnamento lo ebbe in una scuola di Ischia e la mattina andava a piedi da Fontana a Barano e poi (non sempre) con il pulmann fino ad Ischia. Il tratto a piedi lo percorreva scalza per non rompere le scarpe nelle strade dell’epoca.
Oggi nel “ricorso storico” del tempo che si vive, stiamo ritornando nella stessa condizione e pochi riescono a capire come è potuto succedere. Nei talk schow, il linguaggio che si usa è sempre criptico per cui, pochi sanno che cos’è il “bail in”, “basiela 2” o “basilea3” e non immaginano che tante falle della nostra quotidianità si annidano in quelle sigle che “governanti prezzolati” (portati in quei posti da certe “Ecol National….”, sovvenzionate da talune organizzazioni finanziarie), hanno consentito si formassero a scapito del popolo. Pochi comprendono del perché dei “gilet gialli in Francia” e non tutti hanno ancora metabolizzato certi fenomeni gravi del nostro recente passato. Un tempo, non molto lontano da oggi, le proprietà erano sinonimo di benessere; oggi sono sinonimo di spesa. Le attività commerciali o imprenditoriali erano espressioni di capacità e del desiderio di tanti di affrancarsi dalla subordinazione, oggi sono condizione per essere aggrediti da uno stato sanguisuga che (come scriveva il poeta foriano rivolgendosi ad un commerciante di prodotti di necessità) “è semp assetat’ e sangh” e spesso provoca la morte del “succhiato”. E’ in questo contesto che vengono fuori “i disperati” che si lasciano morire nel “Pio Monte della Misericordia” o che si abbandonano nelle auto o che, con una bottiglia di vino tra le mani, si trascinano per le strade di Ischia Porto. Chi deve suonare la campana per una tale emergenza? Innanzitutto chi la tiene (anche fisicamente) tra le mani. Le organizzazioni religiose, incomincino a raccogliere fondi per “gli isolani” e non per missioni nel terzo mondo in quanto il “terzo mondo è oramai è qui”. Poi gli amministratori dei sei comuni che, di concerto con le organizzazioni religiose e quelle di “service” che pure esistono sull’isola, costituiscano un fondo di solidarietà comune da affidare a persone competenti, individuate sul territorio che, offrendo la loro opera gratuitamente e utilizzando le informazioni raccolte dagli uffici di polizia municipale, costituiscano: a) un registro dei disagiati; 2) individuino luoghi ove poterli ospitare, da pagare con i fondi raccolti; 3) individuino persone capaci, per professione e stile di vita, che sappiano trovare i mezzi e le parole giuste per ottenere la fiducia del “disagiato” da accudire e curare allo scopo di fargli ritornare la voglia di vivere. Solo così potremmo sentirci affrancati e non dire ipocritamente “Renata perdonaci se puoi”.

acuntovi@libero.it

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3 Comments

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  • VERGOGNA in un paese dove la chiesa, ricchissima, possiede tantissime stanze nei conventi. Pero’ preferisce affittarle ai turisti faccendo pagare più di quanto si paga in un ottimo Bed and Breakfast.

  • È bello scrivere di “disagio sociale” quando anche tu Avvocato lo crei senza corrispondere alcun rimborso spese ai praticanti che passano per il tuo studio e che, sistematicamente, scappano via. E che non si dica che il praticante viene pagato con l’esperienza in quanto l’esperienza non riempie la pancia, non sfama e non permette di sopravvivere. Ecco, penso sia questa la vera ipocrisia.