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Uno, dieci, cento, mille e più Candreva

La vicenda della bambina che in una scuola di Minerbe, in Veneto, ha dovuto subire a mensa una disparità di trattamento nel pasto, per l’impossibilità da parte della sua famiglia di pagare la retta come tutti i suoi compagni (e, diciamola tutta, principalmente a causa del totale disinteresse della stessa famiglia, più volte contattata invano dal Comune per facilitarne l’accesso agli aiuti economici previsti e sanare le morosità maturate), ha scaturito una lunga serie di polemiche.

Non intendo certo soffermarmi su quella squisitamente politica, che ha dato sfoggio di tutta la superficialità e la demagogia possibili, sia in maggioranza che in minoranza, senza dimenticare per questo l’immancabile voglia di protagonismo di alcuni giornalisti e conduttori televisivi. Mi interessa, piuttosto, concentrarmi sui tanti che hanno posto l’accento sulla decisione del calciatore interista Antonio Candreva di farsi carico personalmente della retta di quella bambina.
“Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”, recita un passo evangelico ben noto a noi cattolici. E proprio a questo si sono ispirate molte delle opinioni circolate in rete. Della serie: c’era proprio bisogno di pubblicizzare il suo atto caritatevole, anziché tenerlo riservato? Le correnti di pensiero si sono diffuse con la stessa intensità e in modo rapido e capillare, suscitando numerosissimi ed eterogenei commenti. E naturalmente, i leoni da tastiera l’hanno fatta da padroni, lasciandosi andare al solito festival del qualunquismo, frammisto a quella buona dose di hating che quando c’è di mezzo il bello, ricco e famoso di turno, non manca mai.
In un paese civile, questo tipo di episodi non verrebbero mai strumentalizzati; e non necessariamente perché la qualità della sua gente è superiore alla nostra, ma perché è il suo stesso livello di civiltà che li renderebbe impossibili da verificarsi. Nello stesso paese, un Sindaco non sarebbe costretto, incolpevole o meno che sia, a vedersi attaccato in televisione per non aver provveduto di tasca sua al pagamento della retta in sospeso (e se non è qualunquismo questo…), perché un Sindaco che si rispetti avrebbe invece proceduto alla convocazione coattiva ad horas dei genitori della bambina; e, a costo di sentirsi dare del “razzista” (la piccola scolara è figlia di immigrati –ndr), li avrebbe costretti a dar corso alla pratica per il riconoscimento degli aiuti, continuando nelle more ad erogare regolarmente il pasto alla piccola senza che la sciattezza del suo papà e della sua mamma diventasse causa della sua stessa umiliazione. E nello stesso paese civile, nessuno troverebbe il tempo e la voglia di condannare uno sportivo il quale, magari semplicemente reo di essere stato scoperto in una sua buona azione e non di aver volontariamente comunicato il suo gesto al giornalista o all’agenzia di stampa di turno, avesse guadagnato una ribalta mediatica; piuttosto, in tanti lo avrebbero imitato, con o senza mass media al seguito, ma con la sicura, impagabile soddisfazione di essersi sentiti utili verso qualcuno meno fortunato di loro.
Personalmente concordo con chi ha scritto che il dato inequivocabile è unico: quella bambina porterà con sé, per la vita, il ricordo di un’umiliazione certamente evitabile; così come i suoi compagni, pur incolpevoli, si sentiranno co-protagonisti di una vicenda che, di questi tempi, appare a dir poco incredibile. Sarebbe stato forse più semplice ed immediato organizzare una colletta tra i genitori dei compagni di scuola della piccina, magari grazie alla sensibilità dei rappresentanti di classe nel portare il problema all’attenzione del dirigente scolastico, risolvendolo temporaneamente “in famiglia” per poi attendere, speranzosi alla paolina maniera, del successivo intervento istituzionale. Purtroppo viviamo in un paese in cui l’egoismo e l’indifferenza, uniti sovente all’incompetenza, creano danni talvolta irrimediabili, ma soprattutto aumentano lo scetticismo e la sfiducia nei rapporti umani in una società già troppo logora dai problemi, dai dubbi e dalle incertezze in cui ciascuno, nel proprio quotidiano, ha modo di imbattersi e, sempre più difficilmente, di uscirne, isolandosi sempre di più rispetto al contesto sociale a cui appartiene.
Santa Teresina di Lisieux scrisse: “La carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, non stupirsi delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che essi praticano; ma soprattutto ho capito che la carità non deve restare affatto chiusa nel fondo del cuore.” E se tanto mi dà tanto, diffondere gesti di carità non dev’essere necessariamente interpretato come una manifestazione di esibizionismo o come un semplice tentativo di accaparrare il gradimento dell’opinione pubblica a proprio favore, rispetto a chi preferisce agire e tacere. E se anche così fosse, sono fermamente convinto che a tutti noi, per l’aria che tira da un po’ di tempo a questa parte, venire a conoscenza di buone azioni a vantaggio dei più deboli non può che far bene al cuore, risvegliando le nostre coscienze spesso troppo sopite e responsabilizzandoci a fare altrettanto nei limiti delle nostre possibilità.
Ben vengano, quindi, dieci, cento, mille e più Antonio Candreva a renderci tutti migliori, toccandoci al cuore e sollecitando il nostro amor proprio e quell’altruismo che non è mai troppo. Perché, come disse la Santa Madre Teresa di Calcutta, “la povertà più grande che c’è nel mondo non è la mancanza di cibo, ma quella d’amore… La povertà di cuore spesso è la più difficile da combattere e sconfiggere.“

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