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Sferratore: “Carissimo Don Vincenzo Avallone, l’arroganza di fatue stelle di un cielo che non ci appartiene, tuonò come spada…”


Don Pasquale Sferratore | Carissimo Don Vincenzo Avallone, voglio formularti i migliori auguri di buona salute e che Dio ti ricolmi di tante benedizioni. Ti sono vicino in questo momento di sofferenze e insieme a me anche tante altre persone, che mi chiedono di te.

Tante volte sembra che il tempo affoghi nell’oblio sia i dolci accenti del nostro pregare per quelli che Dio ci affida, e sia le nostre parole e sia le nostre parole, che gli uomini dimenticano, come foglie travolte dal turbine.

Spero che le tue opere restino come luce nel cammino, tracciando strade nel deserto dei cuori, in cerca di Dio, e semi fecondi, che lasceranno spuntare tante primavere di fede e di bontà. Quante foto resteranno cari ricordi di tanti eventi di fede, sperando che non resteranno pallidi momenti della vita, ma siano cuori, che raccoglieranno tanti tuoi gesti di amore.

L’arroganza di fatue stelle di un cielo che non ci appartiene, tuonò come spada, che ti spezzò il cuore: “a chi aspetti che non te ne vai”, fu il ben servito al tuo operare, che lasciò sconcerto e amarezze in tanti cuori, che hanno avuto sempre stima e rispetto di te.

A noi interressa il popolo, che ci ama e ci segue. Non ci importa e non ci scoraggi chi si nutre di tanto cieco orgoglio, perché questi tali saranno sempre una delle tante stelle, nelle notti di agosto, e resteranno quali pallidi semi, bruciati dal tempo e dall’oblio e senza primavere.

Questa fu l’amara ricompensa di chi conosce il potere, ma non di chi ha un cuore per amare ed una fede per pregare, adatti a splendide e squallide parate, senza essere come un fiume che dà vita a quelle radici, che hanno ricchezza e voglia di donare frutti abbondanti.

Gli uomini passano come moscerini nel cielo, i fedeli sono ancora lì, che misero i loro piedi sulle tue orme, dove tu lasciasti le tracce dei tuoi buoni esempi, e le molteplici gocce del tuo sudore.

Cammina ancora, alla testa dei tuoi fedeli di un giorno, come Mosè, pregando che Dio perdoni. Noi ci auguriamo di raccogliere gloria nei cuori di un gregge, che guidammo verso i pascoli del cielo. La tua inaspettata sofferenza raccolga ogni giorno benedizioni su benedizioni da chi salverà la sua vita dall’offerta del tuo soffrire.

Un terremoto ha devastato la tua chiesa di un tempo, ma lì è rimasta la tua figura di sacerdote orante, che trascinava con le sue prediche, la sua giovialità, col suo coraggio. Fosti cappellano militare, per desiderio del nostro ex rettore del seminario di Salerno, Mons. Arrigo Pintonello, che voleva anche me, ma il nostro cammino è stato diverso, divenuto uguale come parroco tu, sia a Serrara che a Casamicciola, io da cinquantanove anni a San Michele, nella località di Monterone a Forio.

Per anni di servizio sono il più vecchio come parroco. Siamo stati soldati di un esercito, che si schiera contro il male, per seminare nei solchi dei cuori tanto bene. Che Dio ti sia vicino, ti doni tanta buona salute e ritrova il tuo entusiasmo di sempre, perché c’è ancora chi ha bisogno di te.

Noi non siamo monumenti, sui quali si alternano, per diverse vicende, personaggi diversi, dal muto labbro e dal duro cipiglio, ma siamo occhi che vedono e mani che si agiteranno sempre per lanciare a vasto raggio i semi della parola di Dio, ma soprattutto servi obbedienti al suo messaggio di amore “fate questo in memoria di me”.

I fedeli ci hanno visti salire quell’altare con dignità e onore, non per saturare la nostra vanagloria , ma per essere “…alla tua presenza”, o Signore.

Su quell’altare, con mani vuote, e con tanta semplicità, siamo saliti ad incontrare Dio, per ridiscendere, allargando quelle mani e ripetere il suo desiderio: “prendete e mangiatene tutti…”.

I fedeli ci hanno visti così; come mamme, che nutrono i figli con un cibo, che sa di cielo e di eternità. Non avevamo alle nostre dita lo splendore di anelli di oro, o di pietre preziose, ma la testimonianza della semplicità della vita contadina, che ci hanno lasciato nel cuore i nostri genitori, quando, offrendoci a Dio, hanno stampato per noi,nel nostro spirito con orgoglio e gioia: “frutto della terra e del lavoro dell’ uomo”.

Lascia che questi cari ricordi passeggino ogni giorno nella tua memoria, facendoti compagnia, per darti forza e voglia di donare ancora tutto ciò che resta nell’alburno di questo albero antico, dalle tante primavere, che depositerà l’ultima spiga soltanto nei granai del cielo.

Sentiti ancora quale quercia, alla cui ombra troveranno riparo dal sole cocente i figli di un tempo; sotto quei rami, che agitati dal vento, emetteranno suoni di parole belle e dolci accenti, finché l’arpa dei nostri cuori, lancerà nel cielo gli ultimi accenti, per cantare poi melodie più belle, dal sapore divino, insieme agli angeli. Ti facciano compagnia i divini accenti del nostro eterno Padre. Riempiano la tua solitudine la presenza degli angeli. Afferra quella mano di Padre, per dire a quelli che ti stimano e ti vogliono tanto bene ancora: da un volto umano a Dio, il volto bello di un Padre, che dolcemente ti ama e ti perdona.

Auguri di tanto e di tanta buona salute.

Da chi ti ha voluto sempre bene e ti ha stimato

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3 Comments

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  • Don Pasquale lei è una persona da un grande cuore, il vostro amore per la nostra terra e per le perone si cui hanno fatto la storia sono di valore inestimabile. Spero di rivedervi presto. Un caro saluto.