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Sediolini e poltrone: la storia non cambia

La polemica tra il Comune e la SSC Napoli sullo Stadio San Paolo è lo specchio fedele di quel paese a due velocità che è la nostra Italia, laddove la differenza tra nord e sud emerge sempre più palese, nella gestione del “pubblico” come del “privato”.

Questo gap penalizza oltremodo anche un’impresa virtuosa come la società di De Laurentiis, che se da una parte dimostra di essere un campione di bona gestio, dall’altra tende a piegarsi –forse artatamente- alle logiche di un’area geografica e di una città in particolare laddove i criteri di efficacia, efficienza ed economicità si scontrano sistematicamente con una serie di “fattori ambientali” (per essere buoni) che ne impediscono l’attuazione.

I social e i loro abituali frequentatori hanno puntualmente messo a nudo le fandonie dell’Assessore al Comune di Napoli, Borriello, sulla questione dei nuovi sediolini da installare. Una dettagliata cronistoria del susseguirsi di sue dichiarazioni al riguardo, racconta infatti l’inizio di questa saga, partita il 18 luglio con il più classico dei “Nuovi sediolini a settembre”, per poi giungere gradualmente fino all’8 marzo scorso con l’ultima edizione: “Sediolini? Nessun ritardo. Mercoledì le firme e poi l’avvio dei lavori”. Peccato, però, che da venerdì 8, il mercoledì sia servito esclusivamente a mettere a nudo la reiterata incompatibilità tra le parti in causa, che sono riuscite a litigare finanche per il colore da scegliere e giungendo al lancio degli stracci nel peggior stile “chi sì tu e chi song io”.

In questa vicenda, ovviamente, anche la credibilità del Presidente del Napoli mirata a poter vantare la ragione dalla propria parte, esce fortemente ridimensionata e non solo per il debito pluriennale della società nei confronti del Comune in virtù dell’utilizzo dell’impianto o per l’arroganza di certe dichiarazioni. L’esempio di realtà come Juve, Sassuolo, Udine e del tanto vituperato (da De Laurentiis, s’intende) Frosinone, evidenziano oggi più che mai tutti i limiti dell’imprenditore partenopeo nel far seguire i fatti alle parole: il “gioiello” prima da ventimila e poi da trentamila posti sbandierato nell’ultimo anno e mezzo, insieme alla “Casa Napoli” da realizzare su un terreno da cento ettari (vero, amico mio Antonio Amente, Sindaco di Melito?), non con seggiolini perché “vengo dal cinema e credo che si debba stare comodi”, schermi alti centocinquanta metri per la moviola e un terreno di gioco con piattaforma per concerti, sono stati poi messi da parte nello scorso novembre da un ulteriore, laconico cambio di programma: “Non farò uno stadio altrove, non ci penso più. Ci metterei due secondi a comprare i terreni e 18 mesi per costruirlo. Ma il San Paolo è il teatro di Maradona, parte importante di un passato che io non voglio dimenticare”. Un atteggiamento che giustifica appieno la scelta pur tardiva di tanti tifosi come me nel disertare (finalmente) il “catino” di Fuorigrotta, legittimamente stanchi di essere presi in giro da quest’atteggiamento a dir poco irriguardoso, così come dai prezzi ingiustificati di ieri e dai very cheap mini-abbonamenti degli ultimi mesi. Come dire: buoni e tifosi sì, ma scemi fino in fondo proprio no.

Ecco, quindi, che la città di Napoli si accinge ad accogliere le prossime Universiadi con un impianto principale in stile sepolcro imbiancato, quando se tale evento si fosse svolto a Torino o a Milano, sappiamo tutti che lo stesso impianto sarebbe stato demolito e, per tempo, ricostruito secondo i criteri più moderni e i modelli dell’Europa sportiva che conta. Così come il Napoli continua ad ospitare campionato e coppe europee in una vecchia, fatiscente fortezza in cemento armato che, per quanto gloriosa, è senza dubbio l’indegna cenerentola tra tutte le strutture che ospitano le squadre militanti nelle Coppe europee, resistendo al confronto in negativo in serie A solo con Empoli e Parma. Ancora una volta, quindi, Parthenope non riesce a spiccare il volo con infrastrutture di qualità, pubbliche o private che siano, perché qualcosa ne blocca la concretezza di attuazione: l’area di Bagnoli è l’emblema storico dell’incapacità politico-amministrativa del Mezzogiorno, al pari di tante altre opere abbandonate e facilmente visibili in tutto il territorio regionale. E proprio grazie a Bagnoli, ci torna alla mente l’epoca in cui il gruppo Disney scelse quell’area per realizzare la sua prima e unica Disneyland europea. All’epoca, “qualcuno” non volle (e non fu certo un amministrazione pubblica), al punto da costringere il colosso, fautore dello “small world after all”, a dirottare i suoi interessi verso Parigi. Anche ultimamente, le voci di corridoio rivelano che lo stesso Calcio Napoli continuerebbe a preferire il fitto di strutture come il Centro Kennedy (complesso senza dubbio ampio ma tutt’altro che moderno e funzionale) e la stessa Castelvolturno, logisticamente lontane e scomode da raggiungere, alla realizzazione di un unico centro sportivo di proprietà: il motivo? Sempre “qualcuno” non gradirebbe l’autonomia della società e il suo risparmio di ingenti canoni di locazione, a danno dei proprietari delle strutture interessate. A buon intenditor, poche parole!

E intanto, mentre il Presidente campano De Luca s’inventa il “corso-concorso” per diecimila non meglio definite assunzioni nella pubblica amministrazione, in vista della campagna elettorale del prossimo anno in cui difendere a denti stretti la propria poltrona e quella dei suoi accoliti a Palazzo Santa Lucia e sedi distaccate, il popolo è contento, perché l’assistenzialismo stile “festa-farina-forca” tende a proseguire senza soluzione di continuità, ma di sviluppo e progresso concreto proprio non se ne parla. Stare fermi al palo non è argomento d’interesse primario, né per noi né per i nostri figli ancora ignari del fosco futuro che li attende.

E intanto, la “dominazione” continua, malcelata, sulla nostra pelle, dal 1861 ad oggi!

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