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Ritorno all’autentico

Salvatore Cuomo è il mio pusher! Proprio così: il mio amico, mitico barbiere della zona di Sant’Antuono e noto promotore della storica Festa della Vendemmia di Campagnano (che grazie alla miopia delle ultime amministrazioni non è più da qualche anno), è uno specialista delle bevande estive.

Il suo caffè freddo, a giudizio dei numerosi avventori del salone (che ormai da tempo ha subito la gradevole innovazione del figlio d’arte Enzo, capace di catalizzare giovani e giovanissimi da ogni parte dell’Isola), è un’autentica specialità che, personalmente, non posso gradire, non avendone mai bevuto -neppure caldo- in tutta la mia vita. In compenso, però, Salvatore mi premia spesso con il suo tè freddo. Non sono un amante del tè; anche d’inverno, nelle rare giornate di freddo intenso, difficilmente accetto l’invito di Catrin a sorbirne insieme una tazza bollente e se lo faccio è più per doverosa compagnia che per autentico gusto. Ma quando comincia il caldo agostano e comincia ad arrivare, puntualissima, la convocazione di Salvatore a ritirare gli ex bottiglioni di rum da pasticceria ricolmi della sua “creatura”, beh, il discorso cambia. Non chiedetemi cos’abbia di particolare il tè freddo del mio amico! So solo che sa di buono, di vero, di autentico, zuccherato al punto giusto e, soprattutto, con un aroma di limone nostrano imperante che non risente affatto della bassa temperatura; anzi, questa lo esalta, rendendo ancor più unico e piacevole il sapore e la discesa rinfrescante lungo il “cannarone”: una vera goduria, anche adesso che sto scrivendo per Voi. Grazie, Totore!

Un’introduzione doverosa, quella che avete appena finito di leggere, e non solo per onorare un prodotto di qualità “home made”, ma per riallacciarmi facilmente al fil rouge di questo editoriale, rammentato senza mezzi termini nel titolo: RITORNO ALL’AUTENTICO non è il più classico degli slogan nostalgici di chi si ostina a invocare, anche nei casi impossibili, un improbabile passo indietro nel tempo affinché si torni a “stare tutti meglio”. Proverò, pertanto, ad analizzare con Voi a volo d’uccello alcune considerazioni legate alla gastronomia e al modo nostrano di rapportarci alla domanda che ne scaturisce in seno al turismo ischitano.

Il nostro Bel Paese vanta senza dubbio una tradizione imbattibile nel food and beverage mondiale. Ciascuna regione italiana possiede una sua ben definita tipicità enogastronomica e questo ha reso più facile, nel corso degli anni, accogliere turisti anche in base alla loro voglia di scoprirla. Naturalmente, le mode e le correnti del momento hanno influito non poco sulle identità e sull’offerta di questo settore sebbene, in quanto tali, non siano riuscite a sortire un effetto prolungato nel tempo tale da condizionare più di tanto l’orientamento del mercato. Slow food, agriturismo, chilometro zero, nouvelle cuisine, gourmet, stellati, vegetariani e vegani sono tuttora parte integrante della nostra cultura alimentare, ma se vogliamo nessuno di questi fenomeni è diventato realmente preponderante. A ciascuno il suo, quindi, seguendo come e più di sempre l’istinto del proprio personalissimo gusto, ma con tutti i limiti che ne conseguono.

Bene scriveva, a questo proposito, la prima chef stellata ischitana Libera Iovine, qualche settimana fa su Facebook, ponendo in evidenza l’interesse a dir poco smodato di molti nel trattare di cucina ad ogni costo pur senza averne specifiche competenze sul campo, magari semplicemente per ritagliarsi uno spazio a supporto dei propri interessi ma senza conoscere neppure la differenza tra vongole torze e veraci. Così come ho sempre condiviso il pensiero di un altro grande amico che di ristorazione se ne intende non poco, il grande architetto Sandro Petti (che è anche il “papà” dei celeberrimi spaghetti alla puttanesca, nati al Rangio Fellone di Ischia), convintissimo assertore della teoria che vorrebbe assegnare al territorio l’obbligo di offrire, nei propri ristoranti, una fortissima prevalenza di ricette tipiche locali e non un’omologazione a tutti i costi all’onda lunga del momento che, spesso, nulla ha a che vedere con le tradizioni e gli ingredienti del luogo. Assurdo, pertanto, andare al ristorante sul mare sotto le pagliarelle e vedere il piatto di marinati con i decori a mano dello chef, anziché una fumante zuppa di pesce servita nel tegame di creta ancora macchiato di nero dal fuoco a legna. Così come altrettanto inaccettabile è la presenza nel menu di un ottimo locale per giovani del centro ischitano di un brasato al Barolo, peraltro –mi riferiscono- molto ben cucinato da uno chef assolutamente autodidatta, ma che avrà certamente fatto sorridere qualche ospite del nord insperatamente sentitosi a casa. E come se non bastasse, sapete qual è la cosa più grave? Che alla positiva creatività di qualcuno, storico innovatore nel rispetto della tradizione (penso alla compianta signora Maria Albanese de ‘U Purticciull con i suoi bucatini cozze e pecorino o, nei giorni nostri, alle cozze alla griglia di Ciro Calise o, ancora, alla Fumarola di Nino Di Costanzo), vi è la sempre ricorrente tendenza di “quello della porta accanto” a scatenare la solita reazione a catena, con il più classico dei copia-copiella che nulla di buono porta né al suo autore né all’ignaro (e spesso deluso) avventore.

RITORNO ALL’AUTENTICO, specialmente di questi tempi, non significa esimersi dal mettere un pizzico del proprio estro in ciò che si offre. Semplicemente, comporta evitare di calpestare quanto di buono Madre Natura, i nostri padri e le grandi tradizioni –anche povere- che ci appartengono (come, ad esempio, la storica ricetta della “acqua pazza” o la fin troppo dimenticata Sambuca di Luigi Manzi) ci hanno regalato in termini di assoluta genuinità a corredo di un’offerta turistica che, nei fatti, stiamo dimostrando di non essere all’altezza di gestire.

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