procida Società

Ricerche. Neanche il caldo ferma gli scavi di Vivara

Leo Pugliese | Caldo o no, prosegue intensa e proficua, in termini di risultati, l’attività di ricerca storica sull’isolotto di Vivara. Sono, infatti, oltre quarantanni che gli studiosi in materia dell’università Suor Orsola Benincasa, guidati dall’archeologo professor Massimiliano Marrazzi, lavorano sul passato di questo meraviglioso sito naturalistico, una lingua di terra schiacciata tra le isole di Procida e Ischia.
Vivara, ben si sa, è ricca di reperti archeologici, provenienti dalla Grecia Micenea e risalenti al 1.500 avanti Cristo, come ciotole, vasi, piastre, frecce, lame per la caccia e attrezzi per la filatura della lana, le cui scoperte si ricorderà vennero presentate in anteprima, lunedì 7 settembre di tre anni fa, a Palazzo Cultura a Procida.
A confermare dell’impegno nella ricerca “sul campo”, che come detto continua ininterrotto, è l’assessore Antonio Carannante che, nel ringraziare studiosi e studenti addetti, assicura che si sta lavorando alla prossima apertura del Museo Civico Virtuale e, nel frattempo, anche grazie al comitato di gestione della riserva di Vivara, ci si adopera per «rendere finalmente accessibile al pubblico questo scorcio di bellezza isolana».
LA STORIA DEGLI SCAVI
L’edizione del 1937 dell’Enciclopedia Treccani definiva Vivara  uno Scoglio, che si estende per 0,2 kmq. fra le isole d’Ischia e Procida. Su esso sorse una villa romana. Nell’arco di meno di un secolo, dalla sola presenza di avanzi d’epoca romana altre scoperte si sono aggiunte, in particolare la presenza di un villaggio dell’età del bronzo medio che dagli anni 70 quasi ininterrottamente, sta riscrivendo la storia della più piccola  e più antica delle isole flegree.
L’ultima campagna di scavo, condotta da Massimiliano Marazzi, docente ordinario  di civiltà dell’Egeo e dell’Anatolia presso l’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa e responsabile Scientifico del Centro Interistituzionale Euro Mediterraneo per i Beni Culturali (Cem), affiancato da uno staff di archeologi, studenti e restauratori, sta riportando alla luce in questi giorni interessanti reperti risalenti al periodo Miceneo.

I nuovi  ritrovamenti sono rappresentati da tutta una serie di grossi contenitori e di vasi che stanno venendo alla luce al di sotto del crollo di una struttura capannicola, parte di un villaggio più ampio,  molto imponente che occupava la punta d’Alaca. Tra questi  è stato ritrovato uno stupendo, piccolo ma per noi archeologi davvero importante, frammento di brocca micenea. Il reperto dalle dimensioni di pochi centimetri è sufficientemente grande per determinare una conferma di datazione del sito e in particolare del crollo di questa capanna  al 1.500 a.C. . Un frammento molto bello, con fasce di pittura rossastra e giallastra che  assieme a tutta la ceramica micenea  ritrovata dal 1977 in poi testimonia l’incontro sull’isola di Vivara di naviganti provenienti dalla Grecia micenea: da Micene, da Pilo, da Tirinto, dall’isola di Chitera.

L’isola di Vivara, dunque, in passato si caratterizzava quale primo luogo di incontro tra popolazioni diverse unite da scambi commerciali. Quest’ isola, che un tempo era unita all’isola di Procida,  ha rappresentato a lungo un punto di arrivo, un porto importante nell’ambito di traffici internazionali incentrati essenzialmente sul procacciamento di minerali, in particolare rame e  stagno ma non solo –  spiega Marazzi – I marinai del tempo  trasportavano anche oggetti di lusso, da utilizzare come prodotti di scambio, quali vasi torniti, dipinti , magari contenente all’interno oli profumati o balsami  che all’epoca rappresentavano  lo scambio ad alto livello tra personalità di prestigio,  tra i naviganti che arrivavano e i capi villaggio delle unità abitative, dei gruppi di capanne  sparse  un po’ dappertutto sull’ isola di Vivara,  il cui nucleo centrale però era sull’’isola di Procida all’altezza della spiaggia di Ciraccio, tra  questa e la Chiaiolella,  lì infatti sono stati trovati numerosi resti contemporanei.

La scoperta dell’area archeologica dell’isola di Vivara,  si deve a un archeologo che tanto si è speso  in zona flegrea, Giorgio Buchner, fondatore tra l’altro del museo di Lacco Ameno a Ischia e scopritore della necropoli di Pithecusa. Buchner all’epoca dei primi ritrovamenti era un giovane studente dell’Università La Sapienza di Roma e l’isola di VIvara era ancora abitata con un’ attiva unità produttiva agricola. La campagna di scavo durò tre anni dal 1933 al 1935, al termine della quale il giovane Buchner scrisse la sua tesi di laurea su La vita e dimora delle isole flegree nella preistoria. Dopo queste prime ricerche, che portarono all’individuazione anche di un’abitazione preistorica sull’isola di Vivara, gli scavi ripresero solo nel 1975 ma da allora durano quasi ininterrottamente fino ad oggi.

Add Comment

Click here to post a comment