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PD. L’analisi di Cultrera: “È come se avessero detto, quelli dei gazebi: “Prima il PD”, anzi “Prima la SINISTRA”

SEBASTIANO CULTRERA | Le primarie del PD di domenica hanno alcuni “mainstream” dilaganti, che fanno opinione nella stampa italiana. Ma non sono costruite con notizie vere e proprie, ma con “metanotizie”.
Analizzandole, e cominciamo con le prime due, possiamo parlare, nel merito, del momento politico che stiamo attraversando e delle potenzialità del “nuovo” PD di Zingaretti.
Il primo concetto dilagante è che c’è stata una grande partecipazione popolare, il che corrisponde, in assoluto ad una notizia vera, perché sembra (il dato non è ancora certo) che l’affluenza si sia assestata a circa u milione e 700mila votanti. Tanta gente? Tantissima! Con file e attese considerevoli e con tanto tanto entusiasmo. Inoltre tutti, finalmente, a rimarcare che questa è gente vera, in carne ossa che si alza cammina, esce e va materialmente a votare; e investe anche 2euro, nei propri ideali. Chi, come me, è stato candidato questo concetto lo ha ribadito in tutte le salse: la democrazia è importante ed è fatta da individui in carne ed ossa. Peccato che, se i dati fossero confermati, si tratterebbe di un risultato leggermente INFERIORE a quello dello scorso 2017, quando l’informazione sottolineò una partecipazione MODESTA E IN CALO. Il metro e la misurazione della partecipazione popolare, evidentemente, varia a seconda di chi sono i candidati e, ancora più, di chi vince.
E veniamo alla seconda metanotizia, quella che tutti si aspettavano e che Tv e giornali hanno ripreso a martellare dalla sera di domenica: Renzi è stato sconfitto, e il PD si avvia alla derenzizzazione.
Peccato che il nuovo segretario, il vincitore Nicola Zingaretti, si sia preoccupato, ogni giorno di più di sfumare ogni posizione nettamente contraria alle politiche di Renzi, ribadendo in tutte le TV che MAI farà l’accordo coi 5stelle e MAI farà rientrare dalla finestra gli “scappati di casa”. Ma, niente, nel tam tam mediatico Renzi avrebbe perso. Ma cosa, se non era candidato? …e non ha espresso l’endorsment per nessun candidato. Ha perso, certamente l’operazione di maquillage tentata da alcuni colonnelli definiti renziani in appoggio alla pallida candidatura di Martina. Ma che c’entra RENZI? È una fobia, evidentemente. In realtà è accaduto che anche nel maggior partito della sinistra italiana ha prevalso uno spirito di “sovranismo”, un impulso collettivo a salvaguardare il “territorio” della sinistra. È come se avessero detto, quelli dei gazebi: “Prima il PD”, anzi “Prima la SINISTRA” ricacciando via gli extra-sinistra dal timone del Partito Democratico. Anche perché i gazebi erano più grigi del solito: dal colore dei tanti militanti “delusi” che ritornavano “a casa loro”, adesso che un maggiordomo educato alle Frattocchie era tornato ad aprire la porta. Ma questo popolo di “delusi che stanno tornando e torneranno” non ha comportato un saldo positivo di partecipazione rispetto al passato. Al meglio” la grande partecipazione”, nei conti finali, raggiungerà il passato; prevedibilmente, come si è detto, raggiungeremo un saldo negativo di 100mila votanti. Quindi è chiaro che, a fronte di quelli che tornano ci sono molti che lo hanno lasciato, di recente, il PD. Verso dove? Questo è un bell’interrogativo. Non sappiamo dire con certezza chi sia questa parte di popolo che erano i delusi; forse quelli che avevano votato LeU? Ma la cosa più grave, quella che più mi preoccupa è che questa alzata di scudi identitaria, di sinistra alla Corbyn o alla Sanders, per capirci, è, come detto legata a un progetto di recupero e consolidamento della sinistra. Matteo Renzi invece, col suo progetto politico si è preoccupato dell’Italia, e non del PD. Come i grandi riformisti ha pensato a CAMBIARE IL PAESE ed ha messo in campo la più poderosa stagione di Riforme degli ultimi decenni, fino allo sfortunato tentativo di riformare le nostre istituzioni. Questo è il motivo della mia preoccupazione. Questo è il motivo per cui ritengo che l’iniziativa riformista di Anna Ascani e di Bobo Giachetti non può spegnersi, che bisogna riproporre il tema delle riforme. Perché, per esempio, non dimentichiamo che il sistema politico in Italia continua fare fatica con le lungaggini istituzionali (doppia lettura delle leggi), con la burocrazia che domina negli uffici pubblici, con problemi di competenze indefinite tra i vari livelli delle istituzioni. Una sinistra che riprenda ad ammirarsi allo specchio tornerà ad essere incapace a fare le riforme. Magre piacerà un poco di più a qualche categoria che vuole essere lasciata in pace, ma rimarranno i problemi strutturali per il nostro paese. Ai miei dubbi stamattina, tuttavia, Zingaretti risponde con un piccolo sprazzo positivo: dice Sì alla TAV, e lo dice subito chiaramente, a scanso di equivoci, andando a Torino, al fianco di Chiamparino. Speriamo bene.
Manco a dirlo, però, già nei media commentatori, intellettuali èsuggeritori” vari dell’ASINISTRA colta storcono il naso, ponendo questa domanda: “Ma perché andare a Torino a dare ragione alla Lega contro i 5stelle?” L’idea che, tutto sommato, la cosa più importante, in una scelta politica sia quella di DARE RAGIONE ALL’ITALIA non li sfiora nemmeno.

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