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Parliamo di calcio

4ward di Davide Conte

Questa settimana rilassiamoci un po’ e parliamo… di donne? No, Catrin me le suonerebbe, nonostante sappia stare allo scherzo. E allora, bando alle chiacchiere da prologo, parliamo di calcio. Mentre ad Ischia la guerra dei poveri è in pieno svolgimento con chi, nel cercare tesserati da far giocare per completare la rosa tenta, di rubacchiare incoscientemente quindici-sedicenni dalle scuole calcio locali per catapultarli incoscientemente nei “colossei” dell’hinterland napoletano in pasto a macellai della peggior risma, in serie A si è pronti a riprendere l’agone dopo la settimana di sosta per gli impegni della nazionale maggiore.
E in barba alla memoria del mio caro zio Tonino Conte, il quale mi invitava a scrivere di tutto tranne di calcio perché, a suo dire, avevo su certi aspetti tecnico-tattici una visione opposta alla sua e, quindi, da non ostentare (che divertimento sfotterlo sul fatto che il suo adorato Hamsik, a mio giudizio, non sa tirare in porta…), vorrei compiere un’analisi a volo d’uccello sul campionato appena cominciato e sugli scenari che si prospettano per la stagione in corso.
Credo che ancora una volta la Juventus parta da indiscutibile favorita. Molto presto ci si accorgerà che la cessione di Bonucci è stata l’ennesima parentesi di una squadra che lascia una tessera del proprio puzzle non solo a caro prezzo, ma ben sapendo di poterla sostituire più che adeguatamente e, come se non bastasse, aggiungendo ulteriori soldati ad un esercito già ben dotato di artiglieria pesante. Ovviamente, sarei ben felice di essere smentito.
Ai Gobbi, quest’anno, va affiancata nuovamente la Roma, che se per certi versi ha dimostrato di avere una difesa che ha bisogno di qualcosa in più di una semplice registrata, per altri dispone di risorse che, raggiungendo la giusta sinergia con il nuovo tecnico Di Francesco, possono consentirle di restare nei piani alti della classifica.
A giudicare dalle prime due gare di campionato, anche le due milanesi non hanno alcuna intenzione di seguire ancora una volta l’aforisma di De Coubertin: l’Inter di Spalletti ha compiuto pochi ma giusti innesti, dimostrando sin dalle prime battute che non è possibile concederle il minimo spazio di gioco, a meno di una chiara volontà suicida ai fini del risultato. In casa Milan, invece, hanno fatto intendere a chiare lettere che la favola sulla necessità di amalgamare i tantissimi nuovi acquisti che ne hanno rinnovato la rosa non è affar loro. E di scelta ne hanno, se consideriamo che ad oggi il nostro cittadino onorario Vincenzo Montella possa permettersi il lusso di lasciare ancora in panchina gente come Luiz Adriano e Kalinic (totale: oltre 60 milioni di euro) per confermare titolare un diciannovenne di belle speranze di nome Cutrone.
E veniamo a noi! Del Napoli parlerò in prima persona, “comm si ‘u fatt foss pur ’u mio”: la scorsa settimana il mio amico e collega Lino Zaccaria, su ScrivoNapoli.it, ha duramente criticato la campagna acquisti degli azzurri, la politica del Presidente De Laurentiis e i facili entusiasmi scaturiti intorno al Napoli in vista della possibile vittoria finale che riporti il tricolore dalle nostre parti dopo ben ventinove anni. Sulla sua disamina sono quasi perfettamente d’accordo: volendo sorvolare per un attimo -ma solo per un attimo- sul problema del portiere e optando per un auspicabile miglioramento di un centrale come Maksimovic, era ed è innegabile la necessità di un altro esterno basso destro. Con una squalifica o eventuale infortunio di Hysaj, chi fai giocare a destra? E la dimostrazione di ciò si concretizza in due episodi: la prestazione di Maggio contro l’Atalanta (insufficiente non per sua cattiva volontà, ci mancherebbe, bensì per oggettiva inferiorità fisica con qualsiasi avversario abbia un minimo di gioco di gambe) e la scelta di tenere comunque Tonelli fuori dalla lista Champions, che supporta la tesi che il ragazzo è rimasto a Napoli solo perché la società non è riuscita a venderlo, non perché riteneva di poter puntare su di lui.
Tuttavia, il “quasi” di cui sopra, quello che un mio docente, al pari del “se”, amava chiamare in vernacolo “particella scarrupativa”, è d’obbligo (Lino, non volermene). Sono un tifoso estremamente obiettivo, ma sono pur sempre un tifoso, nonostante il braccino corto di De Laurentiis, nonostante il financial fair play, nonostante mi roda veder festeggiare i “non colorati” (per dirla alla Alvino maniera) sei volte di fila col tricolore in petto, nonostante continui a vedere, anno dopo anno, calciatori potenzialmente “da Napoli” che approdano in altre società a condizioni ampiamente alla nostra portata (Zappacosta primo tra tutti). Fattori importantissimi, per carità, che farebbero girare le pelotas anche ad un vecchio flipper, ma che poi lasciano sistematicamente il posto al godimento di vedere in campo una squadra che, nonostante tutto, continua ad esprimere il calcio più bello che c’è, grazie a Maurizio Sarri. Magra consolazione? Sarà. Ma la passione, quella vera, prende spesso e volentieri il sopravvento sulla ragione, anche quando sopraggiungono le incazzature terribili di chi perde la minestra per il classico pizzico di sale (e noi, sotto questo aspetto, siamo grandi esperti).
Domenica sera, per quanto mi riguarda, conta solo un risultato: il 2 a Bologna. Per il resto, buon calcio a tutti!

 

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