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Orgoglio italiano e ischitano

Trovo utile riprodurre integralmente “Il Caffè” di Massimo Gramellini pubblicato ieri sul Corriere della Sera, dal titolo “Burattino senza feeling”, per arrivare al tema di questo 4WARD: l’orgoglio italiano e ischitano. L’editoriale in questione –lo capirete subito- era dedicato a Guy Verhofstadt, parlamentare europeo belga, che in un suo intervento di qualche giorno fa in aula ha dato del “burattino di Salvini e Di Maio” al nostro Premier Giuseppe Conte.

Signor Verhofstadt, quando un giocatore della mia squadra sbaglia un gol, il che purtroppo capita abbastanza spesso, lo esorto con una certa vivacità a cambiare mestiere. Ma se qualcun altro osasse ridicolizzarlo, lo azzannerei cortesemente alla giugulare. Lei, all’Europarlamento, ha allestito un artificio retorico degno del Marco Antonio shakespeariano sul cadavere di Cesare. Ha elogiato l’Italia e gli italiani del passato per meglio insolentire quelli del presente, dando del burattino al primo ministro in carica, benché molti politici del Nord Europa, incapaci di fare pagare le tasse alle multinazionali dove talvolta si trasferiscono a fine carriera, in materia di burattini potrebbero tenere corsi di specializzazione a Pinocchio. Non è tutta colpa sua, signor Verhofstadt. Siamo noi ad avervi abituati così male. Sono almeno vent’anni che incoraggiamo i politici stranieri a trattare da macchiette i nostri governanti, persino quando lo sono e perciò andrebbero protetti dal disprezzo altrui per godersi soltanto il nostro. Ma è proverbiale la capacità degli italiani di dissociarsi da sé stessi, addossando la responsabilità dei risultati elettorali a un popolo ignoto e ostile, composto dalla maggioranza dei loro connazionali. Stavolta, invece, ci siamo sentiti offesi quasi tutti. Forse perché quel Conte che si lasciava insultare da lei con tanta dignità non sembrava neanche un italiano.”

Personalmente adoro Gramellini, la sua variegata cultura e il suo modo forbito e sintetico al tempo stesso di scrivere e coinvolgere il lettore con rara maestria. E in questa occasione più che in altre ho apprezzato il suo acume nel sollevare un problema che, per quanto nazional-popolare, di questi tempi assume una connotazione particolarmente rilevante. Ho già avuto modo di accennare, nel 4WARD di venerdì scorso, la necessità di ridefinire una volta e per tutte i rapporti con i nostri alleati (o pseudo-tali) del vecchio continente, ormai troppo abituati alla comodissima facoltà di portarci a rimorchio delle loro scelte, ricordandoci sovente i nostri doveri di “stato membro” e troppo spesso dimenticando i benefici più o meno leciti ricevuti in un recente passato dalla loro presenza nella Comunità Europea (ogni riferimento a Francia e Germania è assolutamente voluto). Ma quando Gramellini scrive: “Siamo noi ad avervi abituati così male” non fa altro che sfondare una porta aperta, per quanto mi riguarda. Un buon padre è sempre pronto a bacchettare il proprio figlio; ma guai a chi, più o meno arbitrariamente (e magari pubblicamente), si permette di maltrattarlo. E questo non solo per il concetto semplicistico secondo cui i panni sporchi si lavano in famiglia, ma perché è essenziale educare all’interno per essere poi in grado di difendersi all’esterno.

Tanto in Italia quanto ad Ischia, invece, il comportamento tipico degli autoctoni è sempre più controcorrente. Sul piano nazionale, da una parte si è pronti a lodare l’azione sovranista di Salvini in difesa dell’orgoglio patrio e contro qualsiasi forma di integrazione smodata; dall’altra, si tende sistematicamente a svilire la nostra identità di paese e di comunità, gettando discredito su tutto ciò che è italiano. Allo stesso modo, è realmente difficile imbattersi in un ischitano medio in grado di assumere le difese della propria terra in presenza di terzi. Anche con gli stessi turisti, anziché esaltare con ogni mezzo il nostro senso di ospitalità e la nostra comunità, siamo noi stessi i più sfegatati promoter delle nostre “debolezze”, quasi a voler scoraggiare chi ci ascolta, dissuadendolo con forza dal giudicare positivamente la scelta di averci fatto visita.

Ho imparato, nella vita, che essere “comunità” significa anche lasciare in secondo piano gli altrui difetti per esaltarne i pregi; così come un contesto sociale che si rispetti comporta la necessità di un confronto interno costante, capace di mettere a nudo tutte le nostre criticità, combatterle e trasformarle da punti di debolezza in punti di forza. Cementando questo modo sano di “stare insieme”, verrebbe da sé una difesa incondizionata di tutto quanto ci appartiene rispetto a qualsiasi forma di attacco esterno. Una comunità matura, infatti, non consentirebbe a nessuno di farsi puntare il dito contro! E questo spirito protettivo dovrebbe svilupparsi in modo verticale ed omogeneo dall’ultimo dei cittadini al primo degli amministratori pubblici. Negli ultimi anni, invece, abbiamo assistito più volte e ad entrambi i livelli a comportamenti assolutamente antitetici a questo principio: da una parte, l’opposizione parlamentare che strumentalizza le “alzate di testa” della Francia, di Moody’s e del Fondo Monetario Internazionale contro il nostro Paese pur di denigrare il Governo nemico (che è pur sempre il Governo Italiano), dimenticando i propri atteggiamenti fin troppo compiacenti quando erano loro in maggioranza; dall’altra, i Sindaci isolani che –tanto per fare un esempio- in occasione del terremoto di un anno e mezzo fa, mai hanno pensato di replicare con fermezza (e, se necessario, fino alle aule di giustizia) per difendere la nostra terra da chi, quasi quasi, si è permesso di ritenere meritati gli effetti del terremoto pur di affibbiarci i titoli di abusivi e fuorilegge seriali.

Riflettiamoci, amici Lettori! E’ ora di crescere, prima inter nos e, poi, verso gli altri.

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