primopiano

“Nihil novum sub sole”

di N.N.

Ecc.za Rev.ma
premetto che, per quanto afferisce le mie opinioni, io, contrariamente ad altri, non ho mai espresso insulti nei Vostri riguardi ed il tono da me usato, pur improntato alla facezia confidenziale, non ha mai superato il valico della buona educazione, anche se non caratterizzato da cliché tipico di ipocrita protocollo.
Vengo (di nuovo) però con questa mia a dirvi…, ovvero a portare alla Vostra conoscenza, il disappunto da me provato nel leggere quel comunicato stampa, con cui in stringato curialese sono state esternate in pubblico le decisioni prese “quasi unanimamente”, nel summit tenuto stamane inaudita altera parte.
Nel corpo del medesimo proclama si manifesta la contrarietà Vostra e dei vari prelati per presunte offese alla Vostra persona, la quale, lasciatemelo passare, sembra quasi essere assunta ad unica depositaria della verità.
Non spetta a me ricordarvi che, invece, la nostra Santa Romana Chiesa permette ai laici ab immemorabili “diritti di replica” a iosa: nella normativa vigente cito ad esempio il dettato del canone 212, commi II e III, Codice di diritto Canonico.
Lasciamo quindi al loro posto i lacciuoli di leggi e leggine vari; quelli li si destini ai vaniloqui ed ai garbugli di coloro che, per vanagloria e non per amore di giustizia, ambiscono ad essere presto chiamati in causa, riempiendo libelli voluminosi di logorroica accozzaglia giurisprudenzale pescata da Internet e fatta passare per parto di scienza da mente illuminata.
Ma c’è un qualcosa di grave che mi ha fatto molto male di quel comunicato, diffuso a profili-reti unificate in concomitanza da tutte le parrocchie, manco fossimo a Cape Canaveral e ci si fosse dato accordo nel countdown con uno “Houston chiama terra”.
Ecco, è stato il dileggio contro il prossimo profferto a chicchessia, specialmente ai commentatori del nulla e che si fanno notare nell’inneggiare alla Vostra persona; tipi che però, pur andando quotidianamente a messa e sgranocchiando Rosari (la mia preghiera preferita e che amo in dose quotidiana e completa, ma che non deve scadere in omatonia e teurgia), non si preoccupano dei propri simili, poveri, per volontà propria o per trascuratezza dei pastori, spiritualmente, e magari non invitano i parroci ad occuparsi anche e soprattutto di quelle anime derelitte.
Sappiate, Eccellenza, che, laddove Voi Vi siete sentito offeso dalle invettive espresse ed a vostro parere impetuose, la realtà può essere diversamente interpretata, se vista da altra angolazione.
Vi dico che è da preferirsi un altro metro di giudizio, perché quei nostri fratelli, scrittori di necessità e non di professione, i quali stanno alzando la voce in un determinato modo, definito volgare, sguaiato, non agiscono così perché vogliano coartare la Vostra volontà refrattaria alle loro richieste, ma piuttosto perché, il loro eloquio è tipico dei “poveri e dei deboli di Dio”. Vedete, non a tutti – direbbe nel suo “Filotea” il caro san Francesco di Sales – sono stati concessi i doni umani di sublimi conoscenze in campi limitati o vasti dello scibile umano. Le scuole alte non tutti le hanno frequentate, sapendo in guisa carducciana leggere di greco e di latino, di scrivere, di scrivere e di avere molte altre virtù. E, tanto per voler andare nel sottile, non è detto che chi le abbia pur frequentate abbia poi esagerata cognizione di causa e sappia manifestare alle moltitudini almeno l’ABC del necessario. Da dove traspaiono in quel medesimo comunicato la misericordia ed il perdono, il mostrare l’altra guancia, il non godere dell’ingiustizia ma il compiacersi della Verità? Neanche è bello che si pretenda eventualmente che certi sacerdoti siano “consigliati” di scrivere le loro “da ultimo minuto” volontà in vita per manifestare di aver “liberamente” scelto di rinunciare ad essere un papabile parroco. E’ questa una trappola vergognosa: da un lato, mette il prete dinanzi al dramma della potenziale disobbedienza al proprio vescovo, non accondiscendendo sua sponte al patto imposto; dall’altro, ove mai prestasse questa sorta di Iusiurandum Fidelitatis, a quello di dovere subire l’onta della vergogna da tradimento della gente che lo ama e lo stima sia come uomo sia come Uomo di Dio. Eccellenza, sono affranta e non mi va di andare oltre, ma, Vi prego, guardiamoci negli occhi e parliamoci chiaro. Ben conoscete parimenti a me l’opera pirandelliana e Vi balzerà certamente il pensiero al suo famoso “Giovanni qual è, qual si crede di essere e qual lo credono gli altri”. Orbene, io Vi domando chi siete? Il vescovo qual è (e del quale io ebbi da subito una stupenda impressione, in special modo quando mi capitò di incontrare per la prima occasione a me utile il Vostro volto sorridente, guarda caso proprio ad una messa solenne nel giorno di festa di san Vito); il vescovo qual lo conosce e lo ama Dio; o il vescovo qual lo vogliono i “lupi”? Cosa decidete, la risposta me la darete di persona? Pensateci, Eccellenza, ma, affrettandoci lentamente, agiamo presto. Charitas Christi urget nos e mai come in questo momento di “MORIA DEI FEDELI” qui a Forio.

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