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Misura interdittiva per l’arch. Piro Calise. L’accusa è di corruzione in atti giudiziari

Paolo Mosè | Nell’inchiesta romana che ha portato all’accoglimento del ricorso della Procura con l’applicazione degli arresti domiciliari disposti dal tribunale del riesame nei confronti del giudice fallimentare Enrico Caria, compare l’arch. Giancarlo Piro Calise di Lacco Ameno. Nei cui confronti il tribunale della “libertà” ha disposto, insieme ad altri quattro coindagati, la misura dell’interdizione dalla professione per la durata di un anno. Per tutti l’ipotesi è di corruzione in atti giudiziari. I provvedimenti adottati dal tribunale, ovviamente, non sono affatto esecutivi avendo la difesa la possibilità di ricorrere alla Suprema Corte di Cassazione. E solo in caso di rigetto, quei provvedimenti del riesame di Roma diventeranno esecutivi a tutti gli effetti. In caso contrario ciò che ha deciso il collegio del riesame non avrà più senso di esistere.
Un’indagine scaturita allorquando il Caria era giudice fallimentare a Napoli e da diversi mesi è stato trasferito presso il tribunale di Napoli nord, ove è stato nominato presidente della sezione. Un incarico importante. La Procura della capitale in più di un’occasione è andata alla carica per chiedere al giudice per le indagini preliminari l’applicazione delle misure coercitive o altra misura che riteneva il gip, ma puntualmente respinte anche con più motivazioni molto “severe” nei confronti della pubblica accusa e bacchettando le stesse indagini, ritenute lacunose, prive di riscontro, anzi non sussistevano i gravi indizi di colpevolezza. Una bocciatura secca e che non lasciava spazi. E invece la Procura non ha allentato la morsa ed ha continuato nella sua azione presentando ricorso al tribunale del riesame trovando la massima attenzione del collegio, che nel caso specifico ha ritenuto che sussistono i gravi indizi di colpevolezza necessari per adottare nei confronti del giudice napoletano la misura della custodia cautelare agli arresti domiciliari e per il Calise quella interdittiva dalla professione per la durata di anni uno insieme alla compagna del giudice, Daniela D’Orsi, il consulente Alessandro Colaci, il commissario giudiziario ed avvocato Alfredo Mazzei. A quanto pare ci sarebbe un quinto per il quale il riesame si sarebbe affrettato ad emettere una nuova ordinanza che è stata depositata successivamente rispetto a tutti gli altri. Il Calise, a quanto pare, avrebbe ricevuto delle consulenze essendo stato definito persona di fiducia del giudice della Fallimentare, ma sul punto la difesa ha sostenuto che si era trattato di un rapporto lineare, scevro da qualsiasi forzatura o interesse o possibile utilità. Come avviene di solito nell’ambito dell’attività giudiziaria tra il giudice delegato a svolgere delle verifiche, scegliendo, come è giusto che sia, dei consulenti affidabili e soprattutto capaci professionalmente.

IL PROVVEDIMENTO DEL RIESAME
Tutta l’inchiesta ovviamente ruota intorno alla figura dell’alto magistrato che, secondo la Procura romana, avrebbe ricevuto diversi benefici. Tra cui una settimana in un noto albergo di Capri, un’altra vacanza in un resort di lusso più avrebbe concesso degli incarichi professionali alla propria compagna, che risulta essere anche lei destinataria della misura interdittiva. Un contrasto enorme tra quanto ha stabilito con le sue ordinanze il gip e ciò che rileva il tribunale del riesame. Il tutto dovrebbe essere chiarito dalla Suprema Corte di Cassazione, che si pronuncerà tra qualche mese. Nel frattempo i giudici del riesame hanno scritto nei confronti del Caria che «ha commesso reiterate violazioni ai doveri di lealtà e imparzialità, nell’esercizio delle funzioni di giudice delegato, tanto da consentire la conclusione che l’incarico presso la Sezione fallimentare era per lui anche un canale di entrate integrative per mantenere un tenore di vita probabilmente superiore a quello che il magistrato avrebbe potuto permettersi facendo unicamente affidamento sulle sole fonti lecite di guadagno».
Cinque sarebbero in sostanza gli episodi di corruzione, sui quali ovviamente c’è stata la massima attenzione dei giudicanti rispetto a molti altri episodi contestati dal pubblico ministero: «E’ emersa una spiccata tendenza di Caria a chiedere ed accettare favori e regalie dai professionisti con cui veniva in contatto, a dimostrazione del fatto che quella di ricevere utilità era per lui una vera e propria prassi, una consolidata modalità di esercizio del potere giurisdizionale».

LE TESI DEL GIP
Una “radiografia” che non trova per nulla d’accordo tutte le difese, i cui assistiti hanno ricevuto una qualche misura restrittiva della libertà personale: «Errori macroscopici che non potranno non essere rilevati dalla Cassazione. In particolare, il tribunale del riesame, ha ribadito la tesi del gip secondo cui “l’esistenza di rapporti di frequentazione induce a ricondurre entro le ordinarie dinamiche delle relazioni interpersonali la maggior parte delle modeste regalie e piccole utilità rappresentative nell’ottica dell’accusa della certa mercificazione della funzione giudiziaria, mentre con maggiore aderenza alle regole di comune esperienza e del buonsenso, le stesse sono plausibilmente espressive di forme di cortesia ed estemporanee liberalità non frequenti tra persone legate da vincoli di amicizia”».
Ed ancora lo stesso gip scrive: «Non si spiega perché il Caria si sia sentito sempre in dovere di contraccambiare con medesime regalie le cortesie ricevute». Questo ragionamento ha indotto la difesa ad aggiungere qualcosa di estremamente rilevante per i propri assistiti e a sottolineare che non ci sono state quelle prerogative al fine di garantire il corretto rapporto tra chi accusa e chi invece è costretto a difendersi: «Ci siamo scontrati con una realtà investigativa inquietante. Sono riportate solo intercettazioni parziali con sunti e valutazioni effettuate dalla polizia giudiziaria funzionali esclusivamente a sostenere la tesi dell’accusa. Tali sunti sono stati acriticamente trasportati nel testo del provvedimento, in assenza di un effettivo controllo giurisdizionale, sia da parte del pubblico ministero sia da parte del tribunale. Altrettanto disarmante è la realtà giudiziaria con cui ci siamo scontrati come comuni cittadini e cioè la materiale impossibilità di accedere a tutto il materiale investigativo rappresentato da intercettazioni, essendo anche andato smarrito un cd».
Importante? Determinante? Tant’è vero che gli stessi difensori lamentano in ciò che è stato scritto nell’ordinanza del riesame che avrebbe ritenuto valide circostanze che per la difesa non si sarebbero mai verificate.

LE “CIMICI”
E’ chiaro che tutto ciò ruota intorno alla figura di un magistrato e ogni sua mossa, ogni suo rapporto, ogni incarico che avrebbe dato è stato passato al setaccio dalla polizia giudiziaria, in questo caso anche dalla Guardia di Finanza. Si parla finanche di “cimici” piazzate all’interno del suo ufficio, ove ha operato. Per carpire i colloqui intercorsi con alcuni altri coindagati. Colloqui che sono stati trascritti e che per il pubblico ministero sarebbero uno dei pilastri sul quale ruotare la richiesta cautelare. Mentre per le difese questi colloqui sarebbero stati trascritti parzialmente e non integralmente. Nella misura in cui rendesse più omogenea l’accusa nei confronti di tutti coloro che sono iscritti nel registro degli indagati da un bel po’ di mesi. Anche la semplice possibilità di avere un posto auto in un parcheggio sarebbe stata valutata come elemento di corruzione giudiziaria. E questo nei confronti di un indagato per il quale, però, il tribunale del riesame in funzione di appello non ha concesso la misura coercitiva. In questo caso si sostiene che il giudice si sarebbe prodigato affinché venisse concesso il parcheggio dell’auto. Un favore. Troppo poco, ovviamente, per rientrare in quell’ambito della corruzione giudiziaria dato che, come ha sempre sostenuto il giudice per le indagini preliminari, non stiamo in quel rapporto stretto che si conclude con l’aggiustamento di un provvedimento del giudice coindagato. Che, a quanto pare, non è stato scoperto nella sua interezza.
Questa storia quindi non si conclude qua. E’ sicuro che gli avvocati di tutti coloro che hanno ricevuto la misura dal tribunale del riesame in funzione di appello proporranno ricorso alla Suprema Corte di Cassazione. Attaccheranno frontalmente ciò che hanno scritto i giudici nell’ordinanza e contestualmente difenderanno a spada tratta ciò che ha scritto in più riprese il giudice per le indagini preliminari che ha comunque e sempre respinto tutte le richieste che sono state avanzate dalla procura della Repubblica di Roma, che si occupa di eventuali reati commessi dai colleghi partenopei.
Così come si dovrà ancor di più verificare il rapporto intrattenuto dall’arch. Piro Calise, che sostanzialmente ha un ruolo più marginale rispetto a un’indagine che ruota principalmente sulla figura del magistrato, attualmente presidente della Sezione fallimentare del tribunale di Napoli nord. Le presunte corruzioni giudiziarie si sarebbero proprio consumate durante l’incarico ricoperto da Caria alla medesima sezione del tribunale di Napoli.

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