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L’ordinaria violenza e l’inutile dito contro

La vicenda dell’amica di famiglia che, dopo essersi offerta per dare ripetizioni d’inglese all’altrui figlio quattordicenne, è giunta al punto di renderlo padre biologico del suo secondogenito, rappresenta nel migliore dei modi lo squallore imperante nella nostra società.

E’ praticamente impossibile immaginare la delusione e la rabbia dei genitori del ragazzo, miste al rammarico di aver inconsapevolmente affidato il proprio figlio nelle mani peggiori. Ma credo che la peggiore di tutte le sensazioni sia quella di appurare quanto la passione, aggravata dal vizio, dal capriccio o dalla vera e propria perversione, riesca sovente a prendere il sopravvento sulla ragione.

L’esame del DNA effettuato in tempi non sospetti e non certo dopo l’arresto di pochi giorni fa, ci mette nella triste condizione di non poter riconoscere alla “signora” di Prato neppure la sempre tanto invocata presunzione d’innocenza. Anzi, difronte a tanta inequivocabile certezza, verrebbe piuttosto da chiedersi quali motivazioni la sua difesa legale intenderà sostenere (a partire dalla richiesta di riesame già presentata avverso l’ordine di arresto ai domiciliari) per sovvertire un verdetto di condanna praticamente scontato. Credo, infatti, che in alcuni casi la deontologia professionale dovrebbe imporre agli avvocati, dinanzi all’inequivocabile colpevolezza o a rei confessi, di rifiutare l’incarico o, al massimo, di limitarsi ad istruire tutto quanto utile a “contenere i danni” per il proprio assistito, nel pieno rispetto della verità già emersa inconfutabile.

Ho già avuto modo di soffermarmi sulla grandissima difficoltà di svolgere il più correttamente possibile, per ognuno di noi, il ruolo di genitore. Anche nelle famiglie più serene, laddove non solo l’agiatezza ma anche il rispetto, il buon esempio e la prudenza rappresentano valori abbondanti ed insostituibili, il problema resta sempre lì pronto ad attendere, dietro l’angolo delle mura domestiche, della scuola e degli ambienti di svago o comunque di abituale frequentazione, il momento propizio per intervenire e mettere scompiglio. E ci sono situazioni in cui ciascuno di noi, per quanto pronto possa essere a fare autocritica, proprio non riesce a trovare la giusta risposta al più difficile dei quesiti: “Ma… dove avrò sbagliato?”, facendo sì che tutto, anche le certezze incrollabili, arricchiscano improvvisamente la schiera dei dubbi più difficili da risolvere.

La disperata complicità del marito nell’accettare, coprendola, una situazione insostenibile anche per il più innamorato dei consorti, sfociata poi nella quasi surreale preoccupazione, a carte scoperte, di “perderlo, questo figlio” (pur sapendo che suo non è), ci porta a comprendere quanto complicato sia placare quella dose d’egoismo che viene fuori quando mai te l’aspetti e grazie alla quale l’essere umano, dinanzi al pericolo incombente di turbare per sempre i propri equilibri quotidiani, riesce a sottacere comportamenti di assoluta gravità penale e morale ad opera di un proprio congiunto, mortificando oltre ogni ragionevole limite la propria dignità. Come dire: non fa nulla che c’è un minorenne per lo mezzo, che importa che io sia stato palesemente tradito, non è un problema se ho cresciuto per cinque mesi un neonato che non mi appartiene, trattandolo come se fosse mio figlio, purché io riesca a vivere in pace (apparente) con gli altri, più che con me stesso.

In un’epoca di femminicidi, di infanticidi, di assassinii premeditati ai danni di anziani indifesi per derubarli nella propria pace domestica, di tentati omicidi preterintenzionali mirati a placare la propria sete di vendetta socio-politica senza farsi scrupolo di togliere la vita a una trentina di bambini, di stupri di gruppo filmati al cellulare per poi vantarsene al bar in centro, cosa volete che sia una moglie infedele e, per giunta, efebofila, con tanto di marito “cornuto e contento”? Vedete, è proprio questo che mi spaventa: l’abitudine ad una quotidianità sempre più densa di ogni forma di violenza e di devianza: dalle più semplici in cui imbattersi (ad esempio, la guida distratta e irriguardosa del diritto altrui alla serena circolazione veicolare o pedonale) a quelle da inevitabile condanna alla reclusione vita natural durante. Non mi sembra vero che molti di questi fatti di cronaca passino ormai quasi inosservati, se non posti alla ribalta da breaking news, da rotocalchi o da talk show assetati di audience, ma mai oggetto di riflessioni profonde che, negli anfratti più reconditi del nostro tessuto sociale, potrebbero penetrare ad opera degli esperti, dei formatori e degli educatori per sradicarle almeno dalla forma mentis degli “adulti di domani”.

Lunedì scorso sono stato relatore, per conto del Corecom Campania, al Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli laddove, a proposito del cyber bullismo, ho trattato il tema “Minori e media nell’era digitale”. Riflettete solo per un attimo su questo aspetto, così come ho chiesto di fare ai tanti giovani e docenti presenti in sala: come si può pretendere dai nostri figli (e parto dai miei) di accettare per buoni quei valori fondanti della nostra “educazione di ieri”, quando poi gli si consente di utilizzare con la propria PlayStation giochi vietati ai minori di diciotto anni in cui si ammazza, si tortura, si violenta, si ruba, si investono pedoni, si picchiano e uccidono poliziotti e, con i soldi guadagnati –si fa per dire-, si comprano armi, droga, supercar, auto di lusso?

Noi e le nostre famiglie, così come ci sentiamo in diritto di indignarci rispetto a questo pericoloso stato di cose, dovremmo ugualmente riconoscere il dovere di partecipare con il nostro buon esempio ad una progressiva disabitudine a certi fenomeni che oggi, purtroppo, caratterizzano sempre più fortemente in negativo, e dal basso, la nostra società. Fino ad allora, il dito che siamo soliti puntare contro chissà chi, resterà solo uno stupido quanto inutile rifugio.

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