Società

L’obiettivo di Serena Mancusi: diventare artista musicale professionista

Elena Mazzella | Serena, dal carattere deciso e vulcanico come la terra isclana che l’ha vista venire alla luce, dalla voce graffiante e intensa, ha le idee chiare: diventare artista musicale professionista.

Ha puntato dritto sui suoi sogni, trasformandoli in obiettivi, ha trovato nella musica le risposte che voleva ancora prima di cercarle, ma soprattutto ha trovato il coraggio di mettere in gioco tutta la sua vita per raggiungere i suoi obiettivi.

Da poco più di un mese è uscita la sua creatura, sintesi di un lungo percorso musicale che l’ha coinvolta sin da quando era bambina. Su Amazon, Youtube, Tidal, Spotufy, Deezer, Apple Music, ITunes trovate l’EP d’esordio, titolato “Basically”, di “Sereen” nome d’arte di Serena Mancusi.

L’ EP e l’abbreviativo di “extended-play”, ovvero singole pubblicazioni più brevi rispetto a un album tradizionale, da tempo molto diffusi tra i gruppi punk e indie, perché aiutano a far conoscere nuovi gruppi che altrimenti non riuscirebbero a riempire un intero album.

Abbiamo chiesto alla ventisettenne Serena di raccontarsi per noi, per renderci partecipi del suo lungo percorso, non sempre piacevole, che l’ha portata alla realizzazione dei suoi sogni, affinchè possa essere un esempio per tutti coloro che credono nella musica, quel sottile legame che unisce l’astratto al concreto.

“Da dove potrei iniziare?… potrei dire che la musica non l’ho scelta; lei ha scelto me. Mia partner fedelissima, che non mi tradisce mai.

Ho fatto inizialmente un percorso per così dire “classico” di musica come piacevole diversione, hobby; un extra. Coro della chiesa quando ero piccola (dai 7 agli 11 anni); qualche anno di studio pianistico classico prima in una scuola di musica e poi da privatista (dagli 11 ai 15 anni). Non ero quella tagliata per “cantare”, ecco. Timbro vocale troppo strano il mio, stridulo quasi. Mai avuto nemmeno un look e una personalità di “classico” approccio; insomma, ero sempre una nota stridente. Eppure, compiuti 18 anni venni notata da una piccola cover band locale e così, senza tecnica vocale né altre conoscenze (se non la mia curiosità in cultura musicale), ho preso in mano un microfono ed ho iniziato ad esibirmi. Non avevo ancora una mia identità ma ero fresca, ingenua, novellina e “a casa”. Mi sentivo bene. A 19 anni ho finalmente iniziato a prendere lezioni di canto a Siena (ero lì per la triennale). Da lì scoprii di avere un’estensione; un range. A 20 anni, a Madrid (ero lì in Erasmus), venni notata da un produttore, Javier Scud Hero della band Scud Hero, e messa in uno studio di registrazione a cantare la demo di un pezzo intitolato Too Much Fire (lo potete trovare sul mio profilo Soundcloud; provino scarno, mai modificato), dal sapore alternative e rock. Riascoltare la mia voce registrata uscire fuori da quegli speaker scatenò qualcosa. A 15 anni ero convinta che le lingue erano il mio destino, e queste mi hanno dato tante soddisfazioni. Eppure, per la prima volta, vidi me stessa in una maniera diversa. Il fatto che in quello stesso anno avessi iniziato a scrivere i miei primi pezzi di getto, insieme a quella demo, diventò il campanello di una scoperta ben più seria. Tutte le mie domande trovarono risposta a Londra (dove vissi tra magistrale, tirocinio Erasmus e lavoro per ben 3 anni, dal 2014 al 2017). Zev Caplan, mio vocal coach nel 2015 e mio attuale collega e conoscente, mi spinse dopo una serie di lezioni con lui ad abbandonare le cover e fare materiale artistico ESCLUSIVAMENTE mio. Poi, grazie ai progetti finanziati dalla Paul Hamlyn Trust della leggendaria Roundhouse di Camden, iniziai a frequentare le loro sale prova e di registrazione alla retta di 1 o 2 sterline l’ora, avendo avuto ai tempi meno di 25 anni. Da lì, tutto è davvero COMINCIATO. Ho iniziato lentamente ad acquisire esperienze e abilità con studi costanti di tecnica vocale, esercizi di songwriting e performance dal vivo. Con la beatboxer ed artista electro pop inglese Grace Savage, partecipai come corista e vocalist al lancio del suo EP in occasione del Roundhouse Rising Festival nel 2017. Con la leader del gruppo rock Ese & The Vooduu People, Ese Okorududu, partecipai ad una Jam Session al locale Off The Cuff di Brixton, per la quale finii a mia insaputa su un blog locale. Ebbi collaborazioni saltuarie anche con Kit Keenlyside (chitarrista della band alternative pop Gwen and The Good Thing) e la cantante electro soul Tracy Sada. Infine grazie al mio amico, il rapper Max Roche, conobbi finalmente il produttore/arrangiatore/musicista Denis Gajetic. Dico finalmente perché, nel 2017, in seguito a vicissitudini legate alla casa e al lavoro (persi entrambi, in momenti diversi della mia esperienza londinese, riuscendo ad arrangiare), ero stanca e disillusa di una città e un mondo culturale che, di fondo, non mi rappresentavano. Per cui, dopo tanto dubitare, decisi di investire gli ultimi centesimi rimasti sul mio conto nel registrare il mio primo EP prima di lasciare la città. “Basically” (così si chiama il mio EP d’esordio; lo potete trovare su Soundcloud, Tidal, iTunes, Apple, Youtube, Spotify, Amazon) come progetto è un mix di rock, synth, indie, pop, progressive e influenze del nord Europa. Tutti i pezzi sono stati scritti da me, gli arrangiamenti invece sono a cura di Denis. Tema portante dell’EP è la scoperta della musica come vocazione e scelta di vita, sullo sfondo di esperienze e sensazioni vissute nel mio periodo londinese. Se dovessi scrivere che tipo di artista sono, mi descrivo senza alcun dubbio come alternative (tra le mie maggiori influenze annovero Muse, Placebo, Depeche Mode, Skin). Amo l’idea che la mia musica viaggi tra le mie radici rock, una personale sensibilità pop e la sperimentazione data dalle sequenze e dai synth. Inoltre, ho l’urgenza di parlare della mia vita senza essere troppo esplicita, e di giocare con sfumature della lingua (l’inglese, in questo caso). La collaborazione con Denis nel tradurre il mio sound e le mie idee in canzoni è stata centrale: la sua sensibilità e la sua capacità di alleggerire tanti miei momenti di riflessione ha reso le sessioni di registrazionie scorrevoli, continue e soddisfacenti. La sola idea di avere finalmente la mia musica in giro è una sensazione che non avrei mai creduto di poter gustare. E il bello è che ora, grazie al mio amico e attuale collaboratore Simone Sollipano, mi sto preparando alle mie prime date live tra l’Italia e l’Austria (dettagli saranno disponibili più in avanti). Un risultato che non mi sarei mai sognata. In questo momento è più che mai chiaro per me che essere un’artista musicale professionista non è il mio sogno, ma il mio obiettivo. Molti mi parlano di passione intesa come hobby; dicono: “eh che bello; la numero 1 ecc…. però magari trattala così, per divertirti”. Poi mi parlano dei talent; del mercato discografico saturo; ecc. Insomma, il classico. Io invece rispondo in questa maniera: la passione è un sentimento che anima tutto quello che facciamo. Quello che trasforma un desiderio in successo invece è la volontà di fare piccoli ma calcolati passi, oltre al fissarsi degli obiettivi realistici. Io mi vedo come un’artista che LAVORI con la propria musica (vale a dire fare featuring, colonne sonore, festival, tour, promozione ecc.), piuttosto che andare ai primi posti nelle classifiche (se anche arrivassi un giorno in una futura TOP 40 in Europa potrei definirmi realizzata). Nel mentre io devo pensare a tante cose: formarmi a livello di studi musicali (sto prendendo il Diploma di Accademia presso la RMA di Napoli; frequento corsi di tecnica vocale e pianistica e studio le materie di teoria, solfeggio, armonia e composizione, oltre a partecipare ad un laboratorio di produzione e registrazione su software); curare la mia audience sui social (gestisco personalmente i miei canali e le mie community); risparmiare per futuri video musicali e altre cose di grafica (sto preparando il mio sito internet); scrivendo e arrangiando al piano pezzi nuovi e attuali per quei live dove non potrò servirmi di musicisti di sessione. A chi me lo chiede io rispondo che questo è un LAVORO prima di tutto, un lavoro che richiede tempo, dedizione e spese (soprattutto inizialmente) e che richiederà poi che tu formi un tuo team che ti segua. Parliamo tanto di indie come forma imprenditoriale dei giorni nostri: ma l’INDIPENDENZA si sviluppa solo dopo che accetti il fatto che non puoi gestire un’intera baracca da solo. Ti servirà inevitabilmente l’aiuto di qualcuno, anche con le dovute spese. Ma io ritengo ciò un bene, in quanto sviluppi rapporti onesti con chi scegli di lavorare e, soprattutto, sei TU a scegliere cosa vuoi far conoscere al tuo pubblico”.

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