primopiano

Lello Montuori: “Tornare alla Costituzione”

Lello Montuori | Siamo forse giunti al punto in cui -in questo Paese lacerato dalle rivendicazioni più diverse, attraversato dalle Alpi alla Sicilia da conflitti sociali amplificati nella loro reale portata e ormai quasi assuefatto allo spregiudicato uso dei social da parte di una classe dirigente mai così ignorante nella storia della Repubblica- occorrerebbe un nuovo piano per difendere ciò che resta e attuare -se ancora si può- la Costituzione più bella del mondo.
Un ritorno ai valori fondanti della Carta, per renderla effettiva.
Un programma rigoroso di interventi.
Un piano serio. Che duri qualche anno.
Perché, probabilmente, mai dal 1948 ad oggi, il Paese reale è apparso così distante dai valori un tempo condivisi e dalle profonde idealità che avevano cementato la nascita della Repubblica fondata sulla Resistenza e che aveva al centro la ‘persona umana’.
Ne porta senz’altro una parte di responsabilità una classe politica sempre più approssimativa e inadeguata ai compiti del legislatore in una società complessa e globalizzata, ma ne porta un’altra parte di responsabilità, e non da poco, anche e soprattutto molta della cosiddetta ‘gente comune’ quella che rivendica per sé e reclama diritti assoluti che tali non sono, potendosi -al più- ascrivere alla sfera degli interessi pretensivi o delle aspettative legittime, e oblitera per convenienza il problema dei doveri e direi anzi degli obblighi di qualsiasi cittadino nei confronti dello Stato, nella sua duplice accezione di Stato Comunità e Stato Apparato.
Un piano che dovrebbe prevedere un controllo assai severo in ordine alla possibilità di esternare pubblicamente posizioni in aperto contrasto con i valori costituzionali, quand’anche provenissero (cosa di cui comunque dubito) dalla maggioranza della ‘gente’ o per dire meglio del Paese.
Perché nessuno spazio dovrebbe essere dato e un immediato oscuramento dovrebbe essere disposto alle esternazioni di posizioni xenofobe, di intolleranza o di odio razziale.
Dovrebbe immediatamente essere sancito è reso effettivo il divieto di proselitismo e di adesione a qualsiasi forza politica, associazione, movimento, comitato, che propugni idee fondate sulla discriminazione, sul disprezzo per intere categorie di persone (i migranti, i rom, i clandestini, gli accattoni, i senza fissa dimora) e che teorizzi la legittimità ed anzi la doverositá dei respingimenti di inermi cittadini, da qualsiasi altra nazione essi provengano.
A tali divieti dovrebbe accompagnarsi il divieto di esternare in pubblico, in qualunque sede e con qualunque mezzo, idee che si richiamino all’esperienza storica o al programma politico del disciolto Partito Nazionale Fascista, il divieto assoluto di manifestare nelle piazze, per le strade, negli stadi, nei circoli sociali, in televisione, a teatro in auditorium, la propria personale o collettiva adesione a quel modello di società e ai valori di cui essa era espressione.
Cosa accade, tuttavia, quando alcune delle massime autorità preposte al controllo sull’ordine e la sicurezza pubblica, che è sempre anche un controllo di tenuta democratica del paese e delle sue istituzioni, sembrano esse stesse impegnate ad alimentare nella percezione collettiva, stati d’animo e paure che subito si connotano di una carica eversiva, in aperto contrasto con il dettato costituzionale, almeno nella parte in cui assicura all’art.10 comma 3 <>?
Ed ancora: cosa accade quando è lo stesso improvvido legislatore ad adottare leggi che sembrano limitare fortemente tale diritto presidiato a livello costituzionale?
Chi ha il dovere di controllare che il giuramento dei Ministri e del Capo del Governo “di essere fedele alla Repubblica” e di “osservarne lealmente la Costituzione e le leggi”, non sia una vuota formula che dissolve il suo contenuto nei proclami costantemente diramati in questi mesi in aperta violazione delle disposizioni costituzionali circa lo status dello straniero e dei rifugiati?
Il sistema di pesi e contrappesi voluto dai Costituenti per scongiurare in qualsiasi orizzonte futuro, l’ipotesi di uno modello di società che, rifiutando i valori della convivenza civile e solidale presidiati dalla Carta, finisca per contrapporsi ad essa ed anzi per violarla, si sta rivelando in grado di reggere ai colpi che sembrano scuoterlo dalle fondamenta minando un’architettura durata settant’anni che ha resistito alla guerra fredda, alle Brigate Rosse, agli anni di piombo, alle stragi di mafia, e a Tangentopoli?
Chi controlla i controllori?
Ciò che sta accadendo e che finora non ha forse ancora assunto la forma dichiarata di una consapevole violazione delle disposizioni costituzionali circa il modello di società aperta voluto dai Costituenti, non contiene già una profonda carica eversiva che richiederebbe l’attivazione di quegli stessi meccanismi previsti dall’ordinamento per scongiurare più gravi conseguenze?
Perché nonostante forti preoccupazioni si levino da più parti, le iniziative dei singoli o anche collettive, sembrano esaurirsi -al più- in accorati appelli al senso di umanità e non anche alla necessità di ripristinare lo Stato di diritto violato paradossalmente anche dalla introduzione di norme e di prassi che non riconoscono i diritti umani fondamentali, pretendendo di circoscrivere l’esercizio di tali diritti e la loro effettività secondo il criterio di nazionalità che non ha alcun fondamento giuridico e costituzionale?

Tags

Add Comment

Click here to post a comment