Società

La storia del primo e più antico ospedale dell’isola: S. Maria di Loreto a Forio

Elena Mazzella | Nel 1954 fu inaugurato in pompa magna e con grande orgoglio la grandiosa opera benefica dell’ospedale civile “Santa Maria di Loreto” nel comune di Forio. Fu una cerimonia solenne avvenuta in presenza di tutte le autorità civili e militari dell’isola e delle popolazioni di Forio e dei comuni limitrofi. Apprendiamo da un articolo dell’epoca che ne racconta le vicende, che il taglio del nastro tricolore fu effettuato da Mons. Don Franco Capuano appositamente delegato da S.E. il Vescovo De Laurentiis, come testimonia anche la storica foto messa gentilmente a disposizione da Gerardo Calise. La cerimonia di battesimo avvenne in piazza, trasmessa da appositi altoparlanti, e seguita dalla folla che con cori ed applausi accolse i discorsi dei vari oratori che misero in risalto tutta l’importanza di tale opera tanto attesa e portata finalmente a termine. Nella cronaca di quella giornata che il quotidiano Il Mattino editò, ne apprendiamo tutti i particolari: “L’ospedale è bello e della grandezza sufficiente per i bisogni del comune di Forio e paesi limitrofi. Ha la capacità di 12 posti letto: 6 per uomini e 6 per donne, siti in luminose sale cui sono annesse quelle della chirurgia settica ed asettica, attrezzata con i più moderni apparecchi forniti dalla ditta Cisa di Roma e messi in opera dall’ing. Vittorio Forte, di Napoli. Modernissimi i servizi igienico-sanitari; complete attrezzature per cucina elettrica ed a gas; stanze di abitazione per gli infermieri dotate di ogni comodità; ampia sala  e terrazza di convegno per i convalescenti; arredamento completo e nuovo che va dai candidi lettini alle comode poltrone, tutto perla dell’ardore che ha animato e sorretto l’opera di un pugno di uomini i cui nomi resteranno incisi nel cuore della popolazione foriana, che vede finalmente realizzata l’opera più necessaria, più umana, più vicina al cuore di Cristo: curare gli infermi. E se per ovvie ragioni non si fa il nome di quanti finora hanno dato il loro contributo, non si può tacere quello del comm. Enrico Monti, commissario di bordo in pensione, il quale, più che largo contributo in denaro, da mesi e mesi ha messo a disposizione la sua vasta esperienza, il suo ascendente dovuto alla stima che lo circonda, la sua opera diuturna, instancabile per stimolare imprenditori e operai e spianare eventuali ostacoli. Non si può del pari fare a meno di citare il signor Michele Buonocore il quale gratuitamente in lunghi mesi di lavoro ha portato a termine un impianto elettrico, per l’illuminazione dei locali e per il funzionamento dei delicati apparecchi di chirurgia, giudicato da ingegneri del ramo quanto di più perfetto si potesse avere. E’ doveroso fare il nome del signor Filippo Di Lustro che si è prodigato senza risparmio nel dare la sua opera adattandosi e riuscendo in ogni lavoro. I nomi di costoro e degli amministratori dell’Arciconfraternita sono sulle bocche e nel cuore dei cittadini che hanno seguito, dapprima con mal celato, ed in parte giustificato, scetticismo, poi con sorpresa ed infine con entusiastica ammirazione, la loro diuturna opera così brillantemente coronata dal più lusinghiero successo. Non vi è parola che basti per additare alla pubblica riconoscenza il corpo sanitario di Forio nelle persone dei dottori Aniello e Franco Regine, rispettivamente specialista in pediatria e radiologo; del chirurgo Giacomo Corvini, dei dottori Leonardo D’Abundo, Leonardo Impagliazzo, Leonardo Castaldo e Vito Amalfitano, i quali si sono messi a disposizione onde gli eventuali ricoverati nell’Ospedale abbiano tutta l’amorevole assistenza e le cure più assidue. I tantissimi isolani, in genere foriani sparsi per il mondo, sappiano che in cinque anni è stata portata a termine l’opera iniziata dai loro antenati e che quindi il contributo che loro si chiede sia sollecito come alacre è stata la fatica di chi ha realizzato tanta opera di bene; sia adeguato alla bellezza dell’opera stessa; sia di sprone per renderla sempre più grande e degna della terra che li vide nascere ed alla quale ritorneranno per godere in pace il frutto del loro lavoro.

Forti di tale aiuto che non potrà mancare, gli amministratori dell’Arciconfraternita già volgono lo sguardo a mete più radiose: sala di maternità e sala per l’infanzia; ed il popolo, compreso di tale ammirazione, dice loro: che Iddio vi illumini così come finora, per intercessione della Madre di Loreto ha guidato la vostra non lieve opera in pro’ della cittadinanza di Forio”.

Ed in effetti fino al 1962, anno della sua chiusura, l’Ospedale effettuò circa duemila interventi chirurgici, molti di particolare importanza, per la maggior parte attuati dal chirurgo Giacomo Corvini assistito dai dottori sopra citati. Particolare risalto ebbe la minuziosa assistenza ai degenti degli infermieri Angelo Genovino e la moglie Lucia Monti. Ad oggi nella stanza che un tempo fu sala operatoria dell’Ospedale, sono esposti alcuni documenti storici e fotografici che riguardano l’ospedale documentandone l’attività nel corso della sua storia.

Storia che indicativamente inizia verso la fine del XIII secolo quando leggenda vuole che una schiera di angeli trasportò la casa in cui era avvenuta la divina incarnazione e che aveva visto crescere il Cristo, da Nazaret a Loreto, località vicino ad Ancona. Il grandioso avvenimento fu appreso con intensa commozione dalla popolazione isolana, tanto che alcuni cittadini di Forio, ai primi albori del XIV sec. vollero erigere una chiesa in nome di S. Maria di Loreto con annesso oratorio che prese il nome di “Confraternita di S. Maria di Loreto”. La pia associazione, con le spontanee offerte dei confratelli e le elargizioni dei fedeli, si proponeva di fare opere di carità, di mutuo soccorso e, come è riportato negli atti del tempo, di “fornire vesti per le donzelle povere”.

E la chiesa eresse i suoi muri, si impreziosì di marmi, di statue di meravigliosi dipinti, e le prime offerte e donazioni iniziarono a confluire generosamente. I confratelli in considerazione del fatto che gli ammalati in genere e quelli poveri dovevano rassegnarsi al loro destino o affrontare perigliosi viaggi verso Napoli, pensarono di erigere accanto alla Chiesa ed all’Oratorio, un piccolo ospedale che potesse servire da pronto soccorso e di confortevole sosta per quegli infermi poveri o privi di assistenza. Non è stato possibile rintracciare negli atti del tempo la data in cui tale modesto ospedale entrò in funzione. Presumibilmente doveva già esistere nel 1590, anno in cui Papa Gregorio XIV concesse ai pescatori di Forio di poter esercitare la pesca anche nei giorni festivi a condizione che un quarto del ricavato della vendita fosse devoluto all’ospedale. Il tempo che seguì produsse una serie di cause per cui l’ospedale, alla fine della seconda guerra mondiale, aveva già cessato da tempo la sua funzione, anzi restavano solo i muri e il nome. Il miracolo si ebbe nel 1949 allorchè furono eletti quali amministratori dell’Arciconfraternita il dr. Santolo Luongo nella carica di Priore, il rag. Ciro Capuano e sig. Vito Del Deo, rispettivamente come primo e secondo assistente e sig. Paolo Genovino quale supplente. Il motto del venerabile Bartolo Luongo fu “operate bene e fidate della Divina Provvidenza”. E con le prime offerte che pervennero si fece riattare il pericolante Oratorio mentre Oreste Fiorentino venne incaricato di restaurare le tele antiche rovinate dall’incuria del tempo. Si rimisero a nuovo mobili e arredi sacri e dopo solo un anno le porte del tempio si riaprirono ai fedeli. Dopodichè, grazie al contributo dell’Alto Commissario per l’Igiene e Sanità, del Banco di Napoli e della Prefettura di Napoli, si iniziarono i lavori per rifare di sana pianta l’Ospedale che ebbe il suo battesimo solo 5 anni dopo.

Ai tempi d’oggi, e precisamente dal 28 luglio del 2012, i locali dell’ospedale ospitano il Museo di Santa Maria di Loreto, fondato dall’amministrazione dell’omonima Arciconfraternita e rappresenta una preziosa fonte storica dell’attività religiosa e sociale svolta nell’arco di sette secoli.

Fonti Museo Santa Maria di Loreto

Foto Gerardo Calise

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