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La sindrome di Procuste

Beppe Grillo, nei giorni scorsi, a proposito del voto on line degli iscritti M5S sul processo a Salvini per il caso Diciotti, ha ricordato un po’ a tutti, con una sua citazione, la celebre “Sindrome di Procuste”.

Con tale definizione, ispirata al mito dell’omonimo locandiere punito da Teseo per la sua macabra abitudine di tagliare agli avventori la parte degli arti eccedente rispetto alla lunghezza del letto e di spezzarli, per estenderli, a quelli non alti a sufficienza per ingombrarne per intero le dimensioni, s’intende rimarcare l’odio non troppo recondito di un individuo nei confronti di un altro a cui egli si sente inferiore. Ne deriva anche un vecchio aforisma, menzionato da diverse fonti: “Fa’ attenzione, ci sono persone che, quando vedono che hai idee diverse o che sei più brillante di loro, non ci pensano due volte a metterti sul letto di Procuste”. In buona sostanza, il buon (si fa per dire) Procuste è stato il precursore degli attuali haters, una sorta di “incazzato perenne” dell’Attica che dava sfogo a chissà quale recondita frustrazione attraverso il suo modo macabro di pretendere la perfetta occupazione dei giacigli della sua locanda.

Per i più egocentrici, sarà agevole rilevare il medesimo comportamento in un bel po’ di conoscenti, specialmente se compaesani. Ma se ci pensate con un tantino di onestà intellettuale anche solo per un attimo, sarete in grado di scoprire un pizzico di Procuste in ciascuno di Voi. L’invidia, se vogliamo, è un sentimento che alberga in tutti, indistintamente; e anche chi si sente apparentemente inattaccabile da essa, quando mai se l’aspetta, si rende conto di essersi imbattuto in una circostanza che, dal semplice malumore, gliene fa sentire i chiarissimi effetti.

Io credo che, in alcuni casi, l’invidia possa trovare ampie giustificazioni, in particolare quando ci si sente scavalcati rispetto alle nostre qualità per causa di quei meccanismi ormai all’ordine del giorno che riescono sistematicamente a privilegiare la “vicinanza” e non la meritocrazia. Come si potrebbe dar torto, ad esempio, allo studente-modello che non riesce ad ottenere l’ammissione alla facoltà universitaria di turno, allorquando colleghi tutt’altro che ugualmente qualificati gli passano avanti impunemente, grazie a chissà quale raccomandazione? Avete mai provato a metterVi nei panni di un professionista dai giusti titoli, al quale l’accesso a un concorso pubblico viene sistematicamente precluso dalla solita pletora di petentes sponsorizzati dal politico di turno? E cosa dire (e io ne so qualcosa) proprio della politica, laddove i criteri di appartenenza, di fedeltà, di coerenza e di competenza lasciano quasi sempre il tempo che trovano rispetto ad un cospicuo contributo economico, alla sensibilità del “capo” verso l’altro sesso, o ancora verso il portato elettorale del candidato da scegliere, anche se la sua adeguatezza al ruolo è pari a quella di un vampiro alla banca del sangue?

Ci sono tantissime occasioni in cui il nostro indice di tolleranza e la nostra indole pacifista vengono messi a durissima prova; ma è altrettanto vero che ad Ischia, giusto per parlare di ciò che ci riguarda più da vicino, basta veramente pochissimo (a volte nulla) per scaturire una miriade di reazioni comportamentali tra le più becere consentite e conosciute dal genere umano. A queste, come se non bastasse, si aggiunge poi l’immancabile “amore per il forestiero”, quasi come se gli effetti del nemo propheta in patria di evangelica memoria si fossero riversati interamente sui nostri quarantasei chilometri quadrati, contagiandone gravemente gli indigeni e provocando tra loro numerose forme di incompatibilità e litigiosità.

Di questi tempi, quando proprio l’amicizia e la solidarietà dovrebbero rappresentare i sentimenti portanti di una società che ha realmente voglia di abbandonare le sabbie mobili dell’indifferenza e del degrado, appare sempre più difficile riuscire a trasmettere valori positivi capaci di rendere tutto e tutti migliori del format che ci ha portato ai livelli preoccupanti in cui siamo costretti a vivere. Nella nostra realtà, poi, piccoli e grandi Procuste trovano terreno fertile per la loro duplicazione, rispecchiandosi magicamente l’uno nell’altro e, cosa ancor più grave, tentando a tutti i costi di migliorare la propria performance rispetto a quella del proprio ispiratore. Dal mandarsi a quel paese per i motivi più futili al parlar male del prossimo pur senza un buon motivo, dallo spettegolare senza alcuna conoscenza fondata alla denigrazione bella e buona, dalla pericolosa inciviltà automobilistica alla semplice fregatura commerciale, il tutto all’insegna del più indiscriminato “mors tua vita mea”, l’esempio che riusciamo a produrre a favore delle generazioni a venire e che, inevitabilmente, viene instillato nella loro formazione, è intriso di sano, assoluto, inconfondibile egoismo, senza per questo trascurare quella giusta dose di cattiveria che non guasta mai. E, manco a dirlo, tutto questo sta da tempo danneggiando la nostra cultura dell’ospitalità, quella che negli anni ’50 ci aveva consentito di diventare famosi nel mondo quale meta turistica che, al di là delle sue attrattive naturali, offriva innanzitutto la qualità dei sentimenti della sua gente; quella che oggi, a differenza del passato, perde più tempo a raccontare guai e sputare veleno addosso a chi viene in vacanza ad Ischia piuttosto che a narrare del suo impareggiabile patrimonio di bellezza, che magari le è anche sconosciuto.

Mi conforta, almeno, che ai giorni nostri quelli come Procuste sarebbero costretti a marcire nelle patrie galere. Se così non fosse, chissà che ecatombe…

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