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La morte “poco normale” di una persona speciale.

O uomo! flebile inquilino della terra per un’ora,
abietto in servitù, corrotto dal potere,
ti fugge con disgusto chi ti conosce bene,
o vile massa di polvere animata!
(Lord Byron)

 

La morte di Sergio Marchionne ha fatto notizia, ma non soltanto per le motivazioni che condiscono, solitamente, questo tipo di annuncio per un personaggio pubblico d’indiscusso spessore, bensì per il modo rocambolesco in cui i fatti sono stati annunciati e gestiti prima di un accadimento tutt’altro che atteso e oltremodo repentino. Non sentivamo parlare da tempo di lui; l’ultima volta, alla fine di giugno, in occasione della sua ultima uscita pubblica per la presentazione delle Jeep Wrangler offerta in dotazione all’arma dei Carabinieri. Subito dopo, si è saltati alla convocazione d’urgenza delle varie assemblee e C.d.A., la settimana scorsa, per poi svelare la reale necessità degli avvicendamenti: Marchionne sta malissimo!

Le congetture, anche un po’ calunniose, hanno fatto rapidamente il giro del web, ipotizzando di tutto: è stato ucciso in clinica, era diventato scomodo e sgradito per molti, era già morto e lo hanno “congelato” per svolgere ogni adempimento necessario in tutta tranquillità e così via; così come tanti leoni da tastiera si sono divertiti, ancor prima dell’annuncio della sua morte, a vomitargli addosso l’odio più spicciolo, irriguardoso e ingiustificato anche verso il più becero degli esseri umani.

Marchionne non era certo una persona umile, lo raccontano meglio di me le cronache nazionali di questi ultimi giorni, ma non sarebbe stato giusto esserlo a tutti i costi; non fosse altro che per stabilire quella naturale, innegabile differenza che caratterizza e distingue ciascuno di noi e, soprattutto, le rispettive capacità. Parliamo di un manager che, col suo saper fare, in quattordici anni ha trasformato il gruppo Fiat da holding impantanata nel disastro e proprietaria di brand che, nell’immaginario collettivo, erano sinonimo di scarsissima qualità e di storico subordine all’industria automobilistica mondiale (specie quella tedesca) in un colosso in grado di rivalutarsi rapidamente, fino al punto da tornare in auge oltre ogni più rosea aspettativa ed acquisire, con la trasformazione in FCA, un marchio importante come la Chrysler, con il suo leader pronto a diventare prima interlocutore privilegiato e poi amico personale dell’ex presidente americano Barack Obama.

La famiglia Agnelli ha espresso parole oltremodo rispettose per Marchionne, parse anche estremamente sincere e riconoscenti di quel che il suo operato ha rappresentato nell’economia di una realtà industriale italiana che solo grazie a lui, ancora oggi, può vantare quote di mercato riconquistate con forza nonostante la presenza di autentici colossi, i quali (anche alla luce di episodi come il dieselgate Volkswagen), in alcuni segmenti di mercato e a più riprese, sono stati addirittura costretti a cederle il passo. Ciononostante, la necessità di aver cura di interessi imprenditoriali mastodontici e di tutto quanto il mondo dell’alta finanza riserva a realtà del genere, ha avuto il sopravvento. Non c’è tempo per restare al capezzale dei propri uomini di fiducia e neppure di piangerli troppo post mortem. Ecco, quindi, che le buone ragioni del business devono impadronirsi di ogni spazio passionale, spegnendo il cuore e mettendo in moto al top della potenza il cervello da manager: i successori nominati con tempismo quasi cronometrico, puntuali dichiarazioni preventive e successive della famiglia proprietaria, bandiere a mezz’asta agli stabilimenti, dieci minuti di sospensione delle attività aziendali e… the show must go on! Il cinismo della “grande azienda” riesce, talvolta, a dettare anche i tempi della morte, oltre quelli della vita e… della borsa.

Per noi Ischitani che ancora viviamo in un piccolo paese in cui, con il corteo funebre che passa, i negozi chiudono le imposte lungo la strada in segno di rispetto, vivere questa breve cronaca di pochi giorni dall’epitaffio annunciato con largo anticipo è parso una mancanza di riguardo verso i nostri sentimenti innocenti, tra i pochi che ci sono rimasti, di abitanti di uno scoglio laddove il Comune più antropizzato (Ischia, appunto) vanta una popolazione più o meno pari agli attuali dipendenti dello stabilimento Mirafiori di Torino. In poche ore, il taglio della notizia-tipo collegata alla morte di Marchionne riguarda esclusivamente l’andamento del titolo azionario FCA e le stime ridimensionate al ribasso da parte del suo successore, Mike Manley, su ricavi e margini futuri. L’aspetto umano della vicenda, in altre parole, è stato messo da parte, sia perché scarso attrattore di lettori e utenti unici sia perché, se vogliamo, è alquanto difficile nell’immaginario collettivo considerare una figura così apicale tra i cosiddetti “comuni mortali”. Ma un po’ come ne ‘A LIVELLA di Totò, anche in questo caso non c’è ricchezza, mega-stipendio o galattico premio di produttività per quattordici anni da top manager che tenga rispetto a “sora morte corporale”, momento in cui ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di lasciar tutto e, senza tunica, sandali e bisaccia, seguirla incondizionatamente.

Ecco, forse proprio questo mi avrebbe fatto piacere leggere negli ultimi giorni: parole e considerazioni utili a rendere più normale la morte di una persona speciale, costretta a finire invece la propria esistenza sottostando alle logiche del sistema e, peggio ancora, dell’apparato della sua stessa “creatura”.

Su questo, Lord Byron aveva proprio ragione!

 

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