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La disfatta-Rube e il brutto calcio

Duecento milioni di euro extra, a cui ne vanno aggiunti altri cinquecento persi in borsa mercoledì mattina, col titolo calato fino al 25% e sospeso per eccesso di ribasso: è questo il bilancio provvisorio di una società come la Juventus dopo l’eliminazione ai quarti di Champions League, di cui bisogna necessariamente tener conto.

Conti che non tornano, così come la sorte ha voluto che non fossero rispettate le previsioni oltremodo ottimistiche del clan di Vinovo, evidenziando ancora una volta la differenza del calcio italiano rispetto a quello europeo.

Come tutti i miei amici ben sanno, io stavolta ho tifato contro i bianconeri, cosa che non ho mai fatto contro una squadra italiana impegnata in una competizione europea. Ho preso questa decisione a seguito di tutti gli episodi di servilismo arbitrale, federale e giornalistico di cui la squadra degli Agnelli ha beneficiato già a partire dalla scorsa stagione e che, nel campionato che volge ormai al termine, sono continuati più o meno regolarmente.

Credo, tuttavia, che l’uscita della Juve dalla Champions meriti una riflessione scevra dalla tifoseria di parte, dalla storica anti-juventinità di chi scrive e dal risultato del return match di Europa League del “mio” Napoli di ieri sera; e da sportivo, un ragionamento può e deve essere intessuto. Sappiamo tutti che Andrea Agnelli, nella presentazione d’inizio stagione con la squadra, aveva dichiarato senza mezzi termini di prefiggersi lo scopo di “vincere tutto: campionato, Coppa Italia e Champions League”. Naturalmente, l’investimento di Cristiano Ronaldo in primis non poteva che espandere le ambizioni della Vecchia Signora verso un triplete che, in Italia, riuscì solo all’Inter di Mourinho e Moratti, peraltro rivale atavica dei bianconeri. Eppure, questo sogno era già sfumato a gennaio scorso, quando fu l’Atalanta ad eliminarli dalla Coppa Italia . Tuttavia, l’evento sembrò il male minore anche a chi punta sui codice promo Eurobet, perché alla fine sarebbe arrivato quasi certamente (così come sta accadendo) l’ottavo scudetto di fila e si sarebbe rimasti in ballo per la grande incompiuta, letteralmente sfiorata con le due finali perse negli ultimi quattro anni.

Orbene, è sotto gli occhi di tutti che la Juventus stia pagando dazio per quel quid che ancora le manca, prima di poter assurgere nuovamente al tetto d’Europa. La presenza in organico di CR7 sembrava aver completato alla grande un progetto che, per l’altissimo livello delle individualità presenti e i “fattori condizionanti” già espressi in premessa, sembrava ormai a un passo dal concretizzarsi, specialmente dopo aver approfittato, con grande abilità, del suicidio tattico messo in opera a Torino dall’irriconoscibile Atletico Madrid del cholo Simeone. E invece, eccoci a parlare di una morte tutt’altro che annunciata, ma che ha messo a nudo una durissima verità: oltre a tanti soldi e ottimi giocatori, per vincere in Europa serve anche bel gioco (un dato che in casa bianconera, con la gestione Allegri, non ha rappresentato certo una costante) e forma atletica durevole (questa sconosciuta, a giudicare dal modo in cui l’Ajax ha surclassato la Juve sotto tale profilo, e non solo). E non c’è neppure speranza di far valere quella “voce in capitolo” evocata a mo’ di lapsus freudiano da Fabio Caressa durante la telecronaca di Juve-Ajax quando, auspicando la concessione del calcio di rigore a favore dei bianconeri, dopo essersi reso conto della sua assoluta inesistenza, esclamava che “In Italia questo sarebbe stato rigore!”, mettendo a nudo un metro di giudizio totalmente diverso e pronto a scavare il solco tra le considerazioni “leggere” spesso adottate nel decidere certi episodi del VAR a favore-Rube nel nostro campionato e l’obiettività con cui invece, in Champions, viene sfruttato l’aiuto del mezzo telematico senza guardare in faccia a nessuno (e ne sa qualcosa Guardiola dopo aver visto annullare, in un attimo, il suo gol qualificazione casalingo contro il Tottenham, l’altroieri sera).

Sembra forse esagerato, ma nei fatti non lo è, parlare di un ciclo concluso. Io credo sia così! Eppure, al momento, la tattica di Andrea Agnelli sembra non voler tenere conto di questo dato, al punto da aver annunciato, in sintonia con Mister Allegri, la volontà comune di proseguire il rapporto in essere. Questo significherà senza alcun dubbio, a meno di un colpo di scena pre-ritiro in stile Antonio Conte (proprio quando a Torino sbarcò Allegri), che Paulo Dybala troverà certamente un’altra squadra dove potersi esprimere meglio di quanto gli abbia consentito negli ultimi tempi il tecnico toscano. O forse (oppure anche, se preferite), che il mercato non offra alla Juve una soluzione valida (o alla portata) per la sua sostituzione.

Alla luce di quanto accaduto, se anche lo strapotere economico della Famiglia Agnelli e di una società calcistica che, oltre ogni simpatia o antipatia, ha creato un “giocattolo sportivo” di assoluto valore, sembra non bastevole per affiancarsi a realtà come Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco (giusto per nominare le tre più “vincenti” degli ultimi tempi), prendendo atto che nessun’altra squadra nostrana era riuscita a rientrare nei quarti Champions della corrente edizione, sarà bene convincersi che oltre ogni modello di gestione virtuosa made in Italy, il tiro va senz’altro corretto e anche parecchio! Parlo di gestione globale del calcio italiano, specialmente a proposito di settori giovanili, strutture sportive, diritti tivù e paracadute da retrocessione. A meno che non si voglia continuare ad approfittare di certo malcostume imperante dalle nostre parti, consentendo ai soliti noti di continuare a “vincere facile” e inisistendo con quel “brutto calcio” che ci appartiene ormai da troppo, troppo tempo.

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