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Ischia del futuro: un’opera d’arte o… nu cess scassat?

Ogni tanto mi capita di spendere qualche minuto su YouTube, alla ricerca di vecchi “spezzoni” di film che mi tornano in mente e che rivedo con piacere, specialmente se la loro gradevole e pulita comicità mi aiuta a far buon sangue. Proprio ieri è stato il turno de “Il Mistero di Bellavista”, prosieguo del più noto “Così parlo Bellavista” di Luciano De Crescenzo.

La mia ricerca puntava a rivedere la scena del “Professore”, insieme ai suoi più affezionati discenti, Salvatore (Benedetto Casillo) e Saverio (Sergio Solli), mentre dinanzi a una limonata fresca da carretto dissertano di arte moderna e della considerazione delle singole opere appena ammirate in una mostra a Villa Pignatelli. De Crescenzo, nei consueti panni del Professore, porta loro ad esempio la teoria del filosofo Protagora di Abdera (facilmente confuso dai due con “Pitagora, chill r’u teorema”): “L’uomo è la misura di tutte le cose. Di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono. L’uomo è l’unico giudice, è il centro dell’universo.” Come dire, ognuno ha il suo metro di giudizio e, in quanto tale, soggettivamente vale. Ai giorni nostri, se vogliamo, questo concetto viene “evoluto”, grazie alla tecnologia, attraverso i cosiddetti influencer, i quali riescono a condizionare gusti e comportamenti con la diffusione delle loro opinioni e dei rispettivi stili di vita.

Tornando –e concludendo il riferimento- alla scena del film, la chiosa dell’acuto personaggio Salvatore, uomo della strada al quale non manca il senso pratico tipico dei napoletani veraci, mette in difficoltà finanche il Professor Bellavista, che alla fine non può che convenire con il suo ragionamento rispetto alle opinioni dei posteri: “Recentemente un operaio ha ritrovato un quadro di Luca Giordano nelle macerie di una villa a Torre e si è accorto subito che si trattava di un’opera d’arte. Ora, immaginiamo che un operaio del tremila ritrovi tra le macerie l’opera di Wesselmann (una parete con una sagoma femminile, uno specchio, un lavabo e un gabinetto -ndr): cosa penserà di aver trovato? Un’opera d’arte o… nu cess scassat?

Prendendo spunto da Protagora, amici Lettori, provate per un attimo a chiederVi, mutuando la sua teoria, quanto ciascuno di noi riesca realmente ad essere “la misura di tutte le cose, l’unico giudice, il centro dell’universo”, adottando tale teoria nella nostra realtà quotidiana moderna. La mia compianta Mamma soleva ripetere che “ognuno è artefice della propria fortuna”, ma oggi io ho sempre più l’impressione che i comportamenti posti in essere dal singolo non riescano ad identificare concretamente dove alberghi tale buona sorte e i modi ideali per preservarla. Certamente la nostra fortuna per antonomasia è quella di vivere in un paradiso come la nostra Isola, ma al momento sono tanti i fatti pronti ad ingenerare il legittimo dubbio che l’ischitano medio ne sia consapevole, men che meno che si renda conto che proprio il suo comportamento, talvolta lesivo dell’integrità dell’Isola in modi e forme diverse, lo ponga sì nel ruolo centrale di artefice e giudice, ma a suo totale discapito.

Il nostro quasi naturale distacco dalla realtà, come avvolti in una sorta di capsula insulare che tende a renderci diversi dal resto del mondo che va avanti, è a mio avviso aggravato non solo da una visione confusa di quel che farebbe realmente bene allo sviluppo e, sotto alcuni aspetti, alla ripresa globale dell’isola d’Ischia, ma anche da un’azione oltremodo negativa delle istituzioni in generale: le amministrazioni locali e le loro politiche clientelari, l’assenza di programmazione delle associazioni di categoria, la scarsa managerialità delle categorie imprenditoriali, le soprintendenze che continuano ad ingessare ciecamente qualsiasi genere d’intervento sul territorio, la burocrazia sempre più incombente e il carico fiscale, tra tutti, rappresentano un cancro oltremodo difficile da debellare, ma le cui metastasi continuano ad opprimere il fisico provato di una realtà turistica che soffre, non solo nella sua naturale propensione all’ospitalità, ma anche per quelle che dovrebbero essere le prospettive di giovani che continuano a non trovarvi sbocchi per il loro futuro e che, come tanti anni fa, spesso preferiscono andarsene altrove a cercar fortuna.

Devo dire che mi è piaciuto molto il “parallelo” creato pochi giorni fa dalle pagine del nostro giornale da Francesco “Garibaldi” Di Iorio, che ha posto in evidenza come il cosiddetto storico “abuso di necessità” di due realtà come Matera e Alberobello sia di fatto divenuto la loro ricchezza (sassi e trulli oggi sono vere e proprie attrattive turistiche di rilievo), mentre ad Ischia lo stesso fenomeno non riesce tuttora a trovare neppure un legittimo quanto necessario processo di riqualificazione urbana ed ambientale. E ciò è anche, innegabilmente dovuto all’incapacità di tutti noi di imporre “dal basso”, attraverso una ritrovata cittadinanza attiva, quelle linee guida utili ad interpretare il territorio con un’oggettiva, proficua “educazione al bello”, ribellandoci tanto alla nostra natura di “improvvisati” quanto ai veti imperanti sic et simpliciter.

Se l’uomo immaginato da Protagora cominciasse anche ad Ischia a rendersi il principale influencer di sé stesso e di chi lo circonda, considerando indispensabile tutto ciò che realmente potrebbe aiutarlo a migliorare la realtà isolana ottimizzando la qualità della vita sua e dei suoi simili, forse potremmo finalmente porci a capo di un processo di rinnovamento che, come scrivo da tempo, è divenuto ormai vitale per stroncare una volta e per tutte il torpore apparentemente irreversibile annidato tra noi. Forse solo in questo modo, guardando al futuro –anche remoto-, ci renderemmo protagonisti di un’azione di conservazione quanto mai preziosa di una realtà fantastica come Ischia, meta ancora ambitissima per molti e dal potenziale ancora parzialmente inesploso, anziché far sì che i nostri posteri, nel visitarla di qui a qualche secolo, potranno ancora considerarla una vera opera d’arte del Padreterno e non certo… “nu cess scassat” tra le macerie dei bei ricordi d’un tempo.

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