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Innovare secondo Carlo: un presente che sa di futuro… azzurro.

Deluso dal risultato di Parigi? Macché! Orgoglioso più che
mai di aver assistito ad una grandissima partita, di cui la mia squadra del
cuore è stata assoluta protagonista, uscendo dal Parco dei Principi non solo in
credito di due punti sfuggiti di mano per un soffio, ma nella consapevolezza
che anche un pareggio nel return match a Napoli non ci condannerebbe affatto
per la qualificazione alla fase eliminatoria di Champions League (fateVi due conti…).

Ciononostante, neppure il tempo di gioire e respirare dopo
la splendida, intensissima e per certi versi sfortunata prestazione offerta
contro il Paris Saint Germain che, dopo soli quattro giorni, il Napoli si
troverà ad affrontare in campionato la Roma, tra le mura amiche del vecchio San
Paolo.

In altri tempi, questo tipo di concomitanze ci avrebbe
spaventato, preoccupato, o quanto meno ne sarebbero nate le solite dichiarazioni
da tifosi (e talvolta anche da allenatori) pavidi, o che preferiscono semplicemente
“mettere le mani avanti”: troppe gare in pochi giorni, turn over sì o no, preferenza
a una competizione a discapito delle altre, scarsa considerazione nella
compilazione dei calendari e così via.

Oggi, con l’avvento di Carlo Ancelotti sulla panchina degli
Azzurri, quest’atteggiamento calcisticamente provinciale sembra solo un vecchio
ricordo. Nessuno di noi può prevedere il risultato della gara contro i
giallorossi di Di Francesco, ma una cosa è certa: comunque vada, il Napoli
affronta ormai ogni singola partita ad armi pari e con la consapevolezza di
aver fortemente INNOVATO la propria squadra, senza alcun timore di confronto,
neppure con le realtà europee più blasonate.

Sì, INNOVATO! Perché chi mastica un po’ di marketing sa bene
che “innovare” significa innanzitutto ottimizzare le risorse di cui già si
dispone. E sotto questo profilo, mister Ancelotti ha già compiuto ben più di un
miracolo: tra quelli convocati fino a questo momento, non ce n’è uno solo (a
parte Meret e Ghoulam, convocati per la prima volta solo contro il PSG) che non
abbia fatto ingresso sul terreno di gioco da titolare e, nonostante i soliti
detrattori della nostra rosa, difficilmente abbiamo assistito a prestazioni dei
singoli al di sotto della sufficienza.

Un esempio per tutti: Maksimovic è lo stesso che, con Sarri,
era stato considerato ai margini dei titolarissimi, diffondendo
nell’immaginario collettivo un convincimento d’inadeguatezza per un contesto di
qualità che lottava per lo scudetto. Ancora una volta, l’altro ieri sera a
Parigi, la sensazione è stata quella di un vero e proprio “nuovo acquisto”,
assistendo ad una prestazione di altissimo livello da parte del super criticato
ex torinista, di cui ancora si evocano i quasi trenta milioni versati a Cairo
da De Laurentiis tre anni fa, ma che oggi sembrano finalmente più che ben
spesi.

La grandezza del “manico” sta esattamente in questo:
ottimizzare le risorse di cui si dispone è la strada più giusta ed immediata
per innovare. E per attuare questo principio, sembra che Ancelotti sia riuscito
a seguire un metodo “bilaterale”, una sorta di distinzione tra pecore e capri,
ma valorizzando l’autostima di ogni “animale del gregge” in modo corretto e
nella piena consapevolezza delle possibilità di ciascuno: in altre parole, inutile
chiedere la luna a chi non saprebbe neppure ritagliarla da un foglio di carta,
pretenzioso invocare la leadership di eccellenti gregari, addirittura rischioso
aspettarsi che un brutto anatroccolo diventi cigno. Oltremodo saggio, invece, esaltare
le qualità dei singoli, poche o tante che siano, sottacendone i difetti, assegnando
a ciascuno (capitano compreso) il proprio compitino, senza per questo creare
false illusioni di poter riempire certi serbatoi oltre la loro normale capienza
e riconoscendo con discrezione le doti di leader a chi realmente, per storia e
qualità, può detenerle.

Ho sentito, nelle ventiquattr’ore successive alla partita di
Parigi, alcuni commenti che, se non definibili “disfattisti come sempre”,
appartenevano senza dubbio a quell’inevitabile spirito polemico di chi, alla
ricerca del perfezionismo, rischia di farsi male da solo. E allora, ecco
piovere i vari “si può prendere un gol
del genere in ripartenza, a partita quasi finita?
”, oppure “perché non ha sostituito Mario Rui già
ammonito e in debito di lucidità?
”, insieme a varie altre considerazioni da
bar dello sport. Nessuno, però, sembra ricordare che se nei primi
dieci/quindici minuti di partita il Napoli si fosse trovato sotto di un gol,
non ci sarebbe stato nulla di cui meravigliarsi, vista la pressione posta in
essere dal Psg prima che i ragazzi di Ancelotti riuscissero a prendere le
misure, dominando letteralmente la scena.

Ditemi quel che volete! Io quest’anno non so come andrà a
finire e non esprimo alcun genere di previsione, perché la storia ci insegna
che è fin troppo azzardato cominciare a volare sulle ali dell’entusiasmo e
lasciarsi andare con i soliti sogni che, dalle nostre parti calcistiche, sono
rimasti da troppo tempo nel cassetto. Una cosa è certa: sono convinto che l’ottimo
ricordo del comandante Sarri, del suo amore per Napoli e il Napoli, del suo
calcio brillante che ha affascinato l’Europa intera e che oggi lo ha portato a
riproporlo in Premier League, rappresenti una pagina importantissima ed
indelebile nella storia della nostra squadra del cuore. Oggi, però, Sarri e il
suo Napoli sono il passato. Proprio come Benitez e Mazzarri (senza andare
troppo indietro nel tempo), ognuno con pregi e limiti, risultati e insuccessi,
prospettive realizzate ed incompiute, ma pur sempre parte di un passato
prezioso, ma che non può e non deve tornare. Adesso tocca goderci il Napoli di
Carlo Ancelotti: un presente che sa tanto di futuro. Roseo. Anzi… azzurro!

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