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Il valore del bello, ma non “ad escludendum”

Mi ha colpito molto, nei giorni scorsi, l’articolo di Silvano Arcamone. L’architetto, già dirigente tecnico nei Comuni di Casamicciola Terme e Ischia per diversi anni, si è posto in discussione con una sana autocritica. Una scelta che, di per sé, non è mai sbagliata, perché le eterne certezze non appartengono a noi umani, ma che porta in modo abbastanza naturale ad una serie di considerazioni.

Ecco uno stralcio del suo pezzo: “Come architetti abbiamo abdicato alla nostra missione, che è quella d’immaginare e creare luoghi più belli e funzionali per la collettività. Non abbiamo combattuto abbastanza per difendere il nostro territorio di competenza al fine di affermare la nostra importanza nel generare qualità urbana e architettonica. Tra condoni, scia, cila, dia e compagnia bella abbiamo smarrito la nostra identità trasformandoci in un essere ibrido a metà tra un avvocato e un geometra. Abbiamo tradito la bellezza ripiegando la propria competenza a servizio di formalismi amministrativi che la normativa di settore impone in maniera ipertrofica.

Se solo per un attimo volessi essere giustificatamente cattivo, dovrei ricordare a Silvano, rispetto al rimpianto per il mancato sostegno da parte della sua categoria professionale all’oggettiva bellezza, che con la sua “gestione” abbiamo assistito alla distruzione come legna da fuoco delle opere di Hidetoshi Nagasawa donate dall’artista al Comune di Ischia all’epoca Brandi e custodite alla Torre di Guevara, così come allo scempio della “mancata caserma” nel cuore del bosco della Maddalena a Casamicciola; situazioni, queste, che avrebbero richiesto un po’ meno leggerezza (nel primo caso) e ancor minore accondiscendenza (nel secondo) per evitare figuracce e disastri, a prescindere da impunità ed assoluzioni. Tuttavia, non credo sia questo il nocciolo della questione che possa destare il giusto interesse del Lettore. Infatti, quel che a mio giudizio conta, sono le –almeno apparenti- buone intenzioni del tecnico, che a prescindere dalla sua posizione negativamente precostituita contro la classe forense, è pronto a riconoscere, attraverso il suo mea culpa, la necessità di una svolta che finalmente sia in grado di individuare soluzioni idonee a privilegiare il bello e il buon gusto, mettendo in qualche modo nell’angolo quel “sistema (politico e normativo) che ha messo fuori gioco l’importanza e la qualità del progetto urbano e architettonico, le cui conseguenze sono, ahimè, sotto gli occhi di tutti. Il comma, il cavillo, la sentenza, la percentuale, i centimetri hanno prevalso sullo spazio, sulla composizione, sull’identità dei luoghi, sui ritmi geometrici, sui materiali e sui colori.

Predico da anni l’indifferibile esigenza di ridimensionare il potere delle Soprintendenze, ma soprattutto di una vincolistica fuori dal tempo (trovo azzeccatissima tale definizione) che continua a ingessarci oltre il dovuto, piuttosto che sollecitare gli Enti preposti a dotarci di un piano urbanistico territoriale al passo coi tempi. E ben venga l’invito di Silvano, allorquando evidenzia che la ricostruzione potrebbe trasformare un’emergenza in un’opportunità (concetto, questo, sempre sostenuto dal mio amico Sindaco Giacomo Pascale). Ciononostante, non credo che i pur ottimi propositi del PIDA bastino a meritarsi l’attenzione di un popolo atavicamente pigro verso qualsiasi cosa si allontani dall’interesse strettamente personale dei singoli; così come il passaggio dalle pagine secondarie di una testata locale a quelle principali dei suoi eventi e delle sue ipotesi progettuali non può e non dev’essere considerato una sorta di diritto non riconosciuto, o la semplice soluzione alla mancanza di visibilità. Il PIDA, al pari di qualsiasi altra associazione locale, deve aprirsi al Paese in modo semplice e concreto e non certo dare l’idea dell’enclave, magari tenendo conto di quelle realtà progettuali preesistenti che oltre a rappresentare un prezioso punto di partenza, potrebbero conferire prestigio ad un successivo lavoro di completamento e rifinitura che ne faciliti l’attuazione.

Quando Giosi Ferrandino, allora Sindaco d’Ischia, fu invitato alla presentazione del libro di Sandro Petti “Ischia: com’era, com’è, come dovrebbe essere” nell’ambito dell’evento “Settembre sul sagrato”, si impegnò entro la fine della sua prima legislatura a rendere cantierabili almeno due o tre dei progetti di quell’artista-sognatore che ancora oggi, a quasi novantadue primavere suonate, ha professionalità, idee ed entusiasmo da vendere a tanti giovani colleghi, anche quando pensa ad un piccolo aeroporto a mare che per molti sarebbe irrealizzabile “per partito preso” (a meno che non lo proponga il Renzo Piano di turno). Tuttavia, si trattò del più classico dei proclami strappa-applausi e nulla più. Non se ne fece nulla! Così come, quando si è parlato del progetto relativo allo Stradone ad Ischia Ponte che coinvolgeva anche l’immobile comunale dove attualmente ha sede l’INPS, si è preferito svolgere uno studio ex novo, ignorando quanto di buono proprio Petti aveva sviluppato per gli stessi luoghi nel suo libro. E quanto a “colori”, ricordo personalmente il “veleno” che sempre il povero Sandro dovette smaltire nel vedere stravolta dai tecnici del Comune di Ischia e della Boero la sua ipotesi di piano colore della Riva Destra.

Amo ripetere spesso (repetita iuvant) tanto a chi mi conosce bene quanto a chi ha a che fare poco o nulla con me, che se oggi fossi mai tornato a fare l’Amministratore pubblico (intendo in maggioranza), la mia agenda politica sarebbe costituita da priorità completamente diverse da quelle che vi figuravano nel quadriennio 2002-2006. Ecco perché la riflessione di Silvano mi trova positivamente predisposto senza troppe preclusioni di sorta, riconoscendogli una certa onestà intellettuale; a patto, però, che se dalla crisi ci proponiamo di trovare un valore (prima di Zevi, caro Silvano, lo ha sostenuto un certo Einstein) con il contributo di forze positive come quella del PIDA, la generazione di quel valore non può e non deve passare per le solite forme di preclusione verso chi non è “del bottone”, ma deve saper guardare oltre le logiche ad escludendum tipicamente ischitane e volare alto sulla testa delle persone: di questo, in tutta onestà, un po’ tutti ne abbiamo abbastanza.

 

 

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