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Il Platano del Lamartine tra storia e leggenda

Elena Mazzella | Il secolare platano, albero monumentale definito quale “Patriarca Verde” dell’isola di Ischia, oggi naturale spartitraffico sulla strada principale di porto d’Ischia, risale sin dai tempi della Rivoluzione Francese del 1789. Lo storico vegetale ha attraversato secoli conservandosi in splendida forma sino ai giorni nostri, unico superstite di una lunga fila che formava un meraviglioso viale alberato fin sulla collina di S.Alessandro. Ricordiamo che qualche anno fa, esattamente nel 2016, si ebbe la preoccupazione per il concreto pericolo della sua perdita a seguito di tanti anni di incuria. Si avviarono, a seguito di un accorato appello di Luciano Venia portavoce di migliaia di cittadini, una serie perizie da parte del Comune di Ischia per stabilirne l’effettivo stato di salute. Fu lo stesso Venia a definire l’esemplare di platano pluricentenario (albero longevo il cui ciclo vitale può superare, secondo esperti studiosi di botanica, anche più di 400 anni), quale nostro Patriarca Verde, legato indissolubilmente al mondo letterario e culturale per le implicazioni storiche che lo legano al nome e all’opera di Alphonse Lamartine.

Fu Don Onofrio Buonocore (1870-1960), fondatore della Biblioteca Comunale Antoniana istituita nel 1940 (dove, dopo attente ricerche, abbiamo trovato testimonianza nelle sue Leggende ischiane), a chiamare il secolare albero dalla larga chioma “Platano del Lamartine”.

“Spande la chioma grandiosa, oltre secolare, nella Villa dei Bagni di Ischia, nelle vicinanze della Chiesa di Portosalvo, all’imboccatura della strada panoramica che mena a Casamicciola”.

Secondo lo scrittore ischitano il poeta francese incontrava nei pressi del platano le damigelle e i principi della Corte di Napoli all’ora della passeggiata, quando i regnanti soggiornavano nell’isola, per avere l’illusione di vivere un po’ di atmosfera francese.

Il Buonocore ne traccia la storia sin dalla sua piantumazione e ad oggi risulta essere la tesi più fondata e veritiera, dalla quale apprendiamo che “il platano tenerello” fu piantato per la prima volta ad Ischia qualche anno prima della rivoluzione francese.

Correva l’anno 1783 quando approdò sull’isola per la prima volta Re Ferdinando IV di Borbone, definito dal Buonocore “un giovane baldo”. Il reale soggiornò nel Casino, odierno Palazzo Reale, donatogli dal protomedico Francesco Buonocore.

In quegli anni, apprendiamo dallo scritto di don Onofrio Buonocore, la contrada contava appena seicento abitanti: “Tra gli adornamenti, nella contrada quasi spopolata, (contava appena seicento abitanti) fu resa adorna di un filare di platani la via che dalla porta centrale della reggia va al cominciare dell’erta della collina di Sant’Alessandro; l’unico superstite, sfuggito sino ad oggi alla ferocia degli uomini è quello che si è assunto l’incarico di spartivia”.

Dopo un breve cenno all’apertura del porto d’Ischia per volere di Re Ferdinando II “quella conca di laghetto malsano deve essere, con facile taglio dischiusa a porto: vorrà essere una risorsa per quelli senza lavoro di oggi, e la vita dell’isola per l’avvenire”, Buonocore traccia la storia che lega il platano al poeta, scrittore e politico francese Alfonso Lamartine:

“E il platano superstite recò legato intorno la chioma il nome del più evanescente poeta francese del secolo passato: Alfonso Lamartine (1790-1869)”.

Ricordiamo che il poeta, allora ambasciatore francese per il Regno delle Due Sicilie, fu impiegato all’ambasciata a Napoli e soggiorno’  tutte le estati ad Ischia, precisamente a Casamicciola, con la sua famiglia sin dal 1820, scoprendo ogni anno un angolo nuovo dal quale traeva spunto per le sue poesie, tra le quali citiamo: Ischia, Saluto dell’isola d’Ischia, Il giglio di Santa Restituta e il famoso romanzo “Graziella”, composto sulla collina della Pagoda e che vede come protagonista la figlia di un pescatore dell’isola di Procida.

Nella leggenda ischiana che lo vede protagonista, il Buonocore ne traccia una insolita biografia : “Bello della persona, svelto d’ingegno, soavissimo nel tratto di squisito diplomatico, fascinatore di folle, dovizioso dalle mani sfondate… Sin dalla prima giovinezza  – quando scese per la prima volta era sulla ventina, e restò frequentatore appassionato sino la fine – ebbe cara assai l’Italia, la quale gli popolò la mente d’imagini smaglianti… Ischia esercitava sull’anima di lui una malia; sarebbe uopo avere a mano il diario suo per togliere accertamento del numero delle volte che vi si condusse. Conobbe il chiacchierio delle fontane dell’isola, il verde dei colli, le insenature, i picchi, e per ogni dove spandeva un pizzico di poesia. Dall’altezza dell’Epomeo pigliò lo spunto di quelle “Meditazioni poetiche” le quali riuscirono in Parigi il più rumoroso avvenimento librario dell’epoca: l’editore, durante un mese, mandò in giro cinquantamila copie”.

Arriviamo ora al fatto storico che lega il nostro Patriarca Verde al fascinatore di folle che vi riportiamo in maniera integrale:

“Si recava un giorno, il Poeta da Napoli alla Villa dei Bagni d’Ischia; all’imboccatura del porto, dai boschetti della Pagoda intese salire un coro di voci muliebri: erano alcune strofe di un’aria sua. Restò sorpreso e amò pigliare conoscenza. Guadagnata la sponda, in prossimità dell’odierna chiesa, si pose accanto al platano, in atteggiamento distratto di chi leggicchi. Le fanciulle vennero innanzi, erano le damigelle che tenevano cura dei principini reali. Il poeta non era nuovo nella reggia Borbonica; era stato inviato dal governo suo ambasciatore presso la Corte di Napoli; ebbe caro l’incontro con le fanciulle della terra sua, per recare alla mente la Francia lontana, la rumorosa Parigi. E i vesperi che seguirono, durante il bel soggiorno, il Poeta, la consorte, la diletta figlia Giulia, pigliarono usanza, l’ora del passeggio, attardarsi accosto al platano in attesa delle damigelle con i principini, per provare l’illusione di essere in un lembo della Francia. E, da quel tempo, il secolare albero dalla chioma larga, viene denominato il Platano del Lamartine!”

Se potesse parlare, il nostro Patriarca Vegetale ne avrebbe di storie da raccontare!

A noi restano i versi struggenti e intensi che Lamartine dedicò alla nostra isola che tanto conobbe ed amò, considerandolo il suo altro mondo. Di seguito i versi conclusivi della poesia “Ischia”:

“Sotto questo cielo ove vita e gioia abbondano
Su queste rive che l’occhio si compiace a percorrere
Noi abbiamo respirato l’aria d’un altro mondo
Elisa!… e tuttavia dicono che dobbiamo morire!”

Bibliografia : “O.Buonocore” – Leggende ischiane

Fonte “Biblioteca Comunale Antoniana”

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