4ward primopiano rubriche

Il “Padre Nostro” e le priorità della Chiesa cattolica

 “Cambia la preghiera del Padre Nostro. Il testo della nuova edizione del Messale Romano sarà sottoposto alla Santa Sede «per i provvedimenti di competenza, ottenuti i quali andrà in vigore anche la nuova versione del Padre Nostro (´non abbandonarci alla tentazione’) e dell’inizio del `Gloria´ (`pace in terra agli uomini amati dal Signore´)». Lo comunica la Cei. L’Assemblea Generale della Cei ha anche approvato la traduzione italiana della terza edizione del Messale Romano, a conclusione di un percorso durato oltre 16 anni. Il testo della nuova edizione sarà ora sottoposto alla Santa Sede per i provvedimenti di competenza, ottenuti i quali andrà in vigore anche la nuova versione del Padre nostro e dell’inizio del Gloria. La correzione del Padre Nostro era già stata raccomandata da papa Francesco con un intervento che risale al dicembre del 2017: «La traduzione è sbagliata, perché Dio non ci può indurre in tentazione» aveva detto il Pontefice.”

Questo uno stralcio della notizia pubblicata ieri su Corriere.it che non mi ha colto affatto di sorpresa. Del resto, risale ad un anno fa, all’incirca, la volontà espressa da Papa Francesco di porre in essere tale sostanziale modifica a quella che, senza dubbio, è la preghiera-base dei cattolici. E ricordo bene che già alcuni mesi prima, il vicario diocesano di Ischia, Don Agostino Iovene, fu ampio precursore di tale cambiamento, adottandolo nel corso delle sue celebrazioni in parrocchia a San Pietro e anticipando quella che, da qui a poco, diverrà una disposizione ufficiale in tutte le chiese cattoliche del mondo.

Ecco, quindi, che il Padre Nostro torna ad essere oggetto delle riflessioni (e, nel caso specifico, delle determinazioni) di un Papa. Nel suo libro “Quando pregate, dite Padre Nostro”, Francesco aveva già fornito un’interpretazione intimistica e, per certi versi, attualizzata, sulle parole di tale preghiera. “Mettetevi a dire “papà” –scrisse Bergoglio- e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo. Credere è anche un grande rischio: e se non fosse vero?

Quella di “umanizzare” dei concetti quasi dogmatici legati alla fede cristiana, ponendoli a confronto con i pur legittimi dubbi derivanti dalla debolezza del singolo fedele, è una caratteristica ricorrente nel linguaggio di Papa Francesco. E specialmente la chiosa finale di quest’ultima citazione stride nettamente con il grande sforzo teologico che il suo predecessore, Benedetto XVI, oggi pontefice emerito, aveva compiuto nel suo “Gesù di Nazaret”, dedicando ben quarantasei pagine ad un’attentissima disamina del “Padre Nostro”. Per la sua stessa altissima e rigorosa formazione culturale legata alla fede, mai Papa Ratzinger sarebbe stato sfiorato dall’idea di porre il suo lettore dinanzi al dilemma del “vero o non vero” connesso alla certezza di un padre nell’Altissimo che guida i nostri giorni e ascolta le nostre invocazioni. Anzi, egli rafforza notevolmente il legame tra l’uomo e Dio attraverso la preghiera insegnataci da Gesù, sottolineando che “solo a partire da Dio si può comprendere l’uomo e solo se egli vive in relazione con Dio, la sua vita diventa giusta… Se essere uomo significa essenzialmente relazione con Dio, è chiaro allora che ne fa parte il parlare con Dio e l’ascoltare Dio” perché “l’amore di Dio per ogni individuo è totalmente personale e ha in sé questo mistero dell’unicità che non può essere divulgata davanti agli uomini”. Altro che “e se non fosse vero?” del buon Francesco…

Mi sento di poter affermare con estrema convinzione che la ricorrente ricerca di “normalità” da parte di Papa Bergoglio rappresenti un approccio decisamente più efficace di quello molto più severo adottato da Ratzinger, in particolare se consideriamo che dopo il pontificato di San Giovanni Paolo II sarebbe stato decisamente difficile per chiunque riuscire a mantenere, nella successione, un rapporto così intimo tra Papa e fedeli, in particolare quelli giovani che con Wojtyla furono avvolti da un legame quasi paritario. Ma per quanto anche a me abbia sempre suonato un po’ strano il pensiero di un Padre che induca un figlio in tentazione, ritenendo pertanto opportuna la possibilità di un cambiamento della forma che rafforzi la sostanza di una preghiera così importante, mi chiedo da umile cattolico, praticante e peccatore: nelle priorità della Santa Romana Chiesa, ottenebrata da eventi e contraddizioni mai troppo discusse ed affrontate, questo provvedimento era così realmente urgente da riuscire ad attuarlo in soli undici mesi? O forse i fedeli (almeno quelli più attenti) continuano ad aspettarsi (forse invano) quelle svolte epocali in grado di imprimere un’inversione di tendenza che provi a riavvicinare scettici e sfiduciati ad un percorso di fede reso finalmente più sostanzioso, coerente e, soprattutto, rispettoso del messaggio di Cristo e della non sempre ragionevole evoluzione dei tempi in cui viviamo?

Provo a pensare, per parlare di qualcosa che riguardi anche Ischia, ad un corso per la Cresima, che mi risulta nella nostra Diocesi sia stato configurato di recente in una durata di due anni. Quanti giovani, ad esempio, decideranno di seguirlo o di rinunciare alla possibilità di ricevere tale Sacramento, alla luce di un obbligo così lungamente protratto nel tempo? E perché questo genere di provvedimenti (che non sono assolutamente uguali in tutto il mondo, anche in relazione all’età in cui accedere ai corsi) viene lasciato alla discrezionalità delle singole Diocesi?

Chissà che, nelle prossime edizioni, non dovrò ritornare su questo argomento… E se necessario, di certo non mi tirerò indietro! Per ora, lo spazio è terminato.

 

 

 

Tags

Add Comment

Click here to post a comment