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Il corso della parola

Vincenzo Acunto | Si dice in genere che l’uomo si distingue dall’animale in quanto  provvisto della “ragione e della parola”. Se sul primo elemento si potrebbe pur discutere, sul secondo certamente no. Gli animali non hanno la parola e comunicano a gesti o con rumori. L’uomo esterna i suoi pensieri con espressioni con le quali interagisce col suo simile, scambiandosi informazioni, concetti, divieti, sentimenti e quant’altro gli abbisogna. Mi son chiesto più volte se la parola ha un suo percorso che contempla un inizio ed una fine, oppure no. Rivedendo il mio percorso di vita, posso tranquillamente dire che un tempo “la parola” tra gli uomini costituiva “un’essenza della vita”. Abbiamo tante volte letto di uomini che, per non tradire la parola data, preferivano morire e tante volte abbiamo sentito dire “la mia parola è testamento”, per marcare l’immodificabilità dell’impegno preso. Nel tempo le cose sono cambiate e, purtroppo, “l’uomo di parola” è diventato una rarità antropologica e l’apparire, con le sue “fatuità,” ha preso il sopravvento. Potrei fare centinaia di esempi a conferma, ma per necessità di sintesi richiamo la vicenda dei pastori sardi che, per manifestare il disagio della categoria oppressa da balzelli di costi che vanificano il loro lavoro, hanno rovesciato lunghe le strade bidoni di latte. Immagini terribili e scioccanti. Qualcuno è disposto a sostenere che prima della loro “manifestazione violenta” i pastori non avessero già percorso il circuito istituzionale del confronto con le proprie rappresentanze sindacali, con i sindaci, col prefetto e  via dicendo?. Ritengo che sicuramente avevano avuto assicurazione da tutti. Succede così in ogni dove. Anche sull’isola d’Ischia. Il cittadino, assalito da un problema, si rivolge all’ufficio prossimo e alla domanda che pone, spesso si sente rispondere “ripassi che le faremo sapere”; “non abbiamo avuto alcuna disposizione sull’argomento”, “oggi non funziona il computer” o altre menate del genere. Nel frattempo ha già sostenuto dei costi, perso del tempo, patito qualche contestazione e un innalzamento della pressione arteriosa. Ricordo che un funzionario del mio municipio, messo in un posto di responsabilità per apparire più che per essere, a fronte di qualche domanda riguardante il suo ufficio, era solito rispondere “malonna mia ma tu ste cose e vò sapè a me? E io che ne sacc?” .  In altro campo una mamma mi raccontava che un prelato isolano al quale confessava di un sacerdote con l’inclinazione a toccare “il pisello del suo figliolo”  le aveva chiesto “avete delle foto?” Per fortuna che si riebbe in tempo dallo sbigottimento per chiedere, con manifesta ironia, “la volete in bianco e nero o a colori?” prima che il confessore si allontanasse. Ordunque, se rivisitiamo le immagini dei pastori che scaraventano a terra il latte delle loro pecore e prendiamo atto che solo dopo tale gesto un ministro (peraltro incompetente ed alla ricerca di selfie) ha disposto di incontrarli, possiamo ritenere che forse il tempo della parola ha fatto definitivamente il suo corso.? Non oso immaginare quale potrà essere il risultato dell’incontro dei pastori con il ministro degli interni che, se non ricordo male, si interessa di problemi di ordine pubblico e non di fatti economici o agroalimentari. Non sarebbe stato più logico che, costi alla mano, i soggetti meglio legittimati fossero intervenuti per affrontare le legittime aspettative dei pastori prima che buttassero il latte per terra?. E, se per ancora mesi i pastori non avranno risposte concrete cosa potranno ancora fare? Potrebbero avventurarsi in azioni che saranno qualificati reati e che comporterebbero  sanzioni e non agevolazioni? Speriamo di no. Al danno aggiungerebbero la beffa. E, venendo alla nostra isola cosa potrebbero fare le nostre aziende per far fronte alle angherie di un sistema che le sta conducendo al fallimento? Sembra di trovarci sempre di più nella condizione del cane che, molestato dalla mosca, si gira intorno mangiandosi la coda. In un sistema che oramai non funziona più credo che, non vivendo più nel tempo della parola e del confronto ma in quello dell’immagine, è di pensare ad una mossa che scuota il ristagno considerazionale in cui vive la nostra isola a livello nazionale. Una protesta che dovrebbe lasciare il segno, al posto di deliberati di consigli comunali che nessuno legge. Qualcuno prova ad immaginare che impressione desterebbe nell’opinione pubblica nazionale se i nostri sei sindaci si incatenassero fuor di palazzo Chigi per denunciare la stagnazione nella gestione: del terremoto di Casamicciola, della problematica dell’ospedale, di quella del tribunale o dei trasporti?. In un attimo (come per i pastori sardi) tutti saprebbero delle problematiche gravi che vive l’isola d’Ischia e sicuramente ci sarebbero delle prese di posizione come è successo al semplice annuncio dello sciopero della fame della dipendente della casa degli anziani di Fontana che non veniva pagata da quattro mesi. Un tentativo non costa nulla nel confronto con i costi che l’inedia sta producendo. Si consideri che all’orizzonte non appaiono uomini capaci a modificare il corso degli eventi e non possiamo più affidarci a slogan inutili come potrebbe essere quello del Comune unico. Almeno nell’immediatezza. Un vecchio leader politico ha detto che gli italiani sono impazziti perché votano i 5 stelle. Può anche essere. Il dato di fatto è che gli italiani non possono più accettare di essere il bancomat di un sistema politico inutile. Attenzione: la storia ci ricorda che quando il popolo patisce oltre misura, le reazioni incontrollate sono in agguato. Pensiamoci tutti, ai vari livelli, prima che sia tardi.

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