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Gli ischitani nel dovere dell’accoglienza

Vincenzo Acunto | Questo giornale ha dedicato, giovedì scorso, una intera pagina sulla “quaestio” migranti, ospitando una omelia del nostro vescovo ed un editoriale del direttore. In entrambi gli interventi sembra che il problema, in Italia, sia legato alla scellerata (finalmente risoltasi) condizione dei 49 ospitati sulle navi delle ONG che, dopo essere stati prelevati da scafisti senza scrupoli, per una quindicina di giorni hanno girovagato per il Mediterraneo. Dopo la pubblicazione dell’omelia, il vescovo Lagnese è stato riempito di improperi, via social, mentre il direttore questo foglio (pur dicendo le stesse cose) ne è rimasto indenne. Non ho problema a dire che non sono d’accordo con nessuno dei tre. Con gli esternatori via social perché sono dei maleducati che senza leggere o approfondire alcunché si lanciano in invettive offensive. Con il mio direttore in quanto pensa di affrontare una problematica così grande con un trafiletto. Col vescovo perché, affrontando malamente la vicenda, ha consentito a dei mascalzoni di offenderlo. Mons. Lagnanese, citando la celebre espressione di Tito Livo “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”, ha voluto dire a tutti noi (riassumo) “ci sono 49 persone in mezzo al mare che rischiano la vita, non continuiamo a parlare soltanto”. La frase è bella e come sempre, dà un tocco di eleganza ad un discorso. La problematica però è complessa e non la si può riassumere in una espressione di stile. Un fenomeno di migrazione epocale, come quello al quale stiamo assistendo, non può essere affrontato sollecitando, continuamente e semplicemente, il senso dell’accoglienza che, pur se deve essere presente in ogni essere umano,da solo non è utile a risolvere una problematica che è diventata così grande proprio grazie alla inerzia di chi, per tempo, non è stato vigile sulle conseguenze che certe tecnologie avrebbero potuto determinare. E mi spiego. Quando in Italia ci fu l’avvento della radio e poi della televisione, quel grande Papa che fu Pio XII (che nella stanza di fianco alla sua aveva chiamato un cardinale che, in silenzio, allevava la futura classe dirigente che poi fece grande l’Italia e che diverrà Papa col nome di Paolo VI), promulgò l’enciclica “Miranda Prorsus” con la quale, declamando i progressi della tecnologia, avvertiva dei possibili guasti che la stessa poteva arrecare sulle future generazioni e della necessità di un suo uso per una corretta diffusione del messaggio evangelico. Messaggio evangelico che non è da confondere con le liturgie della messa. Cambiato il tempo ci fu chi, dopo di lui, da attore consumato si fece immortalare cliccando sulla tastiera di un pc che servì a legittimare nel mondo (e senza regole) l’uso di Internet. Grande mezzo che, senza regole, ha messo in collegamento tutti gli esseri di questo mondo che è noto è formato da persone per bene e non. E da qui che comincia il fenomeno delle migrazioni. Tutti affascinati dalla ricerca dell’ “Eldorado” che vedono via internet, aggravato da chi a seguito di un affondamento di un barcone per cattivo tempo ritenne opportuno andare a Lampedusa a gettare a mare dei fiori in omaggio ai morti. Aprendo così definitivamente le parte per arrivi incontrollati. Ordunque, per ritornare al tema in esame: se io parto da casa mia e mi vado a buttare nell’oceano, è una scelta scellerata ma autonoma per finire il mio percorso di vita. Essa sarà certamente considerata come la decisione di chi ha perso il senno. Se invece la gran maggioranza degli ischitani decide (tutti o a gruppi) di fare la stessa cosa, è evidente che esiste un problema sul territorio che fa impazzire tutti (o quasi) ed allora è necessario che la “comunità più prossima” si interroghi, del perché e del come intervenire, affinchè chi ci abita non continui ad essere contagiato. Se c’è un batterio o un virus va debellato. Se “la comunità più prossima” non si interessa al caso è giusto che sia additata al pubblico ludibrio. Se però lo ha fatto e non ha più mezzi per continuare a farlo è poco onesto continuare a spronarla a tanto. Sarebbe contagiata anch’ella con aumento dei morti. Detto ciò, mio caro vescovo, io comprendo perfettamente che Lei ha fatto il giuramento dell’obbedienza per il quale non le è consentita replica agli ordini superiori (per i quali bisogna dire di accogliere tutti), ma, in coscienza le chiedo: “è possibile farlo ed è giusto continuare a dirlo?”. Non credo. Ed allora consideriamo un attimo l’evolversi delle cose altrimenti non comprendiamo nemmeno se a Roma ci son tanti galli per cui non schiara mai giorno o c’è una vecchia gallina che (come si dice in gergo) “scacatea” inutilmente. Sembra opportuno ricordare, qui, il vecchio detto foriano-panzese secondo cui “quann’ a cagghin’scacatea è semp’oi e nun fa mai craei” (tradotto significa che quando la gallina invecchia pur non avendo più la possibilità di fare l’uovo e liberarsi nel canto successivo, avvertendo ancora lo stimolo e non riuscendo fa un verso sordo che è definito– scacatea- cioè annuncia senza produrre) per dire che, a Roma, chi avrebbe la possibilità di dire cose utili, rifugge, purtroppo spesso, in ovvietà inutili. E torniamo alla nave che intercetta un barcone in difficoltà. Per le norme internazionali esistenti (art.98 convenzione sui diritti dell’uomo) il comandante di una nave che ne intercetta un’altra in difficoltà ha il dovere del soccorso. Il senatore De Falco, giorni fa dalle colonne del Mattino, ci ha ricordate le competenze del comandante di una nave. Nel perimetro del battello che gli è affidato è un sovrano assoluto. Ha un potere enorme. Non ci sono né ministri né giudici che possono imporgli decisioni diverse da quelle che prende. Tra i poteri, del comandante, vi è quello di scegliere il porto di destinazione più vicino, per mettere in sicurezza la vita degli occupanti la sua nave. Non esistendo una norma che consenta di chiudere o impedire un approdo, il comandante di una nave in difficoltà, si dirige nel primo porto che incontra, vi entra ed al primo molo libero ormeggia. Salvo, ovviamente, che non viene cannoneggiato. Altra cosa, poi, è quella poi di scendere a terra. Sovvengono altre norme che non stiamo quì a ripercorrere, in quanto l’uomo è salvo. A questo punto, penso che essendo nota, nel mondo, la problematica che in Italia si è determinata relativamente al fenomeno “accoglienza dei migranti”, sia opportuno porsi qualche domanda: 1) come mai due navi dell’ONG –che sono state definite come tassisti degli scafisti – si trovavano in quel tratto di mare? 2) chi aveva dato loro l’incarico o l’ordine di pattugliarlo?; 3) dell’organizzazione che ha dato l’ordine del pattugliamento fa parte anche l’Italia?; 4) come mai il comandante della nave s’è messo a girare nel mediterraneo e non è entrato nel primo porto che ha trovato sulla sua rotta?. Detto ciò e, visto che sono decenni che l’Italia fa fronte da sola a questa problematica (che appare sempre di più come una vera invasione) senza che altri, pur se richiesto, facciano qualcosa; visto che nessuno si “indigna” se a Ventimiglia i gendarmi francesi impediscono a chiunque di entrare come pure dall’altro lato gli austriaci o i croati fanno, chi non ritiene che il Santo Padre (che quando dice una cosa è ascoltato dal mondo intero ed è l’unico ospite che va a far visita al suo ospitante a spese di quest’ultimo) più che uscire dalla sua finestra e ripeterci, come un mantra, del “dovere dell’accoglienza” non farebbe miglior cosa ad andare, personalmente, in quei paesi da dove si fugge ( o ci si incammina) per rendersi conto della situazione per suggerire, poi, da capo di Stato (che è il più ricco del mondo) e da capo di quella cristianità che ha il dovere di accogliere, agli altri capi di Stato cosa fare affinchè si fermi questo esodo biblico che sta provocando tanti morti?. Ricordiamo, per chi crede alle scritture sacre, che Mose aprì il Mar Rosso per far passare il popolo israelitico inseguito dall’esercito egiziano ma che, finito il transito, il mare si richiuse e tutto l’esercito egiziano (sempre di uomini) fu inghiottito dalle acque. La storia ed anche la leggenda insegna che questioni di tale portata non vengono superate senza morti. E i morti possono (non devono necessariamente) essere la conseguenza razionale di una decisione presa nell’interesse dei più. Ordunque se aveva un forte significato politico il richiamo all’espressione di Tito Livio che il cardinale Pappalardo (di nota cultura Paolina) fece nel duomo di Palermo, rivolgendosi alle alte cariche dello Stato presenti, in occasione dei funerali del generale Della Chiesa,ucciso dalla mafia, non sembra che lo stesso sia appropriato nel caso dei migranti. Salvo se non lo si intenda riferito a chi, potendo far molto si limita a dei borbotti che come la vecchia foriana “non fa mai sorgere il giorno nuovo”.

acuntovi@libero.it

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