Società

Fare impresa a Napoli, la scommessa (vinta) di Ornella Auzino

L’assuefazione a narrazioni negative sembra essere una costante del nuovo millennio, un fatto ormai assodato con il quale si è costretti giocoforza a convivere.

E ci sono casi, come quello riguardante la città di Napoli, in cui le associazioni mentali sono talmente automatiche e radicate da contagiare i sogni e le speranze, avvelenandoli sino a farli appassire.

Rimanere e fare impresa, pur con il peso gravoso del pregiudizio, richiede un animo guerriero – o meglio di guerriera, come ama definirsi Ornella Auzino.

A cavallo tra gli anni ’90 ed il 2000, la sua azienda attraversa una congiuntura recessiva comune a molte altre: la crisi nazionale nel settore tessile e delle pelli comporta un susseguirsi ininterrotto di chiusure improvvise, relegando il mercato settoriale ad uno scenario confuso e sempre più sregolato, e l’ipotesi sempre più concreta di una fine già annunciata.

Un retroterra sociale e culturale devastante, e che in particolar modo a Napoli ha garantito l’ampio proliferare di affari legati alla malavita; la crescita esponenziale dei prodotti illegali ha infatti reso la città partenopea un’autentica capitale della contraffazione a livello europeo, se non addirittura internazionale, simboleggiando un limite a tratti insormontabile per chi – come Ornella Auzino – ha deciso di rimanere continuando ad essere imprenditrice in maniera onesta e dignitosa.

Le barriere più vincolanti si sono manifestate durante la ricerca di nuova clientela al di fuori della regione Campania, dove il pregiudizio e la reputazione della città – indelebilmente associata a criminalità organizzata ed inferno di prodotti falsi – continua da molto tempo ad influire negativamente sulla percezione qualitativa dei prodotti prodotti napoletani.

Un autentico paradosso se si pensa a come il brand del Made In Italy, universalmente riconosciuto quale sinonimo di qualità inarrivabile, sia stato reso grande anche e soprattutto dalla manodopera specializzata di Napoli, i cui operatori e pellettieri di talento ricevono ogni anno commissioni dalle più rinomate case di moda del pianeta.

Alle difficoltà di creare nuove opportunità in una città speso preda di caste e raccomandazioni ed intermediari, Ornella Auzino ha dovuto sommare quella di essere donna in un settore quasi del tutto dominato da figure di sesso maschile, in special modo tra imprenditori e dirigenti d’azienda.

Il suo successo, oggi più che mai, rappresenta non soltanto una rivincita contro un sistema corrotto nelle fondamenta, ma anche verso quella mentalità patriarcale e paternalistica che troppe volte osteggia la donna nella sua ricerca verso la libertà.

L’ascesa del suo brand dimostra inoltre come sia possibile coronare un sogno, quello di ridare alla pelletteria cittadina tutto quello splendore che il sottobosco delle contraffazioni e della produzione di borse false ha cercato di sottrarre ad una delle più importanti tra le eccellenze italiane, scardinando al contempo l’associazione tra Napoli ed illegalità grazie a prodotti artigianali di altissima fattura.

Ornella Auzino ha lottato e vinto, e la storia della sua vita e della sua azienda è oggi diventata un libro – denuncia, dal titolo “Le mie borse”, a metà strada tra un incoraggiante manuale di sopravvivenza per chi si trova ad affrontare il controverso mercato della pelletteria e l’autobiografia personale, ricca di spunti e preziose ispirazioni da cui emerge in modo netto un messaggio di fondo: il riscatto di una intera città può partire da una storia vincente e di successo, anche là dove la polvere sembra aver sommerso tutto.

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