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“E’ turnat’ Carulin”. Nel racconto l’autore risalta le evoluzioni epocali dei rapporti tra uomo e donna

Vincenzo Acunto | Primavera del 1969; come ogni mattina alle 7,30, ero in attesa, a cava grado, che il pulmann mi imbarcasse per portarmi a scuola. Scendevano dal mezzo tanti giovani che, dagli altri paesi, venivano a lavorare negli alberghi santangiolesi. La radio transitor trasmetteva le canzoni in voga. Spopolava Celentano con “Storia di un amore” che raccontava di una ragazza innamorata di un ragazzo timido che, per fargli dispetto, usciva con un suo amico.
Nel tempo libero tentavo di strimpellare una vecchia chitarra, provando ad imparare, la già famosa, “Bocca di Rosa” di De Andrè. Una canzone non gradita a mia madre, che borbottava quando la sentiva, in quanto narrava di una donna che pur essendo di facili costumi, andava alla processione del santo patrono ponendosi in prima fila. Una mattina ancora seduto, in attesa dell’imbarco, sul muretto (che ancora resiste) sul terminale del bus a cava grado, noto, tra coloro che scendevano dal mezzo, una ragazza di una bellezza mai vista. Alta, mora, capelli lunghi, gioiosa, con passo brioso e con un sedere sculettante che non passava inosservato né all’occhio maschio per cupidigia né al femminile per invidia.
Il mio sguardo la seguì fino a che scomparve nella curva verso il paese. Fu così anche il giorno successivo e l’altro ancora quando mi decisi di aspettarla per strada. Le passai vicino. Era aulica e mi sorrise e mi disse “ciao” mandandomi i sensi in tumulto. Non sapevo chi fosse o come si chiamasse. Immaginai che andasse a lavorare in paese. Il sabato giunse e potei avere del tempo libero per scendere in piazza ove i “vitelloni famelici” erano, costantemente, in attesa della “preda di turno”. Mentre cercavo di sapere qualcosa di lei, eccola che si materializza. Astata e gioiosa (come la mattina) che s’avvicina.
Dal gruppetto si staccò Andrea che la salutò con un “Ciao Carulì” e lei “ciao che stai facenn’? “ e , rivolta a me che (imbranato com’ero) ero già in tumulto “ma tu nun si chill’ ca vec a matin ch’ va a scol’ e sta semp cu e libbr mman’? “. Annuii col capo quasi a vergognarmi. Ero senza fiato, avendo avvertito, con quel “Ciao Carulì”, una fitta all’addome, come una coltellata. Lei notando i miei rossori “liegg’ liegg ca te fa ben”. Andrea, noto per le sue (oggi si chiamerebbero guasconate) capacità di seduzione, non impiegò molto a dire di Carolina; della sua intraprendenza e versatilità, anche sessuale. Arte alla quale né l’uno né l’altra erano capaci a rinunciare. A dire di Andrea, la cosa difficile era trovare il posto per fare l’amore con Carolina per la sua partecipazione all’evento con urla di gioia. Andrea, nonostante il suo “palma res” di rispetto, era molto rapito dalla partecipazione amatoria di Carolina. Arte che nella Santangelo dell’epoca non era immaginabile o quanto meno conosciuta. Mi sentivo devastato. Carolina non faceva mistero di volersi emancipare, nel suo status di inserviente d’albergo, e per tale motivo non gli fu difficile cadere preda (?) di un francese, che, ospite con la moglie di un noto albergo del posto, la notò mentre, sul lastrico dell’albergo, stendeva la biancheria e canticchiava. Fece di tutto, col proprietario, per conoscerla e fu accontetato. Carolina cedette alle lusinghe e si dette al francese. Andrea, scoperta la cosa, ferito a morte come un toro nell’arena, pur nella mia gaudenzia silenziosa, pensò fosse giusto vendicarsi sia con Carolina che con il francese. Corteggiò con successo la moglie del transalpino. E poiché la coppia utilizzava camere separate nello stesso albergo e, forse, non era alla prima esperienza, Andrea fu accolto nella camera di lei. Non sapeva il “povero vitellone santangiolese” che le donne francesi, sempre “chic” anche all’apice del piacere, per distinguersi dalle altre e per magnificare il partner non si riducono al plebeo “si-caro” ma pronunciano il più sofisticato “anchor”.
Il poveretto ignaro della cosa, ritenendo che la parola fosse una invocante richiesta di prosecuzione, ci stava rimettendo le coronarie. La “madame”, notando l’affaticamento, prima che la cosa si complicasse, lo allontanò dalla camera. Sfortuna volle che, uscendo, si trovò di fronte Carolina che dopo un attimo di smarrimento gli dice “E…tu che ci fai qua?” e Andrea “chell’ca stiv facenn pur’ tu”. E poi quasi a giustificarsi “chest’ è peggio e te, nun ce bast’ mai. Dice semp’ ancor, ancor. Per poco non me facev venì un infarto”. Carolina sentendosi libera gli replica. “pur’ a mme dicev ancor. Io ho pensato che me lo chiedesse e gli rispondevo si-si. Ma chill però s’è fermat e ha ditt, aprè, aprè”. E Andrea “Aggi sentut’, ce stiv facenn venì tu un infarto a iss.” Si lasciarono.
Al francese Carolina piaceva molto; la ingravidò e, dopo qualche mese, ritornato da separato, fece una piccola cerimonia ripartendo per la Francia con l’amata sottobraccio. Io che avevo seguito gli eventi e soprattutto Carolina, mi arrovellavo il fegato tra la canzone di Celentano e quella di De Andrè che per un certo verso segnavano i mie fallimenti verso la bella ischi tana, fuggita all’estero. Carolina dopo alcuni anni ritornò e poi ciclicamente. Ogni volte Andrea mi portava i suoi saluti “Carulin te mann salutann. Fors’ ce si rimast’ ngann”. Quest’ anno Carolina è tornata e, cosa strana, Andrea ha girato alla larga. Ella, sapendo della nostra amicizia sempre viva, mi ha fatto visita. Bussa al citofono ed entra. La vedo avvicinarsi, ancora bella nel fisico ed elegante nel portamento di donna, oramai, matura. Mi è davanti; un attimo senza parole e di forte tensione; ci guardiamo, mi sorride e mi tende la mano. Goffamente gli allungo la mia, divenuta già umida, la invito a sedere. La mente in un baleno ritorna alla fermata del pulmann ed alla coltellata; risento Andrea dire “Ciao Carulì”. Lei, intraprendente come sempre, mi dice –da pronuncia- “ comm’sa va scherì?” ed io , confuso,“bien e a te?”.
Ripreso il possesso della mia mente, gli chiedo il motivo della visita. Lei mi dice che non riusciva ad incontrare Andrea che “je desider bocù-bocù”.
“Ancora, gli dico, dopo tanti anni? e lei candidamente “ui –ui, mon scherì”. Mi racconta che non capisce e che vorrebbe sapere per farsene una ragione. La sofferenza di Carolina era evidente e tenera. Mi impegnai a sentire Andrea e a dirle poi.
Lei, femmina come sempre, «sapevo che solo tu mi avresti aiutata». Chiamai Andrea per un caffè e gli riferisco della visita e dell’ansia di Carolina. Chiedo se è successo qualcosa tra di loro o se lui ha qualche problema fisico d’età o se avesse un altra donna.
Andrea risponde «No, no, nulla di tutto ciò». Di poi, sgranando gli occhi, mi fissa (mi fa impressione) e sbotta «è pericoloso. Aggi paur’». «Ma come, dico, è pericoloso?»; «Non ti ha mai fatto specie nulla ( e li a ricordare tanti episodi di un tempo caliente in cui Andrea era rimasto coinvolto) ed ora mi dici che Carolina è diventata pericolosa?». Ed Andrea «Ma hai letto che cosa è successo a Sorrento che quella dopo essere arrivata in Inghilterra ha detto che era stata violentata e quelli stanno ancora in galera?. Io un guaio accussì non lo voglio passare. Carulin è bon ancora ma io voglio stà tranquillo».
Replico «Sei troppo esagerato».
«E’ mai possibile che dopo quasi 50 anni Carulin se ne torna in Francia triste e sconsolata?. Evidentemente tu non sei più l’uomo di una volta» Andrea punto nella sua immutata vanità di ‘tombear‘ mi fa «..e dimmi tu che potrei fare per stare tranquillo».
Per fare una battuta gli dico «una soluzione ci sarebbe. Vai tu e Carolina da un notaio e certificate il vs. desiderio di avere un rapporto. Il notaio autentica le firme e ti conservi la carta».
Andrea riflette un attimo, si illumina, si alza, mi abbraccia e dice «si proprio un amico. Sul tu putiv’ penzà na cos’ del genere».
Se ne va ed io resto con quel «solo tu» usato con disinvoltura da entrambi mi sembra di essere vittima di uno sfottò. La fermata del pulmann è ancora lì e mi torna ancora nella mente il torcicollo per seguire da dietro la camminata di Carolina. La divagazione mentale non è ancora terminata che vedo Andrea ritornare, con Carolina sottobraccio, aitanti entrambi come in gioventù. Ella mi vuole ringraziare per avergli restituito Andrea nella piena efficienza volitiva. Andrea è in evidente esaltazione volutiva e mi dice «e fatt’ 30 mo’ adda fà 31. Chiamm’ tu, u nutar’» E quì il momento diventa difficile.
L’ansia dei due «piccioncini» è tale che deluderla sarebbe un delitto. Chiamo un mio amico e tra una cosa e l’altra gli dico « caro notaio vuoi diventare l’antesignano di un nuovo filone lavorativo visto che sull’isola oramai c’è ben poco da fare?» Ed il notaio fammi capire; di che si tratta?. Gli racconto dell’ansia di Andrea e di Carolina e della loro necessità. Dopo oltre mezz’ora di tira e molla, che non si può fare, il repertorio, la raccolta ed altre cose tecniche, il mio amico notaio, cede alla mia insolenza. Autentica le firme di Andrea e Carolina a chiusura di una dichiarazione congiunta con la quale si dichiarano passione ardente e desiderio di copulare. Andrea, felice come una pasqua, mi consegna « la cartula» affinchè la custodissi.
Gli intimo di comportarsi da gentiluomo, nonostante la cartuscella, e di andarci piano anche per l’età di entrambi. Andrea pugno stretto e pollice alto si allontana, strizzandomi l’occhio. Soddisfatto per aver risolto un problema ad amici, mi rileggo la certificazione notarile ridendoci sopra al pensiero di come era stato possibile tramutare uno scherzo in una cosa seria.
Ci penso e mi rendo conto che, purtroppo, quello scherzo corre il rischio di divenire un possibile complemento nei rapporti tra uomo e donna se si continua ad enfatizzare solo le negatività (che purtroppo ancora esistono) dei rapporti tra uomo e donna. Manco il tempo della transitoria gaiezza che vedo arrivare Andrea e Carolina. Furiosi entrambi. Andrea mi dice «Fammi leggere la carta». La prende la legge e rivolgendosi a Carolina «vedi che non c’è scritto?» Chiedo cosa stesse succedendo e Carolina, sbrigativa: «siamo andati a letto e mentre facevamo l’amore gli ho detto ad alta voce -scherì anchor, anchor. Tutto quì». Ed Andrea «Carulì tu si diventata frances’?. Ca’ stamm’ in Italia dove quann’ na femmena strill, chi sent’, nun sap’ si so strill’ e piacer o dulor e chiamm’ e carabinier’» e poi rivolto a me «Vir ‘u nutar si po’ accuncià sta cart’».
Con tutto l’intervento e la mediazione, Carolina è, purtroppo, tornata in Francia delusa e depressa e Andrea sta come un pazzo. L’unica cosa positiva della vicenda è che qualche notaio incomincia, seriamente, a pensare di aprire un nuovo filone lavorativo.

acuntovi@libero.it

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