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Come si cambia

Ho perso ben nove dei miei parenti più cari a causa del cancro, manifestatosi in diverse delle sue terribili forme. E dopo tanti anni, mi rendo conto che la medicina riesce a far progressi giganteschi nella maggior parte delle sue branche, riuscendo –ad esempio- a curare l’AIDS azzerandone l’indice di mortalità anche in casi piuttosto conclamati, ma restando ancora inerme rispetto all’azione implacabile di un tumore, che al di là di poche eccezioni, fin troppo spesso miete vittime di ogni età.

Qui sulla nostra isola gli ammalati oncologici sono tantissimi. I nostri “numeri” in materia sono spaventosi. E se nella cosiddetta “terra dei fuochi” il dito d’accusa si rivolge contro l’inquinamento da rifiuti tossici riversati dalla malavita organizzata nei campi della zona, così come a Taranto è l’ILVA ad essere ritenuta responsabile di tante vittime innocenti, dalle nostre parti il “luogo comune” è quello della radioattività del nostro sottosuolo che, in questo senso, rappresenterebbe la nostra ricchezza e la nostra condanna al tempo stesso.

Eppure, anche su questo argomento (e qui mi fermo con le riflessioni squisitamente localistiche, anche per evitare di ripetermi su fatti noti a chi mi legge abitualmente), la cittadinanza attiva dell’isola d’Ischia sembra totalmente cloroformizzata. Credo che difficilmente le famiglie ischitane siano rimaste indenni, più o meno direttamente, dalla ricorrente presenza di un ammalato di tumore tra i propri cari. Eppure, nessuno ha mai fatto in modo di sollecitare con attenzione un indagine scientifica degna di scaturire la diffusione di forme di prevenzione che vadano oltre la semplice misurazione della presenza di radon all’interno degli ambienti lavorativi. Come dire, se “il fatto non è nostro”, ognuno per sé e Dio per tutti.

Oggi mi piacerebbe, invece, soffermarmi su quanto una malattia, o comunque uno stato di salute divenuto precario da un giorno all’altro, possa cambiare non solo la vita delle persone, ma anche il loro carattere, il loro approccio col prossimo, le loro priorità, i loro valori.

L’applauso bipartisan con tanto di standing ovation dell’aula del Senato a Roberto Calderoli, pochi giorni fa, dopo che il leghista della “legge elettorale-porcata” ha ricordato all’assemblea di Palazzo Madama (che aveva appena approvato un ordine del giorno sulle misure contro il cancro) la sua “battaglia personale” che dura da oltre sei anni, può essere il primo di una serie di lunghi esempi a supporto di questa mia riflessione. Un politico dai modi sempre particolarmente rudi e sprezzanti, oggi visibilmente provato anche nell’aspetto ormai smagrito se confrontato con il suo storico sovrappeso dell’epoca in cui era Ministro, che con poche parole non ha esitato a mettere a nudo tutta la sua debolezza interiore derivante dalla lunga coesistenza col cancro.

Molti anni fa, un mio cliente (abile imprenditore ma abituale contestatore anche dell’incontestabile, pur di speculare su una transazione) mi indusse alla conclusione di dover risolvere con una pratica legale la storica inesigibilità di un credito che vantavo nei suoi confronti, lasciandolo in malo modo dopo l’ennesima, insopportabile discussione. A distanza di un paio di mesi dalla notifica del decreto ingiuntivo, lo intravidi ad un convegno all’allora Jolly Hotel di Ischia. Fu lui a venirmi incontro, abbracciandomi e baciandomi e, dinanzi ad un folto gruppo di astanti, mi disse: “Tu sei una persona perbene e capace, io credo di non essere da meno. Io e te non possiamo litigare: passa domani in albergo e vieni a prenderti quello che ti spetta, perché è giusto così.” Il giorno dopo, in un lungo colloquio, mi confessò di aver scoperto un tumore che gli avrebbe lasciato –fu giusto profeta- pochi mesi di vita, dicendomi: “Devo pensare a mettere tutto a posto prima di andarmene, piuttosto che perdere tempo a litigare con questo o quello, altrimenti i miei figli rischieranno di distruggere tutto quello che ho creato”.

Ultimo solo cronologicamente, un episodio di pochi giorni or sono: nel sentire un amico carissimo in terraferma, ho appreso causalmente che la causa del suo reiterato silenzio degli ultimi mesi era dovuta alla spiacevole scoperta che sua figlia, provetta e giovane nuotatrice di caratura nazionale, era stata attaccata da un cancro ai linfonodi. Un evento che, da un giorno all’altro, ha proiettato un’intera famiglia e la cerchia di amici più stretti dalle stelle del successo sportivo e scolastico agli inferi della disperazione più totale, in cui –ripeto testualmente le sue parole al telefono- “ogni genere d’impegno professionale, ogni altra preoccupazione, ogni abituale priorità viene letteralmente ignorata, allorquando ti rendi conto che non puoi far altro che combattere contro una prova della vita che forse è troppo più grande di te, ma la cui posta in palio ti impedisce di restarne tramortito”.

Da questo genere di episodi (ho già avuto modo di scriverlo la scorsa settimana) dovrebbe essere quasi automatico trarre il giusto insegnamento, affinché la qualità della vita di ciascuno di noi, sia in chiave relazionale che individuale, non scenda mai al di sotto del giusto livello di benessere globale. Quel benessere che è anche “bellessere” e che si manifesta, prima d’ogni altra cosa, nella capacità da parte di ciascuno di noi di creare la giusta armonia in quella scala di valori in cui classificare correttamente i nostri bisogni e le nostre vere priorità.

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