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Calcio: mercato, finzione e nostalgia di un “non più gioco”.

Suvvia, se torniamo a parlare di calciomercato analizzando le vicende delle ultime settimane, proviamo a non scandalizzarci della sostanza, ma dedichiamoci un po’ più alla forma. La forma è parte di noi stessi; a corrente alternata, siamo bravi a pretenderla a gran voce, salvo poi ribaltare il nostro punto di vista affidandoci al più classico dei “guagliù, ‘e maccarune iènchiene ‘a panza”, che per chi legge da fuori distretto, rappresenta il più classico degli inviti alla concretezza.

Anche la stampa è ormai compiacente rispetto a certi trasferimenti eclatanti a suon di milioni, avallando trattative apparentemente impossibili e ricorrendo con sempre maggior frequenza ad espressioni come “offerta irrinunciabile” o “treno che passa una sola volta nella vita”, sottacendo giochi di mercato e impresa calcistica che, spesso in barba al financial fair play UEFA, accentuano sempre più la differenza tra ricchi e poveri del calcio e, talvolta, provocano sonori botta e risposta tra le parti. Proprio come capitato tra un tesserato come il Presidente del Napoli, pronto a lamentare ancora una volta la presenza inutile (o addirittura dannosa) dei piccoli club in serie A e il suo collega del Frosinone, altrettanto immediato nel bacchettarlo sulla sua mancanza di tatto ed obiettività e, come se non bastasse, sulla scarsa qualità e quantità dei suoi investimenti strutturali nel settore.

Ma veniamo ai fatti: Cristiano Ronaldo oggi patteggia una super multa col fisco spagnolo da quasi diciannove milioni di euro e, guarda caso, sette mesi prima si accasava in Italia, dove i redditi da par suo sono estremamente agevolati in termini di tassazione. E allora capisci perché CR7, a suo dire, avrebbe da tempo desiderato vestire bianconero. Luca Modric, per gli stessi motivi, potrebbe molto presto vestire un’altra casacca a strisce italiana, quella dell’Inter, e la Parigi fiscale val bene una messa nerazzurra, al punto da non aver ancora rinnovato il suo contratto col Real Madrid in scadenza nel 2020, neppure a fronte di un offerta da dieci milioni netti a stagione. L’ottimo brasiliano Allan, invece, non si allena da due giorni con il Napoli per presunto un infortunio; ma nel vedere i filmati che lo riprendono a Castelvolturno mentre gira per il centro sportivo parlottando con il suo manager, il suo incedere deciso non sembra mostrare la benché minima claudicanza, avvalorando la tesi del cosiddetto “infortunio diplomatico”. Come biasimarlo, rispetto alla possibilità di tutelarsi in vista di un imminente trasferimento, per andare a guadagnare, da un giorno all’altro, il quadruplo di quel che già percepisce con un contratto recentemente rinnovato alla corte di De Laurentiis… Lo aspetterebbe una squadra, il PSG, che lotterà fino alla fine per la conquista della Champions League e che ha già stracciato inesorabilmente anche l’edizione corrente della Ligue 1 francese. E come non ricordare l’ex numero nove di Milan, Rubentus e Napoli, appena trasferitosi dal suo mentore Maurizio Sarri in quel di Stamford Bridge, che ha rappresentato per l’ex società berlusconiana una delle più sonore fregature di calciomercato degli ultimi trent’anni. E’ bastato un attimo, in conferenza stampa, per indossare i nuovi colori e rilasciare la solita dichiarazione di prammatica che gonfierebbe gli zebedei anche a Giobbe: “Quando si è presentata l’opportunità di venire al Chelsea ho dovuto accettarla. E’ una squadra che mi è sempre piaciuta e ha una grande storia, uno stadio meraviglioso e che gioca in Premier League, un campionato in cui ho sempre voluto giocare”. Aveva detto qualcosa di simile anche dopo essere arrivato tra i Gobbi prima e al Diavolo poi! Peccato per lui che, pur non avendolo detto, sappiamo tutti che nei primi sei mesi di prestito ai Blues, egli guadagnerà oltre un milione al mese (di euro, non di vecchie lire, capito?). Evviva la coerenza e l’attaccamento alla maglia!

Al portafogli non si comanda, amici, e nel calcio peggio ancora! Tutto ha un prezzo, che piaccia o no. Questa regola è ormai alla base di tutto il mondo del pallone. Chissà quante altre dichiarazioni prive di coerenza e onestà intellettuale saremo costretti ad ascoltare, a fronte di altrettanti affari che si chiuderanno nelle prossime ore, fino alla definizione della sessione invernale di calciomercato. Primo fra tutti i più probabili, proprio quello di Allan, rispetto alla cui consistenza c’è poco da fare i sofisti: come si fa a rinunciare ad una vagonata di soldi come i circa 110 milioni di euro ipotizzati tra cash, bonus e sponsorizzazioni a favore della società di Aurelio De Laurentiis? Un prezzo inaudito, a mio giudizio, per acquistare un sì ottimo calciatore, ma non certo un super fuoriclasse da cineteca. Tuttavia il calcio di oggi vuole questo, non certo i sentimentalismi, quelli traditi da Piatek, giovane centravanti polacco che appena il 28 novembre dichiarava: “Sogno di giocare la Champions League. Ma al Genoa sono felice, ho fatto la scelta giusta arrivando qui”, salvo andarsi a cuccare il doppio dell’ingaggio al Milan solo un mese e mezzo dopo e procurando trentotto milioni di euro al suo ormai ex presidente Preziosi.

Dinanzi a comportamenti del genere, laddove basterebbe evitare sdolcinate consuetudini calcisticamente populiste per sembrare, a suon di schiettezza, meno finti di quanto preteso da un ambiente ormai contaminato anche nei valori più elementari, mi piace ricordare una storia di cui furono protagonisti il più gran signore del calcio italiano e il più grande calciatore di tutti i tempi. La raccontò benissimo nel 2016, Diego Armando Maradona, sulle pagine de “L’Espresso”, in una lunga intervista: “Agnelli mi offrì un assegno in bianco, ma ho sempre detto no alla Juve. L’avvocato Giovanni Agnelli mi corteggiava come potrebbe fare un innamorato con una donna. Mi chiamava continuamente, promettendo cifre pazzesche. Mi disse che aveva offerto 100 miliardi di lire a Ferlaino e di mettere io la cifra sul mio assegno. Gli risposi che non avrei mai potuto fare questo affronto ai napoletani, perché io mi sentivo uno di loro. Non avrei mai potuto indossare in Italia altra maglia, se non quella del Napoli“.

Nostalgie d’altri tempi, sentimenti nobili di un uomo che non è mai stato un esempio di vita, per carità, ma il cui talento in campo tuttora non teme rivali e paragoni, al punto da conquistare la stima incondizionata di un dirigente calcistico dall’altissima classe i cui eredi contemporanei, con più che discutibili comportamenti, lo hanno fatto più volte rivoltare nella tomba. Storie che non appartengono più al gioco del calcio. O meglio, a un calcio che oggi è ormai prevalentemente impresa, finanza e, sempre meno -o addirittura niente- un gioco.


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