primopiano

Anche a Natale va avanti il “business” delle demolizioni. L’appello dei cittadini: FERMATEVI!

L’Unione delle Associazioni in Difesa del  Diritto alla Casa fa sentire la sua voce con un lungo comunicato stampa. Un testo educato e deciso che fa una ricostruzione sociale del dramma delle demolizioni. Un incubo, diciamocelo, che tornerà sempre più forte e la cronaca di questi giorni ne è fedele testimone.

IL TESTO.
Nel vuoto di senso che caratterizza la nostra epoca, alla negazione dei valori fondamentali consegnatici dalla tradizione giudaico-cristiana, fa seguito un atteggiamento di acritica adesione a “bandiere ideologiche” contingenti, i cui deboli contenuti vengono rapidamente disegnati nella dimensione accelerata degli studi televisivi o in quella sempre meno dialogata degli editoriali dei giornali, luogo deputato alla costruzione del dogma intorno al quale definire il resto della dottrina. È questa la religione del Nuovo Mondo, che elegge l’opinione stereotipata – costruita, non solo mediata, dai mezzi di informazione – a nuovo tempio del sapere, inibendo ogni potere di riflessione che possa condurre, attraverso anche una ricerca della verità, ad una più meditata cognizione delle vicende umane e degli eventi della storia, entro cui le prime irrimediabilmente si collocano.  L’uomo non ha mai smesso di credere.  Si è soltanto illuso, da un certo momento in poi, di poter fare a meno della Verità, e così facendo se ne costruisce altre di verità; verità provvisorie e contingenti, fatte a sua misura, confermate dall’adesione generalizzata ad un’opinione pubblica stereotipata.  È qui tutta l’essenza del credo moderno, che inibisce ogni capacità meditativa della persona umana, rendendola, nel migliore dei casi, una macchina pienamente funzionale ma priva di uno spessore di coscienza (è questa del resto una delle dinamiche alla base dei totalitarismi ed al contempo tratto distintivo della modernità). Viene così di fatto annullata quella che è un’operazione spirituale ed intellettuale fondamentale, che è la ricerca di senso, la ricerca della Verità, sostituita oggi dall’adesione a significati instabili e provvisori, a un “senso instantaneizzato”, che fornisca quel tanto che basti ad innescare l’azione, ancorché passando per un pensiero poco o per nulla fondato.  Alcune vicende rappresentano un laboratorio (sottovalutato) d’analisi sociologica, nella misura in cui forniscono una prospettiva privilegiata dalla quale poter osservare determinate dinamiche socio-culturali.  Le modalità esecutive con cui si stanno eseguendo, dal 2010 ad oggi, demolizioni di manufatti abusivi in Campania ora anche in Sicilia, dimostra a nostro giudizio come sia facile ancor oggi legittimare azioni dagli esiti particolarmente importanti su significati provvisori e contingenti, alimentati da un furore puramente ideologico, malcelato dietro bandiere di comodo.  Esprimono infatti tutta l’ipocrisia dei nostri tempi, confermandone il carattere inautentico, le reazioni piuttosto accese di una parte della classe politico-intellettuale rispetto agli sgomberi di immobili occupati da immigrati (ma non solo) taluni regolari, altri meno, e rispetto alla possibilità che questi rimanessero all’addiaccio privi di una sistemazione.  Discorso che, beninteso, trova la nostra piena comprensione, ritenendosi  figlio di un principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale, nonché un di alti valori di democrazia sostanziale, espressione della coscienza solidaristica dell’uomo e della sua tensione alla ricerca di una verità. Orbene reazioni siffatte, mediaticamente sostenute, rivelano tutta la loro fondamentale ipocrisia se rapportate alle reazioni di segno opposto manifestate dinanzi agli sgomberi ed alla demolizione di manufatti – perlopiù di piccola entità – abitati da famiglie operaie, che si sono eseguite in Campania, lasciando in piedi la grande speculazione, dove il problema di una sistemazione alternativa non si è affatto posto, né delle conseguenze su categorie deboli, ci si è preoccupati.  È per questo che parliamo di “bandiere ideologiche”, nascoste dietro etichette di comodo prodotte dalla fabbrica della modernità mediaticoculturale e che negano quello che nella sostanza è il carattere universale dei diritti dell’uomo.  L’approccio del pensiero filosofico e costituzionale della tradizione a tali vicende umane sarebbe stato un approccio ben più ampio e complesso di quello che un atteggiamento inautentico tradisce ora di essere, risolvendosi di fatto in “ambientalismo da salotto” (che è tutt’altro rispetto ad una difesa dell’ambiente), in “umanitarismo” market-friendly (altro dalla tutela dei diritti dell’uomo).   Ed è l’inautenticità di fondo, in una con l’ipocrisia che la pervade, ad essere alla base anche della crisi di legittimazione democratica di una classe politicointellettuale.

 

Non abbiamo capito per quale motivo i diritti dell’uomo non siano più tali quando non si pongono sotto il vessillo di una bandiera ideologica mediaticamente definita nei suoi contorni, pur essendo simili negli esiti, i contenuti.    Si osserva come una simile operazione intellettuale renda vulnerabili ad una facile adesione a categorie pre-confezionate che fanno leva su meri sillogismi.  Si è osservato come l’ indimostrata equazione abusivismo=camorra, ha di fatto reso possibile la violazione di diritti umani fondamentali lasciando letteralmente per strada interi nuclei familiari privi della capacità di spesa per reperire una sistemazione alternativa (salvo poi a riconoscere tali diritti in caso di bambini di nazionalità non italiana e quindi non camorristi), reso possibili la violazione del principio di eguaglianza davanti alla legge, favorendo un arbitrio incontrollato del giudice dell’esecuzione, la violazione della normativa in materia di trasparenza dell’impresa (generando un indotto parallelo, il business delle demolizioni). Una tale operazione intellettuale nella misura in cui consente di acquietarsi su singoli sillogismi ideologicamente (in)fondati, preclude ogni possibilità di una più piena cognizione di un fenomeno complesso come l’abusivismo, di così vasta estensione in alcune regioni del Meridione d’Italia, nonché dei fattori che ne hanno determinato la genesi e ne hanno reso possibile lo sviluppo, impedendo altresì una pur minima analisi dei contesti in cui si operano (in maniera assolutamente discutibile) scelte di repressione con esiti beffardi che vanno dalla speculazione ancora in piedi alle nuove costruzioni abusive a pochi passi dai luoghi delle demolizioni, ma con conseguenze drammatiche dal punto di vista della tutela di diritti fondamentali di quanti, in stato indigenza, hanno perduto l’unica abitazione (evidentemente perché più semplice da demolire rispetto alla grande speculazione protetta da ben altro sistema di relazioni e di potere). Ad oggi infatti nessuno ci ha ancora spiegato le ragioni che hanno condotto lo Stato ad un’assenza pianificatoria così prolungata nel tempo, singolare nel panorama italiano (su 158 Comuni in Provincia di Salerno appena 6 sono dotati di un Piano Urbanistico Comunale, ben 117 sono dotati di un Piano Regolatore Generale, strumento che risale alla fine degli anni ’70 Fonte: il Mattino – dati che hanno subìto una piccola oscillazione ma non rilevante nella sostanza). Così come nessuno ci ha spiegato il silenzio della Magistratura negli anni della speculazione edilizia. Allo stesso modo, nessuno, non consentendolo evidentemente lo spazio e il tempo di riflessione mediatica attuale, si è chiesto quali potessero essere le ragioni alla base di un così elevato numero di domande di condono in talune zone d’Italia (peraltro da decenni rimaste inevase). Tutt’al più, con esiti grotteschi e poco fondati, qualcuno le ha ricondotte, in coerenza col sillogismo di cui sopra, alla genetica criminale dei popoli del Sud.   L’ipocrisia legalitaria che fa fede sul credo pseudo-ambientalista rivela la sua natura di inautentica difesa del territorio proprio allorquando disapplica quelle norme che meglio e più avrebbero contribuito al raggiungimento dell’obiettivo, consentendo al contempo un ordinato sviluppo dell’edificato urbano. Non risulta che abbia avuto applicazione il decreto legislativo 18 agosto 2000 n. 267, riguardante l’ipotesi di Comuni con più di mille abitanti sprovvisti di piano urbanistico generale e che non abbiano adottato tale piano entro diciotto mesi dall’elezione degli organi comunali. In tal caso era (è) disciplinata una procedura per lo scioglimento del Consiglio comunale con decreto ministeriale, qualora il Comune non avesse adempiuto all’obbligo di adozione del piano urbanistico entro l’ulteriore termine di quattro mesi dall’invito ad adempiere notificato dal prefetto.

Ipocrisia tipica di un “ambientalismo da salotto borghese” che non conosce i territori né le difficoltà che lo abitano e che si fa ancora più evidente di fronte al furore ideologico che ha condotto all’affossamento del cosiddetto ddl Falanga, in materia di graduazione degli ordini di demolizione, salvo poi  sostenere, qualche mese dopo – a tragedia avvenuta – che così facendo si è contribuito ad evitare altre morti, ignorando tuttavia che la formulazione della legge – guarda caso – prevedeva al primo posto quale prioritaria la demolizione di:

  1. a) immobili che, per condizioni strutturali, caratteristiche o modalità costruttive ovvero per qualsiasi altro motivo, costituiscono un pericolo, già accertato, per la pubblica e privata incolumità, anche nel caso in cui l’immobile sia abitato o comunque utilizzato” (ddl S. 580-B Falanga, Aiello et alii).

L’ipocrisia termina con le demolizioni pre-natalizie di case operaie a ridosso della chiusura dell’anno giudiziario, dove, tirando le somme, si possono così declamare le cifre irrisorie delle decine di demolizioni effettuate durante l’anno (omettendo da chi fossero abitate e dove questi abitino adesso) ininfluenti rispetto ad un fenomeno che ha proporzioni milionarie.  L’esito beffardo, a voler tacere della drammaticità di demolizioni effettuate in violazione dei principi generali dell’ordinamento (non ultimo il principio di eguaglianza dinanzi alla legge: chi decide cosa demolire e come?), in violazione di diritti umani fondamentali (assenza di una qualsiasi mediazione da parte dei Servizi sociali e delle forze dell’ ordine che dovrebbe precedere la demolizione e accompagnare il progressivo allontanamento del nucleo familiare dall’abitazione, a tutela specie dell’equilibrio psicologico dei bambini che vedono demolirsi – nel bene o nel male – il loro mondo), consiste nella sostanziale inconcludenza dell’azione repressiva dalla quale non ci ha guadagnato né lo Stato (rimanendo in piedi almeno in Campania ed in Sicilia) la grande speculazione anzi costruendosene di nuova, né il cittadino che continua a non avere la possibilità di accedere a condizioni più favorevoli da quelle imposte dal mercato, al diritto ad una dignitosa abitazione.   Salutiamo invece con favore iniziative, purtroppo del tutto sporadiche che si sono con coraggio assunte altrove in relazione alla demolizione di lussuosissime ville appartenenti a forme di criminalità organizzata. Appunto, anche qui, occorrerebbe chiedersi dov’erano, prima di oggi, prima di una pressione verosimilmente ministeriale sulla vicenda, Magistratura ed Enti Locali.

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